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Paolo Panni, due avvistamenti insoliti: Volpoca e la rarissima Cicogna Nera

Sullo spiaggione di Motta Paolo è riuscito ad immortalare la Volpoca, stesso uccello immortalato anche dal sindaco di San Daniele Davide Persico. Ancor più raro il secondo avvistamento, quello della cicogna nera, fotografata a Roccabianca

MOTTA BALUFFI – Due avvistamenti, di grande rilievo, sono stati fatti dall’eremita del Po Paolo Panni a Motta Baluffi e a Roccabianca. Sullo spiaggione di Motta Paolo è riuscito ad immortalare la Volpoca, stesso uccello immortalato anche dal sindaco di San Daniele Davide Persico.

VOLPOCA – Dal sito uccellidaproteggere, curato da LIPU e dal Ministero dell’Ambiente (LINK) leggiamo che le volpoche (che devono il loro nome al fatto che costruiscono i nidi scavando un buco nel terreno proprio come le volpi) popolano le zone costiere fangose o sabbiose, estuari, paludi o piane interessate dalle maree, ma frequentano anche aree interne che costeggiano saline o laghi salmastri. Nella stagione fredda si riuniscono in stormi molto numerosi, che possono raggiungere alcune migliaia di individui.

Lunga tra i 55 e i 65 centimetri, ha un’apertura alare che può raggiungere il metro e 20. La conformazione è molto simile a quella dell’Oca selvatica, da cui però si differenzia marcatamente per i colori. In prevalenza le piume sono candide, mentre la testa e il collo sono verde scuro, con due macchie nere sul dorso e la caratteristica fascia rosso-bruna che le fa da collare. Una spessa striscia le tinge di scuro quasi tutto il ventre, così come la punta delle penne della coda e delle remiganti alari.

La completa perdita delle penne di coda e ali nella fase di muta impedisce alla Volpoca di prendere il volo finché la livrea non si è del tutto riformata.  Le zampe sono color carne, mentre il becco, rosso acceso in primavera, tende a sbiadire con l’arrivo dell’autunno. I maschi si distinguono per le dimensioni maggiori e per la protuberanza sul becco che si manifesta nel periodo della riproduzione, mentre le femmine hanno una macchia bianca tra il becco e gli occhi e presentano un piumaggio dai toni più tenui e meno contrastanti, con la fascia scura del ventre che quasi non si nota.

Scelto il sito per la nidificazione, la coppia entra in possesso del suo territorio che difende dagli intrusi. Una volta deposte le uova, da sette a quattordici, la femmina cova per 26-30 giorni; dopo la nascita, i pulcini restano nel nido non più di due mesi. Per questo i pulcini devono imparare in fretta a nutrirsi da soli. Appena nati, la madre li porta sull’acqua per renderli al più presto abili nel nuoto e nella ricerca del cibo. L’alimentazione di questa specie è davvero varia e associa a sementi, erbe bacche e alghe, anche cibo di origine animale come pesciolini, molluschi, chiocciole, insetti, vermi, crostacei, larve e altri piccoli organismi. Per saziarsi le volpoche procedono con lentezza nell’acqua bassa, dove immergono il becco, utilizzandolo come filtro per trattenere il cibo.

Pur figurando tra le specie classificate come “sicure” a livello europeo, la Volpoca è inserita nella Lista Rossa Nazionale perché considerata “in pericolo” ed è protetta dalla legislazione venatoria italiana. L’esiguità delle popolazioni presenti nel nostro Paese, infatti, rende la specie assai vulnerabile. Ampiamente distribuita dall’Europa all’Asia, in Italia la sua presenza è molto più instabile. Il territorio nazionale è interessato infatti dal passaggio di contingenti migratori (da cui il nome dialettale “Africa” con cui è conosciuta), provenienti da un ampio bacino geografico che va dalle coste mediterranee della Francia all’area baltica svedese, fino al Mar Nero e oltre. Sono inoltre presenti gruppi stanziali, localizzati soprattutto in Sardegna. Gli esemplari che nidificano nel nostro Paese si stabiliscono in genere nelle valli da pesca e, in misura minore, nei pressi di saline, lidi e lagune, anche se si osservano sempre più spesso nidi posti nei campi di grano.

Nell’Unione europea nidifica tra il 5 e il 24% della popolazione globale di volpoche e tra il 69-74% di quella continentale. Tradotto in cifre, si tratta di un numero di coppie compreso tra le 31 mila e le 45 mila, con 390 mila individui svernanti. Dopo un largo aumento che ha contraddistinto il ventennio 1970-1990, si è verificata una fase di stabilità del numero delle coppie che nidificano e una leggera diminuzione del contingente svernante nel decennio successivo.

In questo quadro, i casi che interessano il territorio italiano risultano marginali, seppur in crescita nel corso degli anni Novanta. Dati del 2000 parlano di 99-129 coppie che hanno fatto il nido in Italia. Gli individui svernanti sulle coste del Paese nel 1999 sono stati 7.194, cifra massima raggiunta in quel decennio. Inoltre quasi tutti gli esemplari di Volpoca nella nostra Penisola (90%) tendono a concentrarsi in soli nove siti rispetto agli 85 occupati almeno una volta. E ventisette di questi non superano medie di dieci individui, mentre un numero rilevante di siti ha visto la presenza di uno o al massimo due volpoche.

