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Cosa non ha funzionato nella sanità territoriale: l'analisi del dottor Cuzzoli

Uno tsunami che ha portato a 76mila contagi tra la fine di febbraio e aprile, ma anche circa 14mila vittime e oltre 1.300 malati finiti in Terapia intensiva, nonché altre 10mila persone ricoverate: “Questi numeri sono quelli del fallimento della sanità italiana” commenta Cuzzoli.

E’ stato definito uno tsunami, perché di fatto ha travolto e spazzato via tutto, dal momento che mancavano gli argini di contenimento territoriali: l’epidemia da Covid ha messo alla luce i nervi scoperti della sanità territoriale, un sistema che di fatto non ha funzionato come avrebbe dovuto. “Quel 21 febbraio sono arrivati al nostro pronto soccorso 201 pazienti da Codogno” racconta Antonio Cuzzoli, già primario del Pronto Soccorso e della Medicina d’Urgenza dell’Ospedale di Cremona. “Arrivavano molti pazienti in avanzato stadio di malattia, perché nessuno li aveva curati tempestivamente a casa”. Uno tsunami che ha portato a 76mila contagi tra la fine di febbraio e aprile, ma anche circa 14mila vittime e oltre 1.300 malati finiti in Terapia intensiva, nonché altre 10mila persone ricoverate: “Questi numeri sono quelli del fallimento della sanità italiana” commenta Cuzzoli. Ma da dove nascono i probemi? Sicuramente su diversi fronti.

IL NODO NORMATIVO. “La riforma sanitaria voluta dal governatore Maroni 2015 (legge 23) ha introdotto delle modifiche nella sanità territoriale con l’avvio di nuovi organi di controllo molto teorici, le Ats” spiega Cuzzoli. “Accanto a questo non è stato applicato il Decreto del novembre 2011, secondo cui al taglio in sanità si sarebbe dovuta accompagnare una riforma sanitaria territoriale. Il decreto parlava di avviare strutture che restassero aperte 12 ore al giorno e gestite da gruppi di medici di base, con l’implementazione di una capacità diagnostica che sgravasse le strutture sanitarie. Cosa che invece non è mai avvenuta”.

IL CONTRACCOLPO SUL PRONTO SOCCORSO. Questa situazione ha impattato sugli ospedali: “Negli ultimi 10 anni la domanda sanitaria si è riversata nei Pronto Soccorso, cosa che negli ultimi 5 si è accentuata ed è arrivata addirittura a esplodere con la pandemia da Covid-19” sottolinea l’ex primario, che ha dovuto gestire la struttura di Cremona proprio nel periodo più nero della pandemia. Insomma, il cittadino, in assenza di una risposta chiara e univoca da parte della medicina territoriale, non ha potuto fare altro che riversarsi sulla medicina d’urgenza, affollando le strutture anche per problematiche che avrebbe potuto gestire la medicina territoriale.

LA MANCATA RIORGANIZZAZIONE DELLA MEDICINA TERRITORIALE. Il problema nasce dall’alto. Nella riforma sanitaria della Lombardia le Ats sono rimaste organi incompleti, in quanto tutto viene deciso a livello regionale, compresi i soldi, che rimangono accentrati a più alti livelli. “Le Ats così come sono pensate non funzionano e la loro identità va rivista” precisa Cuzzoli. “Dovrebbero coordinare la medicina territoriale, creare una sintesi di unione tra organi amministrativi e organi assistenziali. Ma questo non ha funzionato. Ci si trova in una situazione di caos in cui ogni Ats agisce un po’ come gli pare e non ci sono delle linee guida univoche. Ma in uno stato emergenziale le misure vanno centralizzate non delegate localmente. La sanità deve prendersi carico del cittadino, senza dover ricorrere ad atti di eroismo. Oggi le persone che hanno bisogno di sanità devono chiamare il 118 ed è qui che fallisce il sistema e con esso si ingolfano le strutture sanitarie ospedaliere. Proprio perché manca la risposta territoriale”.

COSA E’ SUCCESSO DURANTE L’EMERGENZA COVID. La disorganizzazione ha portato ad una gestione dell’emergenza piuttosto schizofrenica, su tutta la Regione, ma anche in Italia. “Abbiamo portato i poveri medici di medicina generale a doversi battere all’arma bianca contro carri armati” spiega ancora Cuzzoli.

