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Voltido e il 25 aprile dei suoi
Caduti: "La storia non insegna"

"Certamente, la sicurezza di stare in poltrona  a comandare, come in un gioco a scacchi, mentre vengono mandati allo sbaraglio migliaia di giovani vite diventerebbe un bel dilemma se dovessero scomodarsi dalla poltrona e anche loro partire ma la superbia del potere non vuole mai morire e sempre comandare". GUARDA IL VIDEO

Anche il piccolo comune di Voltido ha voluto celebrare lunedì il suo 25 aprile. Una festa da sempre molto sentita in un paese che ha nel proprio sindaco Giorgio Borghetti un cultore della storia bellica e un ricercatore proprio sotto questo profilo.

“La commemorazione del 25 aprile – ha detto il primo cittadino nel suo discorso vicino al Monumento ai Caduti che compie proprio quest’anno 100 anni – nacque per celebrare la sconfitta del nazifascismo che scatenò la seconda guerra mondiale, grazie al sacrificio delle forze partigiane e dell’esercito cobelligerante italiano che si unirono nella lotta che, a partire dall’8 settembre 1943, fu condotta contro il governo fascista della Republica di Salò e contro le truppe naziste di occupazione. La data del 25 aprile fu eletta a simbolo di questo evento perché in questo giorno, il Comando di Liberazione Alta Italia, con sede a Milano, proclamò l’insurrezione generale di tutti i territori ancora occupati”.

“Il 25 aprile sottolinea, perciò. il ruolo essenziale  svolto da moltissimi italiani di convinzioni politiche diverse: anarchici e democristiani, comunisti e socialisti, monarchici,  repubblicani e liberali, uniti tutti nel nome di partigiani. A questi caduti della Resistenza, i partigiani, associamo i caduti della seconda guerra mondiale e tutti  i caduti: i primi per la loro scelta eroica contro l’oppressore, i secondi perché obbligati a combattere, pena la fucilazione per diserzione e tutti gli altri perché anch’essi caddero sognando un mondo migliore. Benito Mussolini proclamò che gli bastavano alcune migliaia di morti per potersi sedere da vincitore al tavolo della pace (la situazione attuale?….).

Questa era la sua convinzione ed entrò infatti in guerra il 10 giugno 1940 che lui immaginava quasi conclusa ma la guerra lampo non solo non portò una vittoria fulminea ma durò ben 5 anni di atrocità, uccisioni e stragi. Nel corso della seconda guerra, operò e si innestò la Resistenza che fu un fenomeno europeo contro la violenza sopraffattrice del nazifascismo: in Italia si strutturò a partire dall’8 settembre 1943 ma la Resistenza si era già avviata con l’antifascismo successivo al 1922, proseguita in esilio, al confino e nella opposizione quotidiana alle angherie del regime.

In tale ottica, la Resistenza italiana è stata la matrice della Costituzione che ha portato con sé una evidente natura ostile nei confronti di ogni idea della guerra come strumento di risoluzione dei conflitti. Il termine Italia e il termine Patria compaiono 2 volte nella Costituzione: in entrambi i casi, i 2 nomi indicano un insieme di valori e di ideali di appartenenza che non sono in alcun modo traducibili in chiave militare. Il sacro dovere della difesa della patria rappresentava per i Padri Costituenti l’obbligo della preservazione della democrazia, della libertà e dell’insieme di principi che fondavano la patria nuova, nata proprio dalla Resistenza.

E’ evidente, pure, che il termine Nazione indicata nella nostra Costituzione non ha nulla a che fare con il nazionalismo, un elemento tutto distante dal sacrificio della Resistenza italiana. E’ anche presente il pieno rispetto per il valore della vita umana, della persona, posto a fondamento della Costituzione. Ritornando alla storia, nel periodo 1943-45, il nazifascismo degenerò. Man mano che la situazione bellica volgeva sempre più al peggio,  si macchiò anche per stragi efferate di innocenti: ne sono state certificate 181 con circa 10 000 vittime: si citano qui l’eccidio delle fosse Ardeatine, l’eccidio di Sant’Anna di Stazzema, la strage di Marzabotto. Le organizzazioni partigiane raggiunsero, in quel periodo,  il numero complessivo di 200 000 unità.

A fine conflitto, il quadro apocalittico italiano era:
·      Caduti italiani nella seconda guerra mondiale 450 000
·      Partigiani caduti 45 000 di cui 4 000 donne
·      Caduti della Repubblica di Salò 15 000
Risultato tragico, oltre ogni funesto presagio, che la boria di Mussolini non ha, comunque,  potuto portare al tavolo della pace, in barba al suo famoso slogan ME NE FREGO!

Tuttavia, il tempo, impercettibilmente , avvolge con l’oblio il bene e il male e le generazioni successive , intente  a loro  volta in nuove vicende lieti e tristi , non hanno voglia per girarsi indietro e fare tesoro di vicende già vissute anche se in forma diversa e succede sempre che, in caso di conflitti, il sonno della ragione genera mostri, sempre mostri anche ora. Riflettendo sul disastro delle innumerevoli guerre da quando l’uomo si è messo a documentare la storia, si è notato un fondamentale cambio di abitudine da parte dei potenti che reggono le sorti del mondo: coloro che comandano non vanno più in guerra, a capo del loro esercito, probabilmente perché poteva capitare anche che non sempre tornavano nei loro palazzi  perché uccisi o fatti prigionieri.

Infatti, se chi dichiara guerra dovesse attuare  lo slogan ARMIAMOCI E PARTIAMO (di attualità anche ora), questi potenti del mondo (gli invasori primi fra tutti) ci penserebbero bene prima di scatenare una guerra che poi viene  alimentata da entrambe le parti con armi sempre più sofisticate: gli  arsenali nucleari se fatti esplodere potrebbero persino spostare l’inclinazione dell’asse terrestre con conseguenze inimmaginabili sulla vita di tutti gli esseri viventi sul pianeta.

A tanto il progresso, nel male, ci ha portato: guerreggiano come dicono loro con armi “convenzionali” sempre più sofisticate, ma sullo sfondo sono in bella mostra le armi della distruzione totale come sfida finale verso il nemico. La presenza sul campo, nelle trincee, nei bunker, nei luoghi sensibili,  dei potenti che dichiarano la guerra è deterrente efficace per pensarci bene prima di scatenare il conflitto.
Certamente, la sicurezza di stare in poltrona  a comandare, come in un gioco a scacchi, mentre vengono mandati allo sbaraglio migliaia di giovani vite diventerebbe un bel dilemma se dovessero scomodarsi dalla poltrona e anche loro partire ma la superbia del potere non vuole mai morire e sempre comandare. Come mai nessuno dei potenti dà disponibilità a questo rischioso esempio e incerta sorte?

Il nostro monumento riporta 19 nomi di giovani vite spezzate in guerra o in malattia:
Baruffaldi Ermete, Bertolini Antonio, Cadoria Luigi, Cauzzi Angelo, Copercini Ferdinando, Ferrari Angelo, Ferrari Milton, Gaboardi Albino, Galasi Erminio, Ghidoni Attilio, Lazzari Aldo, Maggiori Ermes, Marchini Guido, Polina Gualtiero, Poltronieri Igino, Pietro Romanelli, Ruggeri Enzo, Ruggeri Primo, Tigoni Luigi e il partigiano Remo Federici.
A tutti i caduti, a tutte le vittime, a tutte le vittime, il nostro deferente omaggio e la nostra perenne memoria”.

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