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Ripresa con smartphone
la donna che si è data fuoco:
un problema culturale

Dissertare sull’uso improprio dello smartphone è facile, alibi e scorciatoia per evitare analisi scomode e mantenere l’illusione di coscienze intonse. E’ picchiare i bambini o sparare sulla Croce rossa. Non è inutile. E’ un placebo.

Intervento di Antonio Grassi

I coglioni ci sono sempre stati, ci sono, ci saranno. Riprendere con lo smartphone una donna che si è data fuoco senza intervenire per salvarla è osceno. Orrendo. Disumano.
Indignarsi e stigmatizzare l’accaduto è un dovere, ma non modifica la situazione.
Limitarsi ad enfatizzare l’aspetto più vergognoso e più emotivo della vicenda è parziale. 

Concentrarsi sul dito e non sulla luna, meglio sul lato oscuro della stessa, reso mitico da The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd, non aiuta a capire il problema. 

Focalizzare l’attenzione sui decerebrati che hanno ripreso la scena, relegare in secondo piano la storia della sventurata protagonista è una scritta sulla sabbia. Il giorno dopo è già scomparsa. 

Dissertare sull’uso improprio dello smartphone è facile, alibi e scorciatoia per evitare analisi scomode e mantenere l’illusione di coscienze intonse. E’ picchiare i bambini o sparare sulla Croce rossa. Non è inutile. E’ un placebo.

Accusare i cellulari del degrado morale del mondo è andare a caccia di elefanti con una carabina da luna park. 

La tecnologia non si ferma. La tecnologia è neutra, un po’ meno la ricerca che l’ha sviluppata. La tecnologia è business.  E’ l’uso che se ne fa di essa che la rende buona o cattiva.  La tecnologia non rende cinici. E’ la società che impone i comportamenti.

Raccontare che non siamo stati educati al corretto impiego di cellulare e smartphone può essere vero, ma sterile. Lo storytelling imposto dal marketing, dalla pubblicità e dai media, che con le aziende produttrici di tecnologia digitale ci campano, va nella direzione opposta. Le vesti stracciate, lo sgomento, le invettive per l’imbecillità di qualche lobotomizzato fanno solletico alle multinazionali della comunicazione. Giornali e televisioni dovrebbero interrogarsi sulle proprie responsabilità nella genesi e nello sviluppo dei mentecatti di Ombriano. In questo campo nessuno è immune dal peccato e, quindi, autorizzato a lanciare la prima pietra evangelica.

Cosa si sa di questa donna? Che era ancora giovane. Che veniva dal sud. Che soffriva di un disagio psichico.  Cosa l’ha condotta ad un gesto, spesso attuato da chi intende accusare un sistema politico e sociale e confida che il suo eclatante e terribile gesto possa contribuire a modificarlo?

Darsi fuoco non è un suicido qualsiasi.  E’ la protesta estrema e mediaticamente più efficace per attirare l’attenzione, ultimo strumento per denunciare un sopruso, un’ingiustizia. E’ la richiesta finale di venire ascoltati. E’ l’ammissione del fallimento dei tentativi precedenti. E’ l’illusione che la propria sconfitta eviti ad altri la scelta se vivere o morire. E’ l’ammissione della perdita di ogni speranza, passaporto per l’Inferno.

Jan Palach, è uno degli esempi più noti di suicidi con il rogo in nome di un ideale. Come lui ce ne sono altri che non hanno avuto la stessa ribalta, ma tutti mossi dal medesimo motivo: protestare contro qualcosa e qualcuno che limitano la libertà e la democrazia.

Con il suo plateale gesto cosa voleva denunciare la torcia umana di Ombriano? Probabilmente non la mancanza di libertà e democrazia. Non l’uso sconsiderato dello smartphone. Probabilmente una situazione più personale, legata all’individuo, alla vita sociale. Ma cosa? 

Su questo bisognerebbe indagare, riflettere e rispondere. Lo ha chiesto lei, la donna ripresa dai cellulari, con il gesto disperato di morire tra le fiamme da lei stessa provocate. Ma lo impone anche il numero di suicidi registrati nella nostra provincia nell’ultimo mese. 

Effetto collaterale del covid 19? Paura del futuro? Timore di una macelleria sociale in arrivo a settembre? O più comune male di vivere.

I coglioni fanno incazzare. E’ giusto mazzolarli. Ma il problema non sono loro. E’ il brodo di coltura in cui crescono.

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