Cronaca
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Si è concluso a Cremona il primo corso
regionale per infermieri di famiglia

“L’obiettivo del corso – conferma la coordinatrice didattica Anna Maria Bona – è costruire una rete infermieristica integrata e collegata al territorio, che ritrova nell’infermiere di famiglia il punto di connessione tra le diverse realtà, capace di mettere in rete tutte le professionalità”.

Si è conclusa questa settimana a Cremona, nell’Aula magna dell’Ospedale, la prima edizione del corso di formazione per Infermiere di famiglia e di comunità organizzato da Regione Lombardia. La commissione formata da Elio Borgonovi (direttore scientifico) Alessandro Colombo (direttore di Accademia), Paola Mosa (direttore sociosanitario Asst Cremona), Angelo Rossi (coordinatore corso di formazione specifica in medicina generale di PoliS-Lombardia) e Anna Maria Bona, (coordinatore didattico) ha esaminato i dieci lavori presentati dai candidati provenienti dalle Asst di tutta la Lombardia. Il corso, oltre alle lezioni frontali, prevedeva la realizzazione e la discussione di proget work calato nella realtà professionale di ciascun partecipante.

“Il valore di questo tipo di formazione – spiega Paola Mosa (direttore socio sanitario) – è di riconoscere la specificità delle competenze acquisite dagli infermieri di famiglia, ossia la capacità di rispondere ai bisogni territoriali attraverso un metodo di lavoro adatto ai contesti domiciliari, più eterogeni e meno standardizzabili dei reparti ospedalieri. Il corso è un passaggio importante per questa nuova professione, non dimentichiamo che gli infermieri di famiglia saranno l’anello di congiunzione fra i servizi territoriali, gli specialisti, i medici di medicina generale e le case di comunità. L’obiettivo è quello di garantire al cittadino tutela, assistenza e accesso facilitato a tutti i servizi”.

La prima esperienza sul campo è positiva: “Nell’ultimo anno e mezzo sono state prese in carico 507 presone – afferma Nadia Poli (direttore del Servizio Fragilità). Ad oggi possiamo contare sull’attività di 25 infermieri di famiglia, tra Cremona e Casalmaggiore, che seguono e accompagnano l’assistito e le persone a lui vicine, lavorando in stretta connessione con la rete territoriale. Questo servizio risponde ad un bisogno forte e sempre più presente nell’attuale tessuto sociale”.

“Questa formazione è la parte conclusiva di un percorso che legittima la figura dell’infermiere nel contesto contemporaneo”, commenta Alberto Silla (responsabile Direzione Assistenziale Professioni Sanitarie). «Come sappiamo a Cremona è in costruzione una nuova realtà ospedaliera che sarà caratterizzata prima di tutto da nuovi modelli organizzativi: nell’epoca della prossimità e del decentramento delle cure, gli infermieri di famiglia sono di fondamentale importanza».

“L’obiettivo del corso – conferma la coordinatrice didattica Anna Maria Bona – è costruire una rete infermieristica integrata e collegata al territorio, che ritrova nell’infermiere di famiglia il punto di connessione tra le diverse realtà, capace di mettere in rete tutte le professionalità”.

Pina Della Volpe e Rossella Felisari hanno trattato “Il ruolo dell’infermiere di famiglia e di comunità nei servizi di telemedicina”, proponendo “un modello organizzativo ad alta integrazione sociosanitaria. «Il nostro progetto – spiega Pina – tratta il tema della Telemedicina, che consente alle persone più fragili di accedere a visite e cure a distanza. Il nostro ruolo è essenziale per educare i pazienti all’uso degli strumenti tecnologici per accedere a questo servizio e non rinviare visite e terapie importanti per il loro percorso di cura». Per Rossella, da 35 anni infermiera nell’ambito della riabilitazione ospedaliera, lavorare a domicilio ha portato ad un cambio di prospettiva: «mi sono resa conto delle vere difficoltà che il paziente incontra una volta tornato a casa, lontani dall’ambiente protetto dell’ospedale».

I colleghi Simone Infantino e Antonio Malvasi hanno discusso il ruolo dell’infermiere di famiglia e di comunità, analizzando i “modelli di organizzazione in équipe per la presa in carico multidimensionale e multidisciplinare”. Per Antonio, l’aspetto più importante del proprio lavoro è «la relazione che si instaura con i pazienti, di cui siamo punto di riferimento. È un rapporto “uno a uno” che ti responsabilizza, in cui ogni intervento è mirato». Simone punta ad «essere un nuovo punto di riferimento per le persone con fragilità e le loro famiglie». Rispetto all’esperienza ospedaliera, «trovarsi a casa del paziente, in cui sei tu l’ospite, aumenta le tue responsabilità e richiede risorse in più, per cercare d’infondere fiducia ed essere un punto di riferimento stabile».

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