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Il Covid, Blaise Pascal e
l'infermiera: scommettere per
le cose più care che abbiamo

C'è chi ancora lotta in ospedale. E c'è chi ancora pensa che il virus non esista, che sia tutta un'invenzione, un complotto, una delle tappe della dittatura sanitaria mondiale
Oglio Po (Foto Stefano Superchi)

VICOMOSCANO – C’è chi lotta, ancora chi lotta contro il virus in ospedale. 27 i pazienti in Oglio Po che hanno a che fare con il Covid, 2 in maniera più seria in terapia intensiva e gli altri 25 in maniera meno grave (ma non per questo meno provante o altrettanto seria) nell’area Covid di uno dei due reparti di medicina del nosocomio Casalasco. “Ne passano ancora tanti di positivi, non è ancora il momento di rilassarci” ci dice un’infermiera amica, impegnata dall’inizio come tanti, come tutti in una ‘missione’ durissima.

Lascerà segni, tanti già li ha lasciati in chi ha avuto la sfortuna di incontrare il virus sulla sua strada. Anche nei guariti, soprattutto in chi ce l’ha fatta restano segni di natura fisica ma soprattutto psicologica sui quali un giorno bisognerà intervenire. Paura di uscire di casa, ansia generalizzata, frustrazione, alterazione dello stato dell’umore.

C’è chi ancora lotta in ospedale. E c’è chi ancora pensa che il virus non esista, che sia tutta un’invenzione, un complotto, una delle tappe della dittatura sanitaria mondiale. C’è chi nega. E c’è chi soffre. Chi ha perso persone care, chi non le ha neppure potute vedere prima dell’ultimo viaggio.

Un messaggio ci ha colpito ieri, e riportiamo qui a testimonianza di una lotta che continua nonostante tutto (e tutti): “Mi sono svegliata oggi – scrive S.C. – pensando che non devo mollare, anche se sono ancora in un letto d’ospedale travolta da una stanchezza non solo fisica ma anche mentale. I medici mi hanno detto che sono i sintomi del covid. Sono arrivata venerdi con la sensazione d’essere stata travolta da un treno in corsa. Ho lottato con tutte le mie forze… volevo vivere… volevo combattere il mostro covid! Volevo farvi sapere che lui è proprio un mostro con tante teste. Mi dicono tutti che sono una roccia. Spero, spero di ritornare la S., l’infermiera, la donna, la moglie, la mamma di prima”.

E’ il messaggio di una mamma, di un’infermiera positiva. E’ il messaggio, dolcissimo e forte nella sua semplicità, di chi il Covid lo ha conosciuto e continua ad averlo a fianco e dentro in un letto di ospedale. E’ comparso nello spazio social dell’Ospedale Oglio Po. Un grido di dolore e di lotta.

Il Covid c’è, e colpisce forte. Anche se esiste qualche strumento in più per combatterlo e forse più vaccini che ci copriranno tutti prima o poi. Che ci consentiranno, forse un giorno, di riabbracciare l’alba, oltre che le persone di cui abbiamo dimenticato la forza dell’abbraccio. Non è ancora tempo adesso, e forse non lo sarà domani perché lunga e tortuosa è ancora la strada. Ma – alla Blaise Pascal che spiegava che bisognava scommettere sull’esistenza di Dio pur non potendo avere prova della sua esistenza – a noi più terreni non resta che scommettere sull’esistenza di un domani migliore, di un futuro, di una speranza capace di concretizzarsi. E andare avanti.

Proprio come l’infermiera che combatte in ospedale, aggrappati alle cose più care che abbiamo.

Nazzareno Condina

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