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I papà chierichetti per la messa di San Giuseppe nel Duomo di Casalmaggiore

A conclusione della Santa Messa, davanti all’effige del Santo e vicino ai disegni affissi su una bacheca colorati dai bambini partecipanti alla celebrazione, il parroco ha benedetto i ceri e le piccole icone da portare a casa per chi volesse tramite un’offerta.

Testo e foto dal sito delle Parrocchie di Casalmaggiore (foto Bini)

CASALMAGGIORE – Una nuova luce illumina la figura di San Giuseppe. E non solo grazie alle parole dell’abate parroco don Claudio Rubagotti durante la sua intensa omelia; ma anche per via delle nuove luci installate all’interno del Duomo, capaci di dare nuovo splendore all’architettura, agli ambienti e alle opere d’arte presenti all’interno dell’edificio sacro.

In tempi nei quali il Papa Francesco ha indetto l’Anno Speciale di San Giuseppe è proprio davanti alla pala del Santo, nuovamente valorizzata con i nuovi fari a led, che si è conclusa la Santa Messa per celebrare la Festa del Papà per la solennità dello sposo di Maria, iniziativa organizzata dalle Parrocchie di Casalmaggiore. Un momento di festa e di preghiera – grazie ai canti di Mario Bissolati e alle musiche all’organo di Palmiro Froldi -, insieme all’assemblea e ad alcuni papà che si sono offerti, almeno per una sera, di essere ministranti sull’altare vicino a Don Claudio e don Arrigo.

L’omelia di don Claudio: «Se abbiamo compreso da poco la figura di Giuseppe, chissà quante cose abbiamo ancora da scoprire»
Durante l’omelia il parroco Don Claudio ha riflettuto dunque sulla figura di Giuseppe, la sua storia e del suo ruolo all’interno della redenzione cristiana. «Siamo appunto qui a rendere lode e onore a un grande Santo: Giuseppe. Vorrei perciò esprimere due pensieri con voi. Il primo è che, di fatto,  abbiamo messo una cifra a comprendere la grandezza di questo santo. Pensate appunto che lo dobbiamo un grande Papa Pio IX che nel 1870 dichiarò San Giuseppe patrono universale della Chiesa, mentre Papa Giovanni XXIII lo inserì nel Canone Romano in cui c’erano già personaggi importanti: Stefano, Barnaba, Ignazio, Perpetua, Agata, Lucia. Mancava Giuseppe. È mai possibile questo? Infatti, a parte delle eccezioni, tipo San Bernardino da Siena, Giuseppe è stato ad un certo punto messo nell’oblio. La Chiesa era imbarazzata: come possiamo appunto mettere un uomo giovane accanto a Maria?

Ecco le immagini molto forti di un Giuseppe vecchio o addormentato. Abbiamo dei quadri bellissimi però di una tristezza enorme perché mentre Maria allatta lui dorme, al “dòrma sémper”, e se non dorme non fa altro come se non c’entrasse nulla con la scena. Non è così. Tant’è vero che era impensabile come un uomo anziano si sposasse, perché il matrimonio era per chi poteva garantire il futuro Messia; era un’attesa molto forte quei tempi. E poi Giuseppe nel Vangelo lo vediamo un uomo intraprendente, un uomo che decide; è grazie a lui che Maria appunto può avere suo figlio. È un uomo che va a Betlemme perché lui è giudeo, discendente da Davide; è l’uomo che si sveglia, prende tutto e pare per l’Egitto come profugo. È un uomo che ritorna e va a Nazareth; è l’uomo che non parla ma agisce. Allora il primo pensiero è questo: se la Chiesa ha impiegato migliaia di anni per recuperare questa grande figura di Giuseppe, padre e sposo di Maria, che bello! Vuol dire allora che abbiamo ancora tante cose da comprendere. Diceva il gesuita Teilhard de Chardin che noi siamo semplicemente nell’ infanzia dell’umanità, mentre noi a volte diciamo come siamo alla fine…

Mi piace pensare che come abbiamo compreso proprio in questo secolo la figura di Giuseppe, chissà quante cose ancora potremo comprendere. È un po’ come il nostro Duomo: quando don Angelo mi ha suggerito di curare e di mettere mano all’impianto fatto da don Alberto perché ormai le luci non rendevano più, io gli ho dato credito però con qualche dubbio; con tutte le cose da fare… Perché non pensavo che avremmo avuto questa illuminazione. Guardatevi attorno: tutto cambia. Ecco così appunto è la nostra storia: chiamati a riscoprire e renderci conto che una luce diversa ci fa comprendere colori, forme e situazioni nuove».

