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Il mondo del calcio ha
dimenticato Alberto Michelotti

Nel primo fine settimana senza Michelotti (inserito nemmeno due anni fa nella Hall of Fame del calcio italiano e, nel 2021, insignito del titolo di dirigente benemerito del comitato nazionale Aia) , invece, non una parola e, soprattutto, niente di niente per ricordarlo

Il mondo dello sport ha pianto, in questi giorni, la scomparsa di Alberto Michelotti. Non solo un grande arbitro internazionale ma, soprattutto, un Uomo (maiuscola non casuale) che si è distinto per intelligenza e simpatia, cultura e per quell’amore sconfinato, vero e radicato con cui ha tenuto alto, sempre, ovunque, e in ogni occasione, il nome della “sua” Parma, alla quale era visceralmente legato. Come era legato anche a Casalmaggiore e al Casalasco, non solo per chiari motivi di vicinanza, ma anche per i suoi trascorsi sportivi, da calciatore e da arbitro.

Non è comunque questa l’occasione, né la sede, per descrivere nuovamente la levatura sportiva e umana di Michelotti. Lo hanno già fatto altri, molto prima, molto meglio e più efficacemente di me.

Dal sottoscritto, durante l’ennesima camminata invernale tra i boschi del fiume, solo una domanda: Michelotti è già stato forse dimenticato da coloro che, forse prima e più di altri, avrebbero dovuto onorarne la memoria? Dimenticato anche da chi è occupato, giorno e notte, a dare la caccia all’ultima indiscrezione del calciomercato, come se fosse la notizia di tutti i tempi? Poi eventualmente smentita dai fatti nel giro di qualche ora? Magari vedendo in una smorfia di un calciatore chissà quale messaggio subliminale?

Abbiamo assistito, in questi mesi, a polemiche, sterili e inutili, circa l’opportunità di inginocchiarsi prima di una partita per lanciare un sacrosanto e doveroso messaggio contro il razzismo. Abbiamo ascoltato, nel tempo, e più volte, polemiche e lamentele su temi che non avrebbero meritato nemmeno un titoletto a fondo pagina.

Nel primo fine settimana senza Michelotti (inserito nemmeno due anni fa nella Hall of Fame del calcio italiano e, nel 2021, insignito del titolo di dirigente benemerito del comitato nazionale Aia) , invece, non una parola e, soprattutto, niente di niente per ricordarlo.

Non un minuto di silenzio sui campi professionistici, non una fascia nera al braccio da parte di calciatori e arbitri. Troppa fatica? Troppo impegno? Un dramma “perdere” un minuto? Un laccetto al braccio poteva costare una paralisi all’arto o avrebbe potuto favorire chissà quali nuovi contagi di chissà cosa?

Ognuno la pensi come vuole, e ci mancherebbe. Dai silenzi del fiume, dove si sta sempre meglio, dico, e non mi smuovo, che il mondo del calcio ha perso una occasione per fare bella figura. La dignità, del resto, non è in vendita.

Paolo Panni, Eremita del Po

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