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Giuseppe Verdi e i Taiarèn, il
legame con San Daniele Po

Uno dei suoi percorsi preferiti era quello che lo conduceva a San Daniele Po, dove andava a trovare l’allora parroco don Aroldo. Al maestro, raffinato buongustaio ed esperto di cucina, piaceva la cucina della Pèpa, la perpetua di don Aroldo

Il 27 gennaio di 121 anni fa concludeva la sua vita terrena il maestro Giuseppe Verdi, uno dei più grandi musicisti di tutti i tempi, ancora oggi vivo, più che mai, nelle sue immortali opere. Il Cigno di Busseto, come da sempre viene definito il maestro, aveva anche un legame particolare col territorio del fiume e con il cremonese. Una pagina a molti poco conosciuta riguarda, in modo particolare, il suo legame con San Daniele Po.

Nulla di inedito, nessuna scoperta eccezionale. E’ sufficiente mettere mano al libro Giuseppe Verdi un goloso raffinato, una raccolta di saggi uscita nel 2001, a cura di Andrea Grignaffini, Giampaolo Minardi, Corrado Mingardi, Mariangela Rinaldi Cianti, Raimonda Rocchetta Valesi. E’ qui che lo chef bussetano Ivo Gavazzi, esperto cultore verdiano, insignito nel 1967 del titolo prestigioso di Cuoco d’oro con le celebri Chicche del nonno da lui inventate (e da tempo pluri imitate). Ricorda che quando verdi si trovava nella sua residenza di Sant’Agata si recava spesso, in calesse, lungo l’argine del Po.

Uno dei suoi percorsi preferiti era quello che lo conduceva a San Daniele Po, dove andava a trovare l’allora parroco don Aroldo. Al maestro, raffinato buongustaio ed esperto di cucina, piaceva la cucina della Pèpa, la perpetua di don Aroldo. Così, ogni volta che Verdi era ospite in canonica, la Pèpa gli preparava uno dei suoi piatti preferiti, i Taiarèn, vale a dire dei tagliolini né piccoli né grandi, tagliati in modo irregolare. Gavazzi, autore per altro del recente libro Il Maestro è servito. Ventotto menu ispirati alla tavola e alla musica di Giuseppe Verdi (lo chef è stato anche il primo a riportare a tavola il Maestro, facendo rivivere le ricette trovate nell’antico libro della cuoca di casa Verdi, Ermelinda Berni, e inventandone di nuove), già nel volume Giuseppe Verdi un goloso raffinato evidenzia che, per preparare questa pasta si utilizzano solo farina e uova ben mescolati insieme ed impastati fino a che si formano le vescichette. Poi si tira col mattarello e si cuoce al dente. Si scola la pasta e si fa saltare in padella con un sugo di frattaglie.

Per la preparazione del sugo si utilizza del lardo pesto con aglio, una cipolla, creste e barboncini di gallo, magoncini, fegatini, conserva di pomodoro e vino rosso; si fa scogliere il ladro pesto con un po’ di odori, si aggiunge una cipollina tritata fine, poi nel tegame i magoncini, le creste ed i barboncini tagliati a striscioline fini. Si rosola il tutto insieme alla cipolla aggiungendo un cucchiaio di conserva e un bicchiere di vino rosso; si cuoce adagio per tre ore e, all’evenienza, si aggiunge un mescolo d’acqua. Nel frattempo si scolano i fegatini tagliati a pezzettini scottati nell’acqua e, quasi a fine cottura, si mettono nel sugo che poi si usa per condire i taiarèn.

A San Daniele Po, il maestro, insieme a don Aroldo, li ha gustati più volte, preparati dalle abili mani della perpetua. Sempre a San Daniele Po vive un grande estimatore verdiano, il maestro Virginio Lini (che del paese rivierasco è stato anche sindaco), pittore, scenografo e maestro d’arte, autore de Il mio Verdi, l’opera dipinta su tela più lunga del mondo con i suoi 53 metri (per 1 metro e 70 cm di altezza). Per completare questa opera monumentale, Lini ci ha messo oltre otto anni ed è la raffigurazione di tutta la produzione lirica di Verdi. Un legame quindi particolare, nel solco dell’arte e della cucina, che lega il Cigno di Busseto al Grande fiume, e a San Daniele Po, che prosegue nel tempo. Legame ribadito e rinsaldato, anche dal ponte sul Po, che collega San Daniele Po a Roccabianca ed a Polesine Zibello, dedicato proprio a Giuseppe Verdi. Un simbolo dell’unione tra due province e due regioni, che dovrebbero (chissà se un giorno accadrà) collaborare di più, con i fatti e non con le parole, per la promozione culturale e turistica delle nostre terre.

Significativo, è doveroso aggiungerlo, era anche il legame fra Verdi e la città di Cremona che era, per lui, soprattutto, luogo d’affari. Ma di Cremona il maestro Verdi apprezzava anche le prelibatezze, tra queste il torrone, le pasticcerie ed marubini che gli preparava la cognata Barberina Strepponi (sorella minore di Giuseppina Strepponi, seconda moglie del maestro). Oggi, giovedì 27 gennaio, per il 121esimo anniversario della morte, la terra d’origine gli dedicherà diversi momenti. In mattinata, alle 9, a Roncole Verdi dove, su iniziativa di Comune, Club dei 27, Parrocchia di San Michele si terranno il saluto delle autorità e la posa della corona d’alloro davanti alla casa natale del maestro. Qui si darà anche lettura della preghiera composta, per l’occasione, dal parroco don Luigi Guglielmoni. Alle 10, quindi, messa di nella sala parrocchiale (la chiesa è chiusa per lavori di ristrutturazione in corso). Alle 18, a Busseto, nell’insigne collegiata di San Bartolomeo Apostolo, su iniziativa di Amici di Verdi, Parrocchia e Comune, messa di suffragio con la partecipazione della schola cantorum della collegiata diretta dal maestro Luca Veneziani. Alla fine della celebrazione il Coro dell’Opera di Parma eseguirà il Requiem di Puccini composto, nel quarto anniversario della morte di Verdi. Il coro sarà diretto dalla maestra Maria Vittoria Primavera; all’organo il maestro Dino Rizzo. Al termine, in piazza, posa della corona e tradizionale canto del Va’ Pensiero davanti alla monumentale statua bronzea di Verdi, realizzata dallo scultore cremonese Luigi Secchi (di cui lo scorso anno ricorreva il centenario della morte, dimenticato purtroppo dai più) e inaugurata Il 9 Ottobre 1913 in occasione delle celebrazioni per il centenario della nascita del maestro.

Paolo Panni, Eremita del Po

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