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'Per trovare asintomatici servono
i Raggi X': lo studio del radiologo
cremasco Michele Bandirali

Lo studio è stato pubblicato sulla rivista ‘Radiology’ ed è stato realizzato dall’IRCCS Istituto Ortopedico Galeazzi di Milano, in collaborazione con le Università degli Studi di Milano, Pavia e Palermo, il centro Medicai Radiologico di Codogno e la Radiologia della Casa di Cura San Camillo di Cremona.

“In questi mesi abbiamo ascoltato il bollettino dei dati ogni giorno. Comprensibile, la gente (e la politica) ne ha bisogno. Ma così a volte si rischia di perdere di vista il problema del paziente e della sua malattia”. A spiegarlo è il radiologo cremasco Michele Bandirali, classe 1983 che ha pubblicato uno studio volto ad evidenziare come i raggi X siano utili per diagnosticare il Covid-19 negli asintomatici. La ricerca porta, oltre a quella del dotto. Bandirali, quella di Pregliasco Fabrizio Ernesto, Luca Maria Sconfienza, Roberta Serra, Roberto Brembilla, Domenico Albano e Carmelo Messina. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista ‘Radiology’ ed è stato realizzato dall’IRCCS Istituto Ortopedico Galeazzi di Milano, in collaborazione con le Università degli Studi di Milano, Pavia e Palermo, il centro Medicai Radiologico di Codogno e la Radiologia della Casa di Cura San Camillo di Cremona.

“I risultati supportano i dati che stanno emergendo riguardo la trasmissione del Covid-19 in soggetti sintomatici o poco sintomatici, che quindi possono risultare positivi al virus e pertanto contagiosi anche in assenza di sintomi”. In parole semplici, anche se non possono sostituire tamponi e test, i raggi e le TC aiutano a ridurre il margine di errore e a migliorare l’accuratezza degli esami. Il medico racconta deell’ansia e della paura dopo la scoperta del primo caso a Codogno – dove lavora in un piccolo centro radiologico – e della consapevolezza che “La Cina, Wuhan e il Coronavirus improvvisamente erano entrati in casa. Con violenza. Terminata la quarantena dei primi 15 gg, in accordo con i vertici della regione e dell’ATS di Milano, la clinica ha potuto riaprire i battenti. Per farla breve prima dell’arrivo del Coronavirus facevamo circa una trentina di risonanze magnetiche al giorno e praticamente poco o nulla le lastre del torace. Quelle venivano gestite nel locale ospedale. Dalla riapertura, invece, con l’ospedale ancora chiuso, abbiamo avuto circa 30-40 pazienti al giorno che necessitavano di una lastra del torace”.

Comprensibile, l’ospedale era chiuso, le informazioni “quantomai confuse e spesso contraddittorie circolavano malamente tra i medici, abbandonati di fatto al loro solo coraggio. Presso il nostro centro, pertanto, le persone che stavano tutto sommato bene o con sintomi molto lievi oppure in ottima salute, ma spaventate dalla possibilità di aver contratto il virus perché entrate in contatto con persone risultate positive al tampone, hanno deciso di effettuare una lastra, inviate dal medico curante”.

“Le immagini che io e i miei colleghi abbiamo visto ci hanno sconcertato. I toraci erano davvero brutti, mentre i pazienti clinicamente non avevano granchè. Come mai? Fondamentale è sottolineare che nessuno di questi pazienti aveva fatto il famoso tampone perché, date le condizioni cliniche buone, le nuove indicazioni (sic) non prevedevano la possibilità di sottoporsi al tampone stesso. Inoltre (cosa ancora più sconcertante) tantissime di queste lastre erano positive (circa il 60%) e solo pochi pazienti portavano a casa un referto completamente negativo. Senza entrare in ulteriori dettagli tecnici – prosegue Bandirali – il dato che ci è sembrato davvero singolare è che in buona sostanza gran parte pazienti che stavano bene avevano invece una brutta lastra. Eppure queste persone avevano con obbedienza e responsabilità subito una quarantena stretta. E come mai adesso che la quarantena è finita queste persone hanno esami così brutti pur essendo in salute?”

Ponendosi questa domanda, il radiologo si è dato da fare per cercare di rispondervi: “Mi sono confrontato con i colleghi del centro radiologico e con alcuni dei medici di base della Zona Rossa, che dalla prima linea mi hanno dato un quadro più chiaro circa la situazione. Poi ho avvisato tramite i canali ufficiali la Regione, per avere indicazioni precise su come procedere. In ultimo, ho presentato il caso ai miei amici e colleghi medici universitari, per cercare di concretizzare secondo le regole della ricerca e della comunità scientifica internazionale i nostri dati. Abbiamo da subito studiato con senso critico la letteratura ufficiale, unico vero baluardo tra i tanti numeri che spesso vengono dati con troppa leggerezza in modo particolare in questo momento di profonda crisi. Abbiamo avuto idee, interrogativi, risposte, nuove domande, punti di vista e idee diverse, ma alla fine abbiamo tutti concordato su un punto fondamentale: verosimilmente, tante persone in buone condizioni di salute o quasi con la lastra brutta significa che molti abitanti di Codogno e della Zona Rossa erano stati già in contatto col virus, e praticamente non se ne erano accorti. Questo dato è stato registrato con le stesse percentuali (circa il 60%) anche per i passeggeri della nave da crociera Diamond Princess”.

“I dati che leggiamo spesso sui giornali di mortalità sono altissimi, si parla del 10% e anche del 20%. Questo presumibilmente perché il tampone viene fatto soprattutto tra chi sta già male e finisce in ospedale, pertanto 10mila morti su 100mila positivi al tampone fa il 10% di mortalità. Ma in realtà tantissime persone che non effettuano il tampone hanno comunque contratto il virus, in forma lieve, ma rimangono sommerse, non rientrano nelle statistiche. Pertanto la mortalità probabilmente è molto più bassa. Di quanto con precisione non lo possiamo sapere, ma lo possiamo supporre. Faccio il medico, un paziente morto, anche solo uno, è una sconfitta, una tragedia, una eventualità da evitare a tutti i costi. Ci mancherebbe. Tutti noi in queste settimane abbiamo avuto persone care che hanno lottato, che hanno sofferto e che purtroppo sono mancate. Questo virus è terribile e ci ha investiti come uno tsunami. Tuttavia vorrei lanciare un messaggio molto semplice: contrarre il virus non significa morire e non significa necessariamente finire in terapia intensiva. Per la popolazione non a rischio sarà davvero una battaglia gestibile e che si può vincere”.

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