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Nella giostra delle parole,
l'ospedale ha la meglio sulla
medicina del territorio

di Antonio Grassi

Il 28 aprile scorso il Presidente del consiglio Giuseppe Conte era impegnato nella Via Crucis sul Golgota lombardo. Lo stesso giorno l’europarlamentare Massimiliano Salini proponeva la costruzione di un nuovo ospedale a Cremona: 700 posti letto, 450 milioni di euro presi dal Mes, il fondo salva stati.
L’idea trovava impreparati i protagonisti della sanità locale, spiazzava la classe politica provinciale e si insediava al primo posto tra gli argomenti di discussione sotto il Torrazzo, in riva al Serio e sul Listone.
Esempio paradigmatico di marketing politico, la vicenda ha segnato uno strike per Forza Italia ed evidenziato la difficoltà dei politici di casa nostra ad affrontare la situazione con freddezza, raziocinio e progettualità.
Se si escludono poche eccezioni, tutti si sono accodati al pifferaio magico, apparentemente disinteressati a capire se la strada indicata fosse la più adatta per costruire una sanità provinciale più funzionale e più efficace di quella in atto.
Nessuno ha verificato se l’uscita di Salini fosse frutto di uno studio approfondito. Nessuno ha accertato se il nuovo ospedale fosse il mezzo più idoneo ed efficace per contrastare le carenze del sistema sanitario provinciale emerse dall’emergenza di questi mesi. Nessuno ha preteso impegni scritti o dichiarazioni ufficiali dagli enti coinvolti nell’operazione. Nel frattempo la regione è subentrata al Mes e i 450 milioni di euro iniziali sono scesi a 250.
La giostra delle parole e la smania di partecipare al dibattito imposto da Salini hanno surclassato il pragmatismo. Siamo ai primi capitoli della storia. Se crediamo nel Padreterno preghiamo, se siamo superstiziosi facciamo gli scongiuri.
Nella narrazione hanno prevalso il vago e il generico. La conoscenza oggettiva è stata sostituita da dichiarazioni di principio, ottime per vincere facile. Permettono di raccogliere consenso con poca spesa e riducono al minimo il rischio di beccarsi del coglione, evento che comunque non stronca una carriera politica. Anzi, può accelerarla.
Tutti sono saliti sul palcoscenico. Tutti hanno partecipato alla recita. Nessuno ha regalato momenti da Oscar e alcune interpretazioni, infarcite di acrobazie, giravolte ed equilibrismi sono apparse più affini al Cirque du Soleil che all’Actors studio.
La proposta del nuovo ospedale ha raccolto pareri favorevoli, critici, fumosi. Qualche volta contorti, ma nessuna bocciatura. Il dibattito è stato pacato, quasi accomodante, più simile a uno scambio di opinioni tra gentiluomini che a un confronto politico. Una melassa, ma non è una novità, bensì prassi consolidata se sul piatto ballano centinaia di milioni di euro e se l’economia s’impone sulla politica.
Invece dell’aurea mediocritas dei latini, intesa per giusta moderazione ed equilibrio, ha prevalso la versione moderna del motto, che ha tolto l’aurea ed ha lasciato la mediocritas.
Monocordi, focalizzati sull’ospedale, i protagonisti hanno trascurato la medicina di prossimità. Per carità, ne hanno parlato, ma il minimo sindacale, lo spazio di una canzone. Anche meno. Al paziente hanno somministrato l’aspirina, invece di una flebo di ricostituenti.
Smantellata negli anni passati, ha prodotto un vuoto assistenziale additato dagli esperti come una delle concause principali della strage lombarda, con la provincia di Cremona in testa alla lista per numero di contagi in rapporto alla popolazione.
Logica vorrebbe che il ripristino e il potenziamento della medicina sul territorio siano in cima alle priorità degli interventi post covid-19, ma non pare sia così. Possiedono meno appeal dell’ospedale e non aprono le porte di giornali, televisioni e social quanto l’inaugurazione di una struttura d’avanguardia costata centinaia di milioni e opportunità di lavoro per le imprese del territorio.
A metterci una pezza hanno provveduto alcuni medici. Hanno sollevato la questione e mantenuto vivo il problema. Hanno ricordato che una rete di specialisti ambulatoriali, medici di famiglia e pediatri garantirebbe ai cittadini un’efficiente assistenza sanitaria sul territorio e ridurrebbe il ricorso alle strutture ospedaliere, in particolare ai pronto soccorso.
Spostare l’Ats Valpadana da Mantova a Cremona, primo passo per migliorare la medicina di prossimità, costerebbe meno del nuovo ospedale, ma assai di più in termini politici, due condizioni che farebbero scattare l’allarme rosso per il coraggioso o l’incosciente che ci prova. E’ risaputo che un «testa di minchia» incassato dai colleghi di partito o di cordata è la pietra tombale sui sogni di gloria del tapino definito tale.
Le periferie hanno rivendicato senza urlare e con buona educazione il loro diritto di partecipare al banchetto. Attente a non disturbare il manovratore hanno avvallato, di fatto, l’ipotesi di Salini e in cambio hanno elemosinato qualche spicciolo.
L’Area Omogenea cremasca ha aspettato due mesi prima di intervenire ufficialmente. Ha incontrato il direttore generale dell’Asst di Crema. Ha esposto le proprie idee sul futuro della sanità nella Repubblica del Tortello. Dal dirigente ha ricevuto un progetto di ristrutturazione dei presidi ospedalieri cremaschi, intervento di circa trenta milioni di euro. Ha diffuso un comunicato senza accennare al progetto ricevuto dal direttore generale, omissione che non è garbata a Fratelli d’Italia. Il coordinatore del partito ha preso cappello. Ha chiesto le dimissioni del presidente dei sindaci cremaschi. Un peccato.
Non è il tempo di divisioni, né di competizioni. E’ il tempo della collaborazione, dell’unità. Della politica. Di quella politica che accantona gli interessi di bottega, s’impegna per il bene comune e si riprende il sopravvento sull’economia. E’ il tempo del coraggio.

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