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Tra i nuovi santi di Papa Francesco
anche Artemide Zatti da Boretto

Papa Francesco, dopo aver ricevuto in udienza il Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, il Cardinale Marcello Semeraro, ha autorizzato la stessa congregazione a promulgare il Decreto riguardante “ il miracolo attribuito all’intercessione del Beato Artemide Zatti, Laico Professo della Società Salesiana di San Giovanni Bosco

In foto da sinistra Giovan Battista Scalabrini e Artemide Zatti, originario di Boretto

Le terre del Po profumano di santità. Due beati, Giovanni Battista Scalabrini e Artemide Zatti, saranno presto proclamati santi. Si tratta di due figure con particolari e profondi legami con le terre del Grande fiume, cremonese compreso. Papa Francesco, pochi giorni fa, infatti dato il via libera alla canonizzazione di entrambi i beati. Per quanto riguarda il beato Giovanni Battista Scalabrini, vescovo di Piacenza e fondatore della Congregazioni dei Missionari e delle Suore Missionarie di San Carlo per gli emigranti, il sì del Santo Padre è arrivato con una formula particolare, senza il riconoscimento di un miracolo. Una dispensa dalla prassi già adottata per papa Giovanni XXIII. Come si legge anche nel bollettino della Sala Stampa Vaticana: “Il Sommo Pontefice ha approvato i voti favorevoli della sessione ordinaria dei padri cardinali e vescovi per la canonizzazione del beato Giovanni Battista Scalabrini” e “ha deciso di convocare un Concistoro, che riguarderà anche la canonizzazione del beato Artemide Zatti”. Quest’ultimo nacque sulle rive del Po, a Boretto (a due passi quindi da Casalmaggiore), il 12 ottobre 1880 trasferendosi fin da giovanissimo in Argentina dove, come coadiutore salesiano, portò avanti il suo apostolato soprattutto al fianco dei malati poveri e, in Argentina, morì il 15 marzo 1951.

Papa Francesco, dopo aver ricevuto in udienza il Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, il Cardinale Marcello Semeraro, ha autorizzato la stessa congregazione a promulgare il Decreto riguardante “ il miracolo attribuito all’intercessione del Beato Artemide Zatti, Laico Professo della Società Salesiana di San Giovanni Bosco; nato il 12 ottobre 1880 a Boretto (Italia) e morto il 15 marzo 1951 a Viedma (Argentina)”. .

Artemide Zatti non tardò a sperimentare la durezza del sacrificio, tanto che a 9 anni già si guadagnava la giornata da bracciante. Costretta dalla povertà, la famiglia Zatti, agli inizi del 1897, emigrò in Argentina e si stabilì a Bahìa Blanca. Il giovane Artemide iniziò subito a frequentare la parrocchia retta dai Salesiani, trovando nel Parroco Don Carlo Cavalli, uomo pio e di una bontà straordinaria, il suo direttore spirituale. Fu questi ad orientarlo verso la vita salesiana. Aveva 20 anni quando si recò nell’aspirantato di Bernal. Assistendo un giovane sacerdote affetto da tbc, ne contrasse la malattia. L’interessamento paterno di Don Cavalli, che lo seguiva da lontano, fece sì che si scegliesse per lui la Casa salesiana di Viedma dove c’era un clima più adatto e soprattutto un ospedale missionario con un bravo infermiere salesiano che in pratica fungeva da “medico”: Padre Evasio Garrone. Questi invitò Artemide a pregare Maria Ausiliatrice per ottenere la guarigione, suggerendogli di fare una promessa: “Se Lei ti guarisce, tu ti dedicherai per tutta la tua vita a questi infermi”. Artemide fece volentieri questa promessa e misteriosamente guarì. Dirà poi: “Credetti, promisi, guarii”. La sua strada ormai era tracciata con chiarezza ed egli la intraprese con entusiasmo. Accettò con umiltà e docilità la non piccola sofferenza di rinunziare al sacerdozio. Emise come confratello laico la sua prima Professione l’11 gennaio 1908 e quella Perpetua l’8 febbraio 1911. Coerentemente alla promessa fatta alla Madonna, egli si consacrò subito e totalmente all’Ospedale, occupandosi in un primo tempo della farmacia annessa, ma poi quando nel 1913 morì Padre Garrone, tutta la responsabilità dell’ospedale cadde sulle sue spalle. Ne divenne infatti vicedirettore, amministratore, esperto infermiere stimato da tutti gli ammalati e dagli stessi sanitari che gli lasciavano man mano sempre maggiore libertà d’azione. Il suo servizio non si limitava all’ospedale ma si estendeva a tutta la città anzi alle due località situate sulle rive del fiume Negro: Viedma e Patagones. In caso di necessità si muoveva ad ogni ora del giorno e della notte, con qualunque tempo, raggiungendo i tuguri della periferia e facendo tutto gratuitamente. La sua fama d’infermiere santo si diffuse per tutto il Sud e da tutta la Patagonia gli arrivavano ammalati.