Medici che, in assenza di direttive precise, si sono mossi a propria discrezione: chi ha lottato in prima linea, e a volte purtroppo rimettendoci anche la vita, chi invece non si è fatto trovare dai propri pazienti e ha rifiutato di visitare. “Sono state introdotte le Usca, che hanno però iniziato a lavorare decisamente in ritardo. E soprattutto in numero troppo basso: 20 unità di fronte a un’Ats Valpadana che ha circa 800mila residenti. Questo spiega per quale motivo gli ospedali siano poi entrati in crisi. Il modello vincente delle tre T (testare, tracciare e trattare tempestivamente i pazienti e confinare casi positivi nello spazio più breve e nel tempo) non è stato attuato in modo concreto”.

Non è tutto: “Altro errore è stato chiudere gli ospedali destinandoli solo ai pazienti Covid. Si sarebbero dovute predisporre delle strutture di degenza a non elevata intensità di cura per tutti quei ricoverati che non erano in condizioni di urgenza. Noi medici abbiamo dovuto reagire in maniera eroica per carenze strutturali e organizzative”.

IL NODO TAMPONI. A pesare anche il ritardo sull’effettuazione dei tamponi, che nella prima fase “venivano fatti direttamente in Pronto Soccorso, con tempi di attesa per l’elaborazione di 24 ore” spiega ancora l’ex primario. “Questo ha comportato un enorme ritardo nel trovare i positivi in Lombardia, consentendo così al virus di circolare rapidamente”. Ma anche in questa seconda ondata pandemica la situazione è caotica: quello dei tamponi non dovrebbe essere un lavoro da fare in ospedale, ma da adibire alla medicina territoriale. Neppure i Drive in hanno senso, perché non si può lasciare la gente per ore in coda per fare un tampone”.

LA SECONDA ONDATA. Ma se molte cose tra febbraio e maggio non hanno funzionato, sembra che il sistema territorio non abbia imparato dai propri errori. “Chi si trova adesso in maggiore difficoltà dal punto di vista dei contagi, ossia la parte di Lombardia che inizialmente non era stata coinvolta dalla pandemia, sta vivendo gli stessi problemi che avevamo vissuto noi allora. Questo seconda ondata è la misura del nostro fallimento, per un insufficiente coordinamento sanitario, tra i vari livelli coinvolti, dal governo ai territori”.

COME REAGIRE. E’ quindi il momento di guardare avanti, ma non troppo, prendendo in mano la situazione. “Dobbiamo interrogarci su quanto sia accaduto nell’ambito dell’emergenza Covid” commenta ancora Cuzzoli. “Dobbiamo capire cosa è mancato, cosa non ha funzionato. Servono dei tavoli tecnici, non per fare l’elenco di morti e contagiati, ma per creare delle nuove strategie. Bisogna riorganizzare la sanità territoriale, consentendo ai medici di medicina generale di essere maggiormente protagonisti. Di fare i tamponi, di predisporre la campagna vaccinale per l’influenza. Di poter essere un filtro, prima che il cittadino si rivolga alla medicina d’urgenza. Dunque è necessario agire in fretta, anche perché probabilmente ci saranno altre ondate di Covid. Ed è urgente rispondere ad alcune domande: quale dovrà essere il ruolo di Ats e come dovrà essere riconvertita? Come dovranno agire i presidi territoriali? E che convenzione dovrà avere il medico di medicina generale? E’ necessario ridefinire i ruoli in tutta la filiera del sistema sanitario”.

IL TEMA DELL’UNIVERSITA’. Un ulteriore problema è quello della formazione: “Noi medici d’urgenza denunciamo da anni il fallimento dell’attività di formazione dei medici” conclude Cuzzoli. “Abbiamo una carenza enorme di forze, eppure il Miur non si è mai mosso in questa direzione puntando sulla creazione di nuove figure professionali nella medicina. E oggi la carenza è gravissima, considerando anche che molti medici sono prossimi alla pensione. Bisogna correre ai ripari”.

Laura Bosio

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