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Le enclave del Po: il pezzo di
Polesine a Stagno e la 'zanzara'
di San Daniele nel parmense

Ma il Grande fiume, per conoscerlo bisogna viverlo. Solo chi è nato, cresciuto, lavora e vive tra le sue nebbie e i suoi pioppeti, cammina sui suoi vasti spiaggioni e ne solca le acque in barca, può dire di conoscerne i segreti. Quelli che il Po stesso confida agli amici fidati

SAN DANIELE PO – Quando si parlava di sfumature di rosso, fino a non tanto tempo fa, la mente dei più sarebbe corsa inevitabilmente alla celebre trilogia erotica dell’inglese E.L.James.

Oggi i tempi sono molto cambiati, secondo qualche virologo anche l’erotismo sarebbe pericoloso, e alle sfumature hanno fatto posto le macchie: quelle di una Italia falcidiata dalla pandemia e guidata da governanti che hanno pensato, in questi mesi, di uscire dai problemi a suon di monopattini, banchi a rotelle, bonus vacanze e bonus biciclette.

Gli stessi che meno di un anno fa davanti alle telecamere e ai microfoni dichiaravano, con spavalda sicurezza, che nel nostro Paese non vi era rischio alcuno, salvo poi decretare il lockdown qualche settimana dopo.

Ci sarebbero voluti Don Camillo e Peppone che, pur nella profonda divisione ideologica, riuscivano sempre a trovare le soluzioni migliori per il bene comune, senza interessi di parte né di bottega. I nostri governanti, invece, a forza di annaspare e di pensarne una più del diavolo, sono arrivati ai giorni nostri, quelli in cui stando sull’una o sull’altra riva del Grande fiume, sembra di vivere in Stati diversi.

In attesa di sapere se ci chiederanno anche il passaporto per transitare da una regione all’altra, chissà se qualcuno li ha informati del fatto che il Po non è un confine naturale. Lo è, forse, nelle menti argute degli “espertoni” plurilaureati o dei cosiddetti membri del famigerato comitato tecnico-scientifico.

Ma il Grande fiume, per conoscerlo bisogna viverlo. Solo chi è nato, cresciuto, lavora e vive tra le sue nebbie e i suoi pioppeti, cammina sui suoi vasti spiaggioni e ne solca le acque in barca, può dire di conoscerne i segreti. Quelli che il Po stesso confida agli amici fidati.

Così accade che a Stagno Lombardo, nel bel mezzo della fertile pianura lombarda, vi sia un gruppo di case dimenticate da molti, ma non da tutti, che a tutti gli effetti appartengono alla giurisdizione di Polesine Zibello.

Ci vive una sola persona, un frontaliere del fiume, che paga la tasse e vota nel Comune di Polesine Zibello. Oggi in zona arancione, ma isolato da quella rossa e dal fiume. Per lui, che il profumo del culatello, lo sente solo arrivare dalla sponda opposta, trasportato dalle nebbie padane, andarci a comprare anche solo un filone di pane nel posto più vicino e raggiungibile, Stagno Lombardo, sarebbe tutte le volte una “minaccia”, col rischio di vedersi rifilare una sanzione, e che sanzione, per aver oltrepassato i confini comunali, provinciali e regionali.

Ci vuole il buonsenso (quello che tante volte manca sui romani scranni) della gente del fiume per evitargli grane quotidiane. Chissà se, di questi tempi, si sente in qualche modo uno straniero in patria. Ma accade anche la situazione opposta. Sulla riva destra, a ridosso del “martoriato” ponte “Giuseppe Verdi”, una località dimenticata dai più, il cui nome è tutto un programma, “La Zanzara”, tutta immersa nella golena emiliana ma di giurisdizione lombarda: Comune di San Daniele Po, provincia di Cremona, Regione Lombardia. Oggi zona rossa, nel bel mezzo di quella arancione.

Un gruppo di casupole e di baracche, rifugio occasionale di pescatori e cacciatori; un attracco fluviale del tutto abbandonato e ciò che resta dello storico ristorante “La Zanzara”, chiuso da qualche decennio, ma ben vivo nella mente di coloro che tra le sue mura hanno portato, magari sulla canna della bicicletta, mogli, morose e, perché no, amanti.

Un angolo di fiume pittoresco, prediletto da camminatori e ciclisti che, come il frontaliere di Stagno Lombardo, rischiano grane per aver valicato i confini comunali, provinciali e regionali. Magari da soli, dove non c’è anima viva, fuori dal mondo, dove è ben difficile immaginare che il Covid possa arrivare.

Tra le sale devastate del vecchio ristorante, giacciono inermi, a terra, ancora oggi, le lettere che il vecchio proprietario aveva inviato agli Enti locali chiedendo interventi concreti e reali a favore di quella località. “Cosa si intende fare – chiedeva già trent’anni fa – del turismo fluviale? Quale è il reale interesse delle amministrazioni?”. E’ morto senza trovare risposta ad una domanda mai passata di moda.

Già, cosa si intende fare del turismo fluviale? Vederlo come un asso da giocare se e quando ci sarà la ripresa o decretarne direttamente la cremazione? Individuare nelle eccellenze e nelle peculiarità dei piccoli borghi, nei boschi incantati della golena, nella buona tavola delle nostre terre, i primi segni di una lenta ripresa da avviare ora e subito? O uccidere per sempre i nostri piccoli paesi? A chi vive sul fiume, oggi, non resta solo che continuare a camminare, e non importa se tra macchie di rosso o di arancio, fermandosi talvolta accanto ai pioppeti o agli spiaggioni, masticando come Giovannino Guareschi un filo d’erba e, come lui, dire ancora una volta: si sta meglio qui, su questa riva”.

Di qualsiasi colore sia.

Paolo Panni – Eremita del Po – (testo e foto)

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