Non era raro il caso di ammalati che preferivano la visita dell’infermiere santo a quella dei medici. Artemide Zatti amò i suoi ammalati in modo davvero commovente. Vedeva in loro Gesù stesso, a tal punto che quando chiedeva alle suore un vestito per un nuovo ragazzo arrivato, diceva: «Sorella, ha un vestito per un Gesù di 12 anni?». L’attenzione verso i suoi ammalati era tale che raggiungeva delicate sfumature. C’è chi ricorda di averlo visto portar via sulle spalle verso la camera mortuaria il corpo di un ricoverato morto durante la notte, per sottrarlo alla vista degli altri malati: e lo faceva recitando il De profundis. Fedele allo spirito salesiano e al motto lasciato in eredità da Don Bosco ai suoi figli – «lavoro e temperanza» – egli svolse un’attività prodigiosa con abituale prontezza d’animo, con eroico spirito di sacrificio, con distacco assoluto da ogni soddisfazione personale, senza mai prendersi vacanze e riposo. C’è chi ha detto che gli unici cinque giorni di riposo furono quelli trascorsi… in carcere! Sì, egli conobbe anche la prigione a causa della fuga di un carcerato ricoverato in Ospedale, fuga che si volle attribuire a lui. Ne uscì assolto e il suo ritorno a casa fu un trionfo. Fu un uomo di facile rapporto umano, con una visibile carica di simpatia, lieto di potersi intrattenere con la gente umile. Ma fu soprattutto un uomo di Dio. Egli Lo irraggiava. Un medico dell’Ospedale piuttosto incredulo, dirà: “Quando vedevo il signor Zatti la mia incredulità vacillava”. E un altro: “Credo in Dio da quando conosco il signor Zatti”. Nel 1950 l’infaticabile infermiere cadde da una scala e fu in quella occasione che si manifestarono i sintomi di un cancro che egli stesso lucidamente diagnosticò. Continuò tuttavia ad attendere alla sua missione ancora per un anno, finchè dopo sofferenze eroicamente accettate, si spense il 15 marzo 1951 in piena coscienza, circondato dall’affetto e dalla gratitudine di un’intera popolazione. Per la canonizzazione di Artemide Zatti, la Postulazione della Causa ha presentato all’esame della Congregazione l’asserito evento miracoloso, attribuito alla sua intercessione, riguardante la guarigione di un uomo da “ictus ischemico cerebellare destro, complicato da voluminosa lesione emorragica”. L’evento accadde il 24 agosto 2016 a Tanauan Batangas (Lipa, Filippine). L’11 agosto 2016 l’uomo accusò vertigini, conati di vomito, difficoltà a camminare. Fu trasportato al Pronto Soccorso del “Daniel Mercado Medical Center” di Tanunan City, dove fu ricoverato in gravi condizioni. Gli esami clinici evidenziarono ictus ischemico cerebellare destro, complicato da voluminosa lesione emorragica. Il 13 agosto 2016 le condizioni del paziente peggiorarono. Trasferito in Terapia Intensiva, i medici consigliarono un intervento chirurgico, ma l’operazione venne rifiutata dai familiari che non potevano affrontarla economicamente. Il 21 agosto 2016 i parenti, contro il parere dei medici, decisero di riportare a casa il paziente, perché potesse trascorrere in famiglia gli ultimi giorni di vita. Il 22 agosto 2016 il paziente ricevette l’Unzione degli Infermi mentre i familiari attendevano la fine imminente. In modo improvviso e inaspettato, il mattino del 24 agosto 2016, l’uomo si tolse il sondino naso-gastrico con cui era alimentato e l’ossigeno che l’aiutava a respirare, poi chiamò i parenti dicendo che desiderava mangiare. Nei giorni successivi riprese la vita normale. L’artefice principale dell’invocazione al Beato Artemide Zatti fu il fratello del sanato, coadiutore salesiano a Roma che, lo stesso giorno del ricovero all’Ospedale, iniziò ad invocare il Beato Artemide Zatti perché intercedesse per la guarigione del fratello. Le preghiere iniziarono antecedentemente l’inaspettato viraggio favorevole del decorso clinico che portò alla guarigione rapida dell’uomo, con recupero funzionale pressoché immediato e completo.

