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Paolo Panni, l'eremita del Po scrive
alla politica: "Giù le mani dal fiume!"

"State alla larga dal Grande fiume, non metteteci i piedi, non parlatene nemmeno, non ne siete in alcun modo degni. Giù le mani dal Po! Ogni volta che, dai vostri discorsi, esce il Grande fiume è sempre e puntualmente per iniziative che fanno venire il vomito (ad essere gentili)"

Questa volta è una lettera quella che l’amico Paolo Panni, eremita del Po, ci ha voluto far giungere.Una lettera delle sue, senza giri di parole, schietta e ruvida come questa terra, come i suoi spazi e tante delle sue anime erranti. E’ indirizzata ai politici, alla loro infinita distanza dal popolo. Allo spettacolo, poco decoroso, andato in scena per l’elezione del capo dello Stato. Questo il testo.

Cari incravattati dal deretano piatto e pelato,

Nei giorni che hanno portato all’elezione del Presidente della Repubblica, durante le mie camminate solitarie lungo il fiume, sono stato tentato più volte dallo scrivere la mia. Non sono caduto in tentazione e ho atteso che la farsa (sì, la farsa) volgesse al termine.

Che dire? Non amo girare attorno alle cose, sul fiume si impara ad essere schietti, diretti, sinceri, a dire quello che si pensa e a pensare quello che si dice. Avete dato vita ad un teatrino assurdo, patetico, inutile e vergognoso. Ad eccezione dei senatori a vita che meritano grande e profondo rispetto, siete indegni di quella gloriosa Nazione che rappresentate e che si chiama Italia; indegni del popolo che, suo malgrado, vi ha eletto; indegni di sedere sugli gli scranni che, nemmeno tanti decenni fa sono stati occupati da quei Padri della Costituzione che avete quantomeno fatto rivoltare nella tomba.

Mentre eravate impegnati a inscenare litigi assurdi ed inutili, intorno a una commedia dal finale già scritto e con un copione inguardabile; mentre giocavate allo scaricabarile e mentre eravate impegnati a consumare lauti pranzi, cene e pernottamenti (a spese del popolo, come sempre), la gente che vi ha eletto era impegnata a lavorare (sapete il significato di questa parola o vi si deve fornire di un adeguato vocabolario?) cercando faticosamente, con molto sudore, e in molti casi senza speranza alcuna, di arrivare alla fine del mese senza doversi rivolgere alla Caritas o ad altri Enti benefici.

Casomai non vi fosse arrivata notizia, in questi ultimi mesi, come se la pandemia con tutto quello che ne è conseguito non bastasse, a quel popolo che, sempre suo malgrado, vi ha eletto, sono arrivati salassi nelle bollette dell’energia elettrica, rincari vergognosi di gas, metano e di tanti beni di prima necessità. Ma voi non avete colpa di tutto questo vero? Il vostro beneamato “governo dei migliori” non ha colpa alcuna di questa situazione vero? I rincari finiti direttamente a toccare le nostre tasche non sono mai colpa vostra, giusto? Come sempre si fa la corsa a cercare puntualmente colpe altrui, vero? In effetti non si è mai sentito un politico che abbia avuto la faccia, il coraggio e l’onestà di dire “Scusate, abbiamo sbagliato”: questione di dignità, questa vostra sconosciuta.

Oggi, mentre ero seduto sul solito tronco in riva al Po, un amico mi ha raggiunto e mi ha chiesto cosa avrei fatto se fossi stato eletto Presidente della Repubblica. Sono rimasto in silenzio a guardare la corrente che passava, in attesa di un improbabile “cadavere” (mi sbaglierò ma ho il sentore che, prima o poi, il “cadavere” possa passare) e, guardando lontano, ho visto una poiana che, dall’alto di un pioppo, al sicuro e a debita distanza, osservava verso terra emettendo il suo caratteristico “grido”. Mi è venuto da ridere, perché mai farei politica e mai vorrei essere eletto. Non porto giacche e cravatte che odio con tutto me stesso, non porto i mocassini e le mie scarpe sono sempre infangate. L’unica volta che ho messo piede, da semplice visitatore, in Parlamento, sulle prime sono stato allontanato perché non indossavo giacca e cravatta e, in quella occasione, ho capito quali sono i veri “problemi” dell’Italia. Poi, un’anima buona, provando forse tenerezza per me, mi ha allungato una giacca. Sulla cravatta, invece, non ho sentito ragioni, sarei stato capace di utilizzarla da bandana. Detto questo non posso che esprimere solidarietà al Signor Presidente Mattarella, un grande Uomo e, a quanto pare, anche un giacimento di pazienza, oltre che di saggezza. Io, al suo posto, mai vorrei avere a che fare con nessuno di voi, senza distinzione alcuna per destra, sinistra e centro. Se fossi stato eletto presidente? Sarei stato capace di presentarmi col badile e di prendervi tutti a sonore legnate. Oppure mi sarei portato una vanga e ve l’avrei prestata invitandovi ad andare a lavorare la terra, e quindi a piegare la schiena e il di dietro. Quindi è meglio che me ne resti, da solo, sul fiume.

