Ultim'ora
Commenta

Lo spreco dei banchi
gettati via: uno schiaffo
alla sensibilità dei cittadini

Viene il magone. Un po’ per commozione e molto per disappunto.  Un po’ per nostalgia e molto per rabbia.  Ci sono amarezza e impotenza. Cadono le braccia. Vanno in orbita le parti sferiche del corpo. Insomma girano le palle.

Le foto di banchi, sedie e armadi di scuola abbandonati per lo smaltimento sotto lo svincolo della Paullese nel territorio di Vaiano Cremasco e quelle di altri mobili simili ammassati l’uno sull’altro, prima in cortile, poi in strada, in via Palestro a Cremona, non sono passate inosservate. Non hanno lasciato indifferenti.

Le immagini sono uno schiaffo alla sensibilità dei cittadini. Non è in discussione l’opportunità di sacrificare banchi, sedie e armadi sull’altare della salute pubblica, ma lo stile dell’intervento. Non è in discussione il prezzo da pagare al covid-19, tritacarne che colpisce corpo e anima e toglie lucidità.  E’ in discussione il modo.

Spesso la forma è sostanza e questo è uno dei casi in cui lo è.  E come se lo è.

Viene difficile associare le immagini pubblicate a un’operazione necessaria per contrastare un pericolo mortale.  E’ molto più immediato riferirle a una furia iconoclasta contro la scuola.  Non viene da collegarle all’esito di un’azione pianificata e razionale, ma all’assalto di pasdaran rivoluzionari, o di black blok.  In alternativa,  si pensa alla conseguenza di una decisione superficiale e affrettata.

Si è mandato al macero un’epoca, ma senza pietà. Senza l’attenzione per ciò che rappresentano questi banchi e queste sedie. Senza un fremito, un’emozione. Senza umanità.

  C’è un dress code per i matrimoni, per i colloqui di lavoro, per i battesimi e per altri eventi meno significativi, sì anche per le minchiate. Ci dovrebbe essere un codice di comportamento per la rottamazione degli arredi pubblici, con le istituzioni portabandiera del buon esempio.

Queste foto vanno nella direzione opposta. Non sono educative. Deprimenti è, forse, l’aggettivo più appropriato.

Queste foto mancano di rispetto a una vecchia, nobile signora acciaccata e criticata, ma alla quale tutti debbono molto in termini di educazione, di formazione, di sentimenti.  E viene il desiderio di rivedere L’attimo fuggente.

Queste foto mancano di rispetto ai cittadini subissati da inviti per limitare lo spreco e incentivare il riuso, con l’aggiunta di sacrosantissime e condivisibili disquisizioni sui rifiuti trasformati in risorse. Si predica bene e si razzola male.

Queste foto non sono un’iniezione di fiducia verso chi governa il paese e il territorio.

Probabilmente ora arriverà un diluvio di giustificazioni. E’ la prassi: prima si fa la frittata, poi si cerca di aggiustarla, ma quando le uova sono rotte non si ricompongono. I comunicati e le dichiarazioni che spiegano, precisano, distinguono, non seppelliranno il senso di disagio e di sdegno provocato da queste foto.

Il linguaggio delle immagini è più forte e incisivo delle parole.  Più evocativo. Entra nel profondo.  Il messaggio rimane a lungo. Le parole sono farmaci sintomatici, durano ventiquattrore e anche meno.

Queste foto entreranno nella storia della nostra Provincia.  I comunicati verranno dimenticati.  Senza tanti complimenti saranno spazzati via con l’acqua dello sciacquone. Senza rimpianti, senza commenti. Senza avere spostato una virgola nell’immaginario collettivo determinato da banchi e sedie accatastate.

Il covid-19 è anche questo. E’ mancanza di lucidità, di programmazione, di buon senso, che vuol dire tutto e nulla, ma che per la gente è punto di demarcazione tra applausi e fischi. Tra positivo e negativo. Tra approvazione e disapprovazione.

E’ stata una cazzata. Ora però nessun imputato, nessuno processo, nessuna gogna.  Solo un monito per il futuro.  Senza dimenticare che prima di agire è sempre consigliabile contare fino a dieci e collegare il cervello. Si eviterebbero foto imbarazzanti e giustificazioni inutili. Già, perché se a discolpa dell’accaduto si sostenesse che la scelta è stata ponderata, ci sarebbe da preoccuparsi. Molto.

Antonio Grassi

© Riproduzione riservata
Commenti