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2 giugno, morte di Garibaldi:
quando il municipio casalese doveva
essere intitolato all'eroe dei due mondi...

“L’evento funesto della morte - spiega Rosa - per i legami che Casalmaggiore vantava col Generale, venne vissuto come una grande tragedia e tutti, come si evince dalla stampa locale del tempo, proprio tutti fecero a gara per manifestare il proprio dolore".

CASALMAGGIORE – Il 2 giugno non è solo la Festa della Repubblica. Ma è anche il giorno della morte di Giuseppe Garibaldi a Caprera. Era il 2 giugno 1882. A ricordarlo con una bella ricerca su Facebook l’appassionato di storia locale Costantino Rosa. Garibaldi è stato amato un po’ ovunque in Italia (qualcuno dice “in senso letterale”, dato che pare avesse figli sparsi per la Penisola), di certo a Casalmaggiore una targa ricorda la sua presenza proprio in città, davanti alla facciata di Palazzo Mina. Non solo: proprio la dipartita di Garibaldi diede il via ad un iter per una intitolazione mancata, quella del Palazzo Municipale di Casalmaggiore, che doveva chiamarsi appunto Palazzo Garibaldi.

“L’evento funesto della morte – spiega Rosa – per i legami che Casalmaggiore vantava col Generale, venne vissuto come una grande tragedia e tutti, come si evince dalla stampa locale del tempo, proprio tutti fecero a gara per manifestare il proprio dolore. Il Consiglio Comunale il 6 giugno del 1882 al V° punto dell’Ordine del Giorno prevedeva “ Che sia ricostruito il Palazzo municipale in Piazza Grande dedicandolo a Giuseppe Garibaldi, incaricando la Giunta di presentare in una prossima seduta le sue proposte in argomento”. Addirittura il consigliere Ing. Stefanini si offrì, con lettera, a predisporre il progetto gratuitamente (tranne che per i bolli e le copie del progetto stesso) pur di avere tempi brevi. Negli anni successivi, a più riprese, sempre sulla stampa locale, venne ricordata tale delibera visto che non si procedeva di un passo per la realizzazione del nuovo palazzo e soprattutto non si adempiva all’impegno di dedicare lo stesso al generale (si disse che la proposta dell’Ing. Stefanini non venne accolta perché non si trovavano i soldi per i bolli e per le copie dei disegni) Per di più era stato deliberato sempre nello stesso Consiglio che venisse realizzato un “modesto monumento per pubblica sottoscrizione, iniziandola il Comune con lire 1.000” da dedicare al Generale (monumento che ha fatto la stessa fine di quello proposto per Vittorio Emanuele il re “galantuomo” alla sua morte e per il quale si era avviata una sottoscrizione popolare e si era persino chiesto a scultori bolognesi di predisporre un bozzetto di tale monumento”.

“Non dimentichiamoci – scrive Rosa – che in Consiglio Comunale vi era un’opposizione molto agguerrita che si faceva forza delle organizzazioni come la Società dei reduci, la Società Operaia di Mutuo Soccorso, la Società Popolare ed altre per pungolare l’amministrazione stessa a togliere quanto prima i ruderi del palazzo vecchio ancora presente in piazza e dar corso ai lavori. Addirittura si respinse la proposta di acquistare il palazzo Fadigati in Via Vittorio Emanuele (oggi Via Favagrossa) ribadendo decisamente le delibere precedentemente adottate. E con polemiche pesanti si arrivò finalmente alla posa della prima pietra che doveva avvenire domenica 14 giugno 1891 alle ore 10, a cui poi sarebbe seguito un rinfresco (refezione) a spese dell’Amministrazione. Apriti o cielo! Un rinfresco a carico del pubblico denaro? Non sia mai detto: l’allora Sindaco, lo stesso che si era a suo tempo offerto per fare il progetto gratuitamente, l’ing. Stefanini, venne duramente attaccato; la Società Popolare manda una lettera con cui pur lodando l’iniziativa della posa della prima pietra, si rifiuta di partecipare per la questione del rinfresco. In sostanza si sostiene che se rinfresco ci deve essere, ognuno si deve pagare ciò che consuma. C’è chi sostenne addirittura che sarebbe stato meglio non fare alcuna cerimonia viste le critiche al progetto (non a tutti piaceva l’attuale palazzo municipale), viste anche le polemiche in Consiglio sull’appalto dei lavori. Unico aspetto che veniva rimarcato e che metteva d’accordo tutti era il fatto che si andava a costruire il palazzo dedicato a Garibaldi su progetto dell’architetto palermitano Giacomo Misuraca (anche se sulla lastra di marmo o prima pietra che doveva essere posta a ricordo, fra i tanti nomi mancava proprio quello di Garibaldi!)”.

“Il palazzo sorgerà su 32 piloni – scrive Rosa citando gli articoli dell’epoca ritrovati in biblioteca Mortara – poggianti a loro volta su pali di rovere a causa del terreno poco stabile, con fondamenta profonde sei metri rispetto al piano campagna (il terreno asportato servì per le attuali rampe di accesso all’argine). Un lavoro impegnativo atteso soprattutto per quella mano d’opera bisognosa di trovare un’occupazione. Poi cosa successe? Il palazzo sorse ma di Garibaldi non ne parlò più nessuno, o meglio anziché il palazzo gli s’intitolò la piazza, contraddicendo fior di delibere, di solenni impegni e giuramenti. Non sarebbe stato più giusto parlare di Palazzo e Piazza Garibaldi oppure più semplicemente di Palazzo Garibaldi e Piazza Grande? Intanto godiamoci questa giornata con tutti i suoi significati”.

G.G.

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