Le principali zone in cui si stabilisce questa specie sono la costa pugliese tra Manfredonia e Margherita di Savoia (che, con oltre 4.200 presenze, è l’unica di rilevanza internazionale), il Delta del Po, la laguna di Venezia, le saline di Cervia nel Ravennate, le valli di Comacchio e Mezzano nel Ferrarese, diversi siti della Sardegna (Cagliari, Oristano e Sinis, Palmas e Sant’Antioco) e in misura minore la Sicilia, in particolare l’oasi di Vendicari in provincia di Siracusa e le saline di Trapani. Nel complesso la popolazione presente sul territorio italiano, pur non essendo particolarmente significativa a livello europeo, riveste un certo interesse per quanto riguarda le zone umide dell’Alto Adriatico, che risultano di primaria importanza nel contesto dell’intero Mediterraneo. In tali siti la specie è in costante aumento rispetto alle rilevazioni dei primi anni Novanta, nidificando non solo nei lidi ma anche sulle barene (gli isolotti fangosi che punteggiano le lagune), comprese quelle artificiali, valli da pesca e casse di colmata.




Ancor più raro il secondo avvistamento, quello della cicogna nera, fotografata a Roccabianca.

LA CICOGNA NERA – La Cicogna nera è un uccello dalle dimensioni notevoli: solo leggermente più piccola della “cugina” Cicogna bianca, può raggiungere i 3 kg di peso, per una lunghezza di poco inferiore al m e un’apertura alare in grado di raggiungere anche i 200 cm. Risaltano le lunghissime zampe rosse, e rosso anche è il becco, e il contorno degli occhi. Nero è invece il piumaggio, contrastato da sfumature più chiare sul ventre, dove spiccano alcune piume biancastre.

Rarissima in tutta Europa, la Cicogna nera è ancor più rara in Italia, dove nidifica stabilmente solo da poco più di 15 anni. Pochissime, peraltro, le coppie censite, principalmente concentrate in Piemonte, mentre più di recente sono state accertate nidificazioni anche più a sud, tra Lazio, Basilicata e Calabria.

Specie prevalentemente forestale, la Cicogna nera predilige boschi maturi e poco disturbati, con ampia presenza di corsi d’acqua, stagni, paludi, praterie umide. Una specie dalle esigenze ecologiche particolarmente complesse, dunque, che necessità di grandi alberi – e occasionalmente pareti rocciose – per nidificare, e allo stesso tempo di vasti ambienti umidi in cui procacciarsi il cibo, costituito prevalentemente da pesci, anfibi e rettili.

A parte il modestissimo contingente italiano, la specie è presente – con una distribuzione comunque limitata – nell’Europa occidentale, e segnatamente nelle porzioni centrali e orientali della regione iberica, che ospitano le popolazioni più importanti. In Europa centro-orientale la Cicogna nera si comporta come migratore, mentre le popolazioni spagnole denotano un comportamento più sedentario. L’Italia, che per molti individui rappresenta solo un luogo di passaggio per raggiungere i quartieri di svernamento, vede negli ultimi anni una presenza sempre più consistente di individui svernanti.

La Cicogna nera è entrata da poco a far parte dell’avifauna italiana, ed è impossibile predire l’esito della colonizzazione, nonostante il trend orientato, in termini percentuali, al deciso incremento. Più utile è analizzare le minacce che hanno pesato – e in parte ancora pesano – sulla popolazione “comunitaria” e continentale della specie.

A causare un forte impatto negativo sulle popolazioni è stato senza dubbio il degrado dell’habitat, e in particolare la distruzione o l’alterazione degli ambienti forestali dove la specie vive e nidifica. Più nel dettaglio, pressioni sulla specie sono state certamente esercitate dal cambiamento del sistema idrografico, che ha avuto ripercussioni notevoli sulla disponibilità di prede, essendo la specie, dal punto di vista delle esigenze ecologiche, particolarmente legata alla disponibilità di corpi idrici posti nelle immediate vicinanze dei siti di nidificazione.

A livello europeo, poi, un’importante minaccia per la Cicogna nera è costituita dall’impatto coi cavi aerei. A differenza di altre specie legate – in vario modo – alle aree umide, la specie tende a costruire il nido anche su alberi piuttosto vecchi e alti, e a scegliere quindi foreste mature, la cui disponibilità appare in netto calo a livello continentale, mentre a giocare a sfavore è anche il disturbo umano presso i siti di riproduzione.

La dipendenza della specie da corpi idrici adeguatamente ricchi di prede emerge anche studiando la piccola popolazione italiana. In Piemonte, in particolare, la Cicogna nera si avventura fino alle aree risicole, per procurarsi il cibo, specialmente in annate di scarsa piovosità in cui i torrenti nel bosco restano in secca e le aree allagate artificialmente dall’uomo diventano un sito di foraggiamento potenzialmente idoneo.




N.C.

 

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