Qualcuno mi ha detto di stare attento a quello che scrivo e, a pensarci bene, ha ragione. Perché è tipico, per voi, usare le tecniche del terrore, della minaccia e dell’intimidazione. Mettetevi il cuore in pace perché col sottoscritto questi mezzucci non riescono nemmeno ad attecchire. Non ho alcuna paura di voi. Casomai ho pena: questa sì, parecchia.

Piuttosto, ma il mio è solo un presentimento, non vorrei essere al vostro posto, perché da qualcuno che vi ha eletto, e spero di sbagliarmi, la badilata prima o poi è facile prenderla. Avete provato a fare un giro un mezzo alla gente? Avete provato a leggere ciò che, sui famigerati social, le persone, giovani e non, scrivono di voi? Avete provato a chiedervi come mai la gente nutra tanto odio verso di voi? Con quale coraggio e con quale acume parlate di unità nazionale? Con i vostri provvedimenti illuminati (fatti ad arte?) avete creato un clima paurosamente fratricida tra le persone: questa sarebbe unità nazionale? Sempre in linea con il famoso e sbandierato slogan (oggi sgualcito) dell’ “Andrà tutto bene”?

Altra domanda: per caso fate anche i miracoli? Perché nei giorni in cui siete stati impegnati a litigare per la commedia presidenziale, il temutissimo Covid è finito nei “titoli di coda”. Per caso, casualmente, in quei giorni, i contagi sono finiti e i malati sono miracolosamente guariti?

Agli italiani, come avevo già fatto mesi fa, chiedo, come forma plateale di protesta, di esporre le mutande dalle finestre e dai balconi delle loro case con scritto “Ci avete ridotto in mutande”. Il resto, un giorno, penso vi arriverà dalle urne: alle quali io, e non solo io, non mi recherò conscio del fatto che ormai anche il voto sia diventato inutile.

Un anno fa, in un’altra lettera aperta che mai ha trovato una risposta (e ci mancherebbe) vi avevo invitato a indossare gli stivali e un giaccone qualsiasi per venire, un giorno, nella pace e nel silenzio del fiume, per parlare insieme delle sorti di questo Paese. Nessuno si è mai presentato, nessuno ha risposto e, del resto, la mia era una richiesta presuntuosa. Io non rappresento nulla e nessuno, non porto voti, e non sono interessante. Va bene così.

Oggi, un anno dopo, vi chiedo l’esatto contrario. State alla larga dal Grande fiume, non metteteci i piedi, non parlatene nemmeno, non ne siete in alcun modo degni. Giù le mani dal Po! Ogni volta che, dai vostri discorsi, esce il Grande fiume è sempre e puntualmente per iniziative che fanno venire il vomito (ad essere gentili). Di recente si è anche tornata a sentire la puzza nauseabonda di nucleare e, guarda caso, il fetore arrivava da voi. Giù le mani dal Po. Il Po è di chi lo vive, di chi ci è cresciuto, di chi ci trascorre la vita, di chi cammina sulle sue rive. Non è cosa per voi. Del resto, intorno ai recenti progetti (in larga parte aberranti) di cui si è parlato negli ultimi tempi, a proposito del Po avevano, usciva sempre come denominatore comune e obiettivo finale, qualche interesse di parte (e magari sempre dei soliti?): il vil denaro, come sempre….e di più vile del denaro esiste solo l’uomo“.

Paolo Panni, Eremita del Po

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