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Il paesaggio che cambia: cascine
fantasma e cemento che avanza

Come già scriveva più di centocinquant’anni fa Carlo Cattaneo, prima o poi «il suolo si vendica dell’uomo che diserta l’agricoltura, e che disprezza i benefici del lavoro, che sconosce i suoi diritti e la sua forza, che lo affida a braccia mercenarie, che insulta alla sua dignità giudicandolo retaggio di schiavi»

In questa foto da me scattata a Rivarolo del Re nel 2013 si può vedere una grande cascina, nobile per forme ed antichità, ma in stato di rovina, posta a contrasto con uno sfondo di capannoni industriali.

Questa cascina, con mio grande dispiacere, oggi non esiste più, totalmente cancellata, come si può vedere dalla ripresa della zona in Google Maps (foto 1). Tuttavia navigando con Street View, lungo la strada Cantina, di fronte al capannone dell’Elettromeccanica C.G.M., avanti e indietro, è possibile imbattersi nella presenza della vecchia cascina nel luogo dove era e dove, in realtà, non è più. Mi spiego meglio: se navigo in direzione della campagna la cascina non si vede, ma, arrivato all’incrocio tra la strada Cantina e via 1° Maggio, se faccio l’inversione di marcia col puntatore di Street Wiew la sontuosa rovina della cascina riappare. Nei montaggi di Google Maps è quindi rimasta imprigionata una vecchia ripresa (foto 2), insieme a quelle più recenti, grazie alla quale viene tenuto in vita, non sappiamo fino a quando, il fantasma di quella antica costruzione. Sotto questo profilo, come già aveva ben visto lo scrittore Borges stigmatizzando l’utopia e quindi l’impossibilità della mappa del territorio in scala uno a uno (una carta da lucido sovrapposta al terreno si sarebbe subito lacerata in qualche punto), qui la vera rovina è proprio la mappa di Google, nei cui strappi è dato scorgere un territorio che, nel frattempo, è già cambiato. Ora non piangerò per questa ennesima perdita, né lancerò strali contro le Soprintendenze che non hanno mai contemplato in passato la salvaguardia dei beni rurali, anche quando, come in questo caso, di indubbia rilevanza storico-artistica, perché del resto sarebbe come sparare sulla Croce Rossa, dato che le Soprintendenze, sempre più carenti di personale e limitate nelle loro azioni, di questi tempi devono difendere soprattutto se stesse dal tiro incrociato dei politici e dei distruttori del suolo e dei beni architettonici. Che poi se ne parli ora, magari in pomposi convegni dedicati appunto alla salvaguardia del patrimonio architettonico rurale, dopo che i buoi sono scappati dalla stalla, lo trovo persino stucchevole. Era già tardi trent’anni fa quando eravamo ancora in pochi ad occuparci di questi argomenti.

Ma il motivo per cui racconto questo caso è invece lo stupore che ho provato quando non ho più trovato la cascina nel posto ove la ricordavo: per convincermi di non aver avuto un’allucinazione, ho dovuto portare con me un testimone, compiere giri nei dintorni, nel caso avessi sbagliato ubicazione, confrontare il paesaggio attuale con le foto scattate nel 2013, perché di quel complesso non vi era più alcuna traccia, né frammento di cotto nel terreno, reso così di nuovo fertile e coltivabile come se l’uomo non vi avesse mai costruito. Ebbene l’architettura tradizionale, sino a tempi non troppo remoti, aveva questa straordinaria prerogativa di essere reversibile: fatta di terra (di cotto e di pietra sempre riciclabili in altre costruzioni, ma spesso anche di terra cruda in grado di sfidare i secoli, mentre il cemento armato mostra i primi cedimenti dopo soli 50 anni!), occupava una porzione del suolo, non come possesso permanente, ma come prestito, pronta a restituirla nel momento in cui cessava la propria funzione. Che dire oggi del modo in cui vengono gettate le fondamenta di una casa o di qualsiasi costruzione? Sino agli anni ’70 del secolo scorso si preparavano delle casseforme in cui versare il calcestruzzo, ma evidentemente questa è sembrata una pratica obsoleta se invece un’unica colata informe, in una buca grossolanamente scavata, consente di ottimizzare i tempi, ed evidentemente i costi anche a fronte di uno sperpero di cemento. Intanto quella porzione di terreno, una volta che la casa cadrà in rovina e verrà abbattuta, sarà perduta per sempre. Cosa c’è di sostenibile in questa pratica universalmente diffusa? Ma cosa può importarci di questa perdita di suolo fertile – penseranno in molti – se deleghiamo la produzione di cibo ad altre parti del mondo, quasi che quest’ultime non fossero prima o poi trascinate dentro la medesima tragica linea di sviluppo? E come facciamo a non renderci conto che, al di là delle costruzioni, le migliaia di metri quadrati di superficie che giornalmente sottraiamo al suolo per realizzare vastissime aree impermeabilizzate da destinare a parcheggi, piazzali di industrie, aree della logistica non avranno conseguenze irreversibili sulla nostra salute e su quella del pianeta?

Come già scriveva più di centocinquant’anni fa Carlo Cattaneo, prima o poi «il suolo si vendica dell’uomo che diserta l’agricoltura, e che disprezza i benefici del lavoro, che sconosce i suoi diritti e la sua forza, che lo affida a braccia mercenarie, che insulta alla sua dignità giudicandolo retaggio di schiavi».

Comincio a credere che la colata di cemento – sia essa inevitabile e necessaria, devastante o impropria e, talvolta, persino delinquenziale – sia la forma simbolica e sostanziale della nostra epoca. Ma al contempo sono convinto sia necessario, anzi vitale ed urgente cambiare rotta, come ci spiega bene l’ultimo libro di Paolo Pileri, L’intelligenza del suolo. Piccolo atlante per salvare dal cemento l’ecosistema più fragile (Altreconomia, 2022), il cui argomento sarà illustrato dall’autore martedì 9 maggio alle ore 21 nella Casa del Popolo a Gussola.

Valter Rosa

foto 1

 

foto 2
Colata di cemento

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