«La nostra realtà di redenzione è fragile, la forza del cristianesimo è la fede abitata da Dio»
«L’altro pensiero è legato al fatto che la redenzione del Signore – Giuseppe è colui che accudisce l’inizio di Gesù –, la salvezza che ha dovuto portarci ha un inizio ed una fine che sicuramente non sono spettacolari.  Abbiamo ascoltato il Vangelo secondo Matteo: quest’uomo, sposo di Maria, nel momento in cui va a vivere insieme alla sua donna, alla sua sposa, scopre che lei è incinta e che lui non è il padre. È un dramma. Tant’è vero che l’evangelista sottolinea come egli era un uomo sia giusto – perché non può mettersi insieme ad una peccatrice –; ma nel contempo è anche un uomo buono, pertanto non vuole ripudiarla pubblicamente perché altrimenti l’avrebbero lapidata. Quindi l’inizio della redenzione è un inizio tragico. Un uomo con dei sogni infranti, preso dalla confusione su cosa fare con questa ragazza, con questo figlio che non è suo.

Ma anche la fine della redenzione non è altrettanto straordinaria o meglio spettacolare: abbiamo delle donne che vanno al sepolcro per un imbalsamare – non perché attendono un Gesù risorto – e trovano una tomba vuota. Quindi una realtà che nasce e finisce in modo estremamente fragile, in modo non consueto, non come vorremmo che fosse edificata la nostra fede. Tornando alla situazione di Giuseppe, noi sappiamo come al tempo dei primissimi secoli cristiani ci prendevano in giro sia da parte ebraica sia da parte romana: come fosse stato un soldato romano a mettere incinta Maria – lo chiamavano Pantera ed esisteva tutta una letteratura a proposito –, mentre altri parlavano di uno stupro. Sono cose forti ma la realtà è questa; qui non stiamo pettinando le bambole e neppure le caprette. Quindi capite che il cristianesimo si colloca in mezzo ad una realtà veramente sconveniente: un uomo confuso, una tomba vuota.

Eppure, questa è la nostra forza. Quando c’è qualcuno che vuole demolire il cristianesimo io dico «non preoccupatevi che ci pensa già cristianesimo ad autodemolirsi». Ci pensano già i Vangeli a presentarci dei tratti nei quali noi siamo allibiti: «Ma perché questa tomba dev’essere vuota?», «Perché queste donne devono andare ad imbalsamare», «Perché questo uomo deve essere confuso?», «Perché questa ragazza non deve avere dei testimoni?» Perché, perché, perché… È proprio questa la forza del cristianesimo: proprio perché è fragile dal punto di vista dell’uomo – quest’uomo che vuole sicurezze, garanzie, prove, spettacolo – questa fede è abitata da Dio. Anche noi siamo così fragili, anche noi siamo così confusi come Giuseppe, anche noi siamo così esposti come Maria. Anche noi piangiamo i nostri morti senza credere che risorgano, anche noi siamo allibiti davanti ad una tomba vuota. Ma il Signore attraversa anche noi.»

La benedizione dei ceri
A conclusione della Santa Messa, davanti all’effige del Santo e vicino ai disegni affissi su una bacheca colorati dai bambini partecipanti alla celebrazione, il parroco ha benedetto i ceri e le piccole icone da portare a casa per chi volesse tramite un’offerta, insieme alla Lettera Apostolica del pontefice Patris Corde (“con cuore di padre”) per poter pregare questa figura, come ha spiegato il parroco durante la sua omelia, “illuminata” di nuovo da poco.

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