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Misteri del Po. L'Ultima cena
di Monticelli ispirò Leonardo?

Resta tuttavia il fatto che il grande scienziato, pittore, architetto e inventore, unanimemente considerato come uno dei più grandi geni dell’umanità aveva probabili legami con Piacenza e il suo territorio

Il quattrocentesco affresco in cui è rappresentata l’Ultima Cena, conservato nella maestosa rocca Pallavicino Casali di Monticelli d’Ongina, potrebbe avere ispirato il celeberrimo pittore, architetto e scienziato Leonardo Da Vinci per la realizzazione del Cenacolo Vinciano? Un’ipotesi suggestiva e misteriosa, a quanto pare fondata.

L’Ultima Cena dipinta da Leonardo, conservata nel refettorio del santuario di Santa Maria delle Grazie in Milano, considerata come una delle opere d’arte più importanti, a livello mondiale, di tutti i tempi, potrebbe aver trovato nel dipinto monticellese la sua origine.

Non lo dice il sottoscritto, che non ne ha nemmeno la competenza, ma lo ha affermato il famoso critico d’arte Vittorio Sgarbi che, durante una sua conferenza pubblica di pochi anni fa (2018) avvenuta proprio nel popoloso centro della Bassa Piacentina, si è pronunciato in questo senso. Detto da uno della sua levatura culturale, e della sua esperienza in campo artistico, la cosa non può che sollevare notevole e comprensibile curiosità.

All’interno della rocca si trova la cappellina di Corte, affrescata nel XV secolo da Bonifacio e Benedetto Bembo, celebri pittori lombardi, voluta da Carlo Pallavicino, figlio di Rolando Il Magnifico, una volta nominato vescovo di Lodi, nel 1456 (su pressioni di Francesco Sforza). Già definita da Sgarbi come la “più importante opera italiana di decorazione tardogotica”, era utilizzata dal vescovo Carlo Pallavicino (morto nel 1497 in odore di santità) come cappella privata.

Ad impreziosirla vi è un interessante ciclo di affreschi con figure di angeli, profeti e personaggi dell’epoca, episodi della vita di San Bassiano da Lodi, San Giorgio che uccide il drago, la Vergine con i santi Bernardino da Siena e Bernardo da Chiaravalle, il Calvario, l’Annunciazione, la Deposizione dalla croce, i quattro evangelisti, un ritratto del vescovo Carlo Pallavicino (morto in odore di santità) e, appunto, l’Ultima Cena.

Quest’ultima potrebbe avere ispirato il celeberrimo pittore, architetto e scienziato Leonardo da Vinci per la successiva realizzazione della sua famosissima Ultima Cena conservata, come anticipato, nel refettorio di Santa Maria delle Grazie in Milano. Ad avanzare questa affascinante ipotesi è stato appunto Vittorio Sgarbi, celebre critico d’arte.

Da evidenziare che l’opera di Leonardo è stata realizzata fra il 1495 e il 1498, quella del Bembo solo pochi anni prima. Un elemento, quindi, che rende plausibile quanto ipotizzato da Sgarbi. Un mistero che ha subito affascinato e attirato diversi studiosi. Tra questi anche Laura Putti, autrice del libro che parla proprio della cappellina del castello che, nel corso anche di un sopralluogo tenuto all’epoca con il professor Edoardo Villata, docente alla Cattolica di Milano, autore di diversi studi sul patrimonio artistico del piacentino, ha mostrato una copia della prima bozza dell’opera di Leonardo; uno schizzo preliminare confrontato con l’affresco di Monticelli.

Secondo il professor Villata, la bozza in questione potrebbe dimostrare che Leonardo, prima di dipingere il Cenacolo, potrebbe aver osservato e preso ispirazione da un’opera precedente, una “Ultima Cena” tardo gotica lombarda, probabilmente realizzata all’interno del Ducato di Milano. Non significa quindi che si debba per forza trattare di quella di Monticelli, ma gli elementi comuni ci sono. Come osservato ancora da Sgarbi durante la conferenza, sia la posizione che la disposizione degli apostoli coincidono; stesso discorso per la direzione degli sguardi e il fatto che, a differenza di altre raffigurazioni dell’Ultima Cena, sia in quella di Leonardo da Vinci che in quella dei Bembo gli apostoli sono rappresentati “a due a due”. Sulla bozza di Leonardo sono indicati anche i nomi e anche su questo potrebbe aver preso spunto da un’opera preesistente.

Nell’affresco dei Bembo gli apostoli sono rappresentati con le aureole, ma è opinione di diversi studiosi che un tempo vi fossero invece proprio i nomi, poi tolti. Nel dipinto di Monticelli, su sfondo verde, spicca la tavola imbandita per la cena attorno alla quale si trovano Cristo e gli Apostoli, tranne Giuda, il traditore, raffigurato dalla parte opposta della tavola, separato quindi da tutti gli altri.

