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Pandemia, nell'inettitudine
della politica chi difende
il forte sono i soldati in trincea

«Uomo bianco parla con lingua biforcuta». Gli indiani avevano capito quasi tutto.
Erano i tempi di John Wayne eroe dei pischelli cresciuti con i film proiettati all’oratorio. Pellicole lontane anni luce dal west raccontato da Sergio Leone o dalla realtà cantata da Fabrizio De André in Sand Creek.

Allora i buoni erano buoni e i cattivi erano cattivi. I primi vincevano sempre e se erano in difficoltà, a rimettere i birilli in piedi arrivava la cavalleria delle giacche blu. E i buoni erano gli uomini bianchi e i cattivi gli indiani.
Erano i tempi della democrazia cristiana, della Balena bianca.
Erano i tempi del rosso e del nero e nessuna gradazione intermedia. Le idee erano più chiare. Gli schieramenti più chiari. I ruoli più chiari. Tutto era più chiaro.

Oggi gli indiani sono un po’ meno indiani, i visi pallidi più coloriti. John Wayne è un reazionario antipatico fissato con l’ordine e la giustizia. La cavalleria utilizza i cacciabombardieri e la vittoria dei buoni o presunti tali non è scontata.
Oggi è difficile distinguere i buoni dai cattivi e i vincitori dagli sconfitti. Todos caballeros, nessuno escluso.

Lo Squalo ubiquitario ha sostituito la Balena bianca, ma i cetacei sopravvissuti all’estinzione danno ancora del filo da torcere ai nuovi arrivati. Un po’ per demerito delle reclute, un po’ per la quantità industriale di Attak che i veterani tengono sulle terga e un altro po’ perché la società civile che doveva sostituire la politica si è dimostrata un fuscello.
La lingua biforcuta ha allargato il suo raggio d’azione all’intero spettro cromatico e promettere e non mantenere è uno sport nazionale.

Oggi è tutto più confuso, più liquido, più evanescente con una sola certezza: l’inettitudine della classe dirigente politica.
Il covid-19, ha evidenziato e amplificato questa lacuna. Ha minato la credibilità degli strateghi e dei generali incaricati di contrastarlo. Ha mostrato i limiti di consulenti, scienziati, esperti che ruotano intorno alla macchina da guerra contro il virus. Singolarmente ottimi professionisti, preparati e scrupolosi, pagano le inefficienze e le lacune di un sistema più simile a una corte dei miracoli che a un esercito organizzato e moderno. L’emergenza ha gridato «il re è nudo» e gli italiani se ne sono accorti. Sulla loro pelle.

«Uniti si vince». Un mantra. Un tormentone. Uno stimolo. Una promessa. Uno per tutti, tutti per uno. Bellissimo: sono tornati i moschettieri. E’ vero solo in parte.
Medici, infermieri, personale sanitario in senso lato, volontari, parenti delle vittime, insegnanti e collaboratori, sindaci hanno dimostrato sul campo di crederci.
Per comandanti e loro tirapiedi è uno slogan, maschera e belletto di una pletora di Richelieu e di Milady da strapazzo. Di lingue biforcute che, mentre predicano l’unità, percorrano la strada dell’ognuno per sé e dio per tutti.

La pandemia è uno tsunami di dichiarazioni contradditorie, scarico di responsabilità, rimpalli, attese, stalli, rinvii. Di promesse e di mesi sprecati in chiacchiere invece di azioni per realizzarle. Non si può modificare un ospedale in poche settimane, ma iniziare a potenziare la medicina del territorio non era impresa impossibile. John Wayne ci sarebbe riuscito.

La pandemia è un turbinio di norme, regole, prescrizioni che spesso appaiono un mercimonio tra l’imperatore di Roma e i consoli sulla penisola. Non sarà vero, ma un tizio che gli oratori li teneva in grande considerazione e di lingue biforcute se ne intendeva, ha detto che a pensare male spesso ci si piglia.

Il virus ha invertito i ruoli. Gli eroi sono gli indiani. Loro difendono Fort Apache. Sono i soldati in trincea, l’esercito in prima linea. Sono i militari di truppa e i sottufficiali che eseguono gli ordini e spesso si ammalano e muoiono. Non lo difendono i generali che polemizzano su chi sceglie la strategia della guerra. Su chi ordina di tenere aperto o meno una zona del conflitto. Non lo difendono quelli che traccheggiano e aspettano. Quelli che non hanno le palle per decidere. «Il coraggio è quando sei spaventato a morte, ma salti in sella comunque» spiegava John Wayne. Ma erano altri tempi.

Antonio Grassi

 

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