Gli apostoli sono rappresentati mentre conversano amabilmente tra loro mentre San Giovanni posa il suo capo sul petto di Gesù. Inutile dire che sulla figura di San Giovanni, l’apostolo prediletto da Gesù, si sprecano le posizioni, specie dopo l’uscita del celebre romanzo “Il Codice da Vinci” di Dan Brown che ha generato fiumi di parole circa la possibile presenza di Maria Maddalena, individuata come “compagna” di Gesù, nella figura di San Giovanni rappresentato, nel capolavoro di Leonardo , così come nell’affresco di Monticelli, con tratti apparentemente femminili e il volto efebico. Va però anche ricordato che la libertà romanzesca permette sempre ogni possibile invenzione e interpretazione ma, nel caso di Leonardo Da Vinci, va anche considerato che questi, nelle sue opere pittoriche, usa spesso linguaggi ermetici, occulti e misteriosi ed era ampiamente a conoscenza delle tecniche esoteriche, specie quelle legate al culto di Giovanni Battista e della Maddalena.

Di esoterismo era appassionato anche Bonifacio Bembo, che col fratello Benedetto dipinse la cappella di Monticelli. Altro aspetto che può dunque legare tanto le due figure di artisti quanto le due opere, rendendo la vicenda complessa, curiosa, affascinante ed enigmatica. Anche Bonifacio Bembo, insieme a Benedetto, nella realizzazione dei loro affreschi potrebbero avere utilizzato linguaggi ermetici ed esoterici? Una domanda che va ad aumentare il bagaglio di misteri di un castello che è famoso anche per altri enigmi che riguardano la cosiddetta presenza del celebre pozzo del taglio, di un tunnel nascosto che collegava maniero e chiesa collegiata e del probabile fantasma di Giuseppina, giovane ragazza assassinata nel 1872 da un suo pretendente, Giuseppe Modesti, con la sola colpa di averlo rifiutato. L’uomo, oltretutto, riuscì ad evitare la pena capitale dopo una rocambolesca fuga dal carcere di Parma, per poi diventare un ufficiale dell’esercito francese.

Tornando alla celeberrima figura di Leonardo Da Vinci, ad avvallare la possibilità che possa aver preso ispirazione a Monticelli d’Ongina, ci sono poi i suoi legami col territorio piacentino. E’ noto, ad esempio, che, da studioso e profondo conoscitore della natura e del Creato, eseguì importanti studi sull’antico mare che tra 5 e circa 2 milioni di anni fa occupava la Pianura Padana. In particolare si soffermò sui resti fossili, da lui definiti “njchi”, specie quelli del Piacenziano ritrovati nei pressi di Castell’Arquato e Lugagnano Val d’Arda. Per primo ne riconobbe l’origine organica e studiò le conchiglie raccolte nel piacentino mentre si trovava a Milano, impegnato a lavorare alla statua equestre di Francesco Sforza e li citò nel suo famosissimo Codice Leicester. Senza dimenticare poi il suo possibile legame con Bobbio. Infatti alcuni studiosi, una su tutti Carla Glori, sostengono che il paesaggio rappresentato ne La Gioconda sarebbe quello di Bobbio. Leonardo potrebbe averlo notato da una finestra del castello Malaspina Dal Verme. Inoltre il ponte che compare nella parte destra del dipinto sarebbe quello “del Diavolo” o “Ponte Gobbo”, sempre di Bobbio. Inoltre recenti approfondimenti hanno permesso di appurare che nel paesaggio reale della Val Trebbia si possono individuare ben dodici coordinate corrispondenti ad altrettanti elementi raffigurati nel quadro. C’è infine chi sostiene che allievi di Leonardo Da Vinci, se non addirittura lo stesso Leonardo, possano aver in parte lavorato alla Cappella Pallavicino della chiesa dell’Annunziata di Cortemaggiore o ai monumenti sepolcrali della nobile famiglia della basilica di San Lorenzo, sempre a Cortemaggiore. Ma questa ipotesi sembra essere decisamente remota. Resta tuttavia il fatto che il grande scienziato, pittore, architetto e inventore, unanimemente considerato come uno dei più grandi geni dell’umanità aveva probabili legami con Piacenza e il suo territorio (del resto la stessa vicinanza con Milano dove ha a lungo lavorato lo avvallano) e, quindi, non è affatto escluso che il “gioiello” gelosamente custodito nella rocca di Monticelli d’Ongina sia stato d’ispirazione per una delle opere d’arte più famose al mondo, anche per i suoi contenuti enigmatici.

Paolo Panni – Eremita del Po

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