Sarà santo anche l’apostolo dei migranti, e del catechismo, il Beato Giovanni Battista Scalabrini, vescovo di Piacenza e fondatore della Congregazioni dei Missionari e delle Suore Missionarie di San Carlo per gli emigranti. Scalabrini, nato a Fino Mornasco, in provincia di Como, l’8 luglio 1839 e lo stesso giorno battezzato, era il terzo di otto figli. Ordinato sacerdote il 30 maggio 1863, da subito insegnò nel Seminario minore di cui fu rettore dal 1868 al 1870, quando venne nominato parroco di San Bartolomeo a Como. L’elezione a vescovo di Piacenza, da parte di Pio IX è datata 13 dicembre 1875. Seguirono la consacrazione episcopale il 30 gennaio 1876 e l’ingresso in diocesi il 13 febbraio successivo. Durante il suo episcopato, Scalabrini scrisse 72 lettere pastorali, convocò tre Sinodi e visitò bene cinque volte le 365 parrocchie della diocesi. La sua attenzione per le migrazioni, allora dirette soprattutto verso le Americhe, nacque dall’attenzione alla realtà, dall’immersione nei problemi del tempo. Lo scrive egli stesso: “In Milano, parecchi anni or sono, fui spettatore di una scena che mi lasciò nell’animo un’impressione di tristezza profonda. Di passaggio alla stazione vidi la vasta sala, i portici laterali e la piazza adiacente invasi da tre o quattro centinaia di individui poveramente vestiti, divisi in gruppi diversi. Sulle loro facce abbronzate dal sole, solcate dalle rughe precoci che suole imprimervi la privazione, traspariva il tumulto degli affetti che agitavano in quel momento il loro cuore. Erano vecchi curvati dall’età e dalle fatiche, uomini nel fiore della virilità, donne che si traevano dietro o portavano in collo i loro bambini, fanciulli e giovanette tutti affratellati da un solo pensiero, tutti indirizzati ad una meta comune. Erano emigranti”. Nacque così una speciale e particolare forma di apostolato verso chi era costretto a lasciare il proprio Paese alla ricerca di condizioni di vita migliori. Il risultato più concreto fu la fondazione, nel 1887, dei Missionari di san Carlo Borromeo, conosciuti come scalabriniani, per la cura degli emigrati italiani. Di lì a qualche anno, nel 1895, fondò il ramo femminile della Congregazione e nel 1900 accolse in diocesi e approvò le costituzioni delle Suore Apostole del Sacro Cuore di Gesù fondate dalla forlivese Clelia Merloni incaricandole di affiancare i missionari Scalabriniani nell’assistenza ai migranti. Altro tema forte del servizio al Vangelo di Scalabrini fu l’attenzione alla dottrina. “Papa Pio IX – scrive la Congregazione della cause dei santi – lo definì l’apostolo del catechismo per l’impegno con cui promosse in tutte le parrocchie l’insegnamento metodico della dottrina della Chiesa sia ai fanciulli che agli adulti”. Tra le altre cose, si deve a Scalabrini a pubblicazione de “Il Catechista cattolico”, prima rivista italiana sul tema. Morì a Piacenza il 1° giugno 1905. Giovanni Paolo II lo proclamò beato il 9 novembre 1997. Da ricordare, tra le altre cose, l’impegno di Scalabrini, in particolare con l’amico monsignor Geremia Bonomelli vescovo a Cremona, nella lotta per il superamento del “non expedit” favorendo così l’impegno dei cattolici in campo sociale e politico in Italia.

Per le terre del medio Po, già impreziosite, nel corso della storia, dalla presenza e dalle preziose iniziative portate avanti da santi, beati e venerabili, la canonizzazione di Giovanni Battista Scalabrini e di Artemide Zatti non può che essere considerata una notizia di assoluta importanza.

Per la cronaca e per completezza di informazione, assieme ai due nuovi santi, la Chiesa festeggerà anche una nuova beata. Il Papa ha infatti autorizzato il decreto che riconosce il miracolo ottenuto per intercessione della venerabile Maria de la Concepción Barrecheguren y García, laica nata il 27 novembre 1905 a Granada (Spagna) dove morì il 13 maggio 1927. Segnata dalla malattia fin dall’infanzia, tanto da perdere la vita giovanissima, era molto devota a santa Teresa di Lisieux.

A completare il quadro dei testimoni delle fede avviati verso gli altari, anche sette nuovi venerabili, cioè servi di Dio di cui è stato riconosciuto l’eroismo delle virtù cristiane. Tre di loro sono italiani: Luigi Sodo; Vescovo di Telese-Cerreto Sannita; nato il 26 maggio 1811 a Napoli e morto il 30 luglio 1895 a Cerreto Sannita; Giampietro di Sesto San Giovanni (al secolo: Clemente Recalcati), sacerdote professo dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini, fondatore della Congregazione delle Suore Missionarie Cappuccine di San Francesco d’Assisi di Brasilia; nato il 9 settembre 1868 a Sesto San Giovanni (Italia) e morto il 5 dicembre 1913 a Fortaleza (Brasile); Alfredo Morganti (detto Berta), sacerdote professo dell’Ordine dei Frati Minori; nato il 5 giugno 1886 a Pianello di Ostra e morto il 2 ottobre 1969 a Sassoferrato;

Gli altri nuovi venerabili sono: Teofilo Bastida Camomot; arcivescovo di Marcianopoli, fondatore della Congregazione delle Figlie di Santa Teresa; nato il 3 marzo 1914 a Cogon Carcar (Filippine) e morto il 27 settembre 1988 a Magtalisay di San Fernando; Giuseppe Torres Padilla, sacerdote diocesano, cofondatore della Congregazione delle Suore della Compagnia della Croce; nato il 25 agosto 1811 a San Sebastián de La Gomera (Spagna) e morto il 23 aprile 1878 a Siviglia; Marianna della Santissima Trinità (al secolo: Allsopp González-Manrique), cofondatrice della Congregazione delle Suore della Santissima Trinità; nata il 24 novembre 1854 a Tepic (Messico) e morta il 15 marzo 1933 a Madrid; Giovanna Woynarowska, laica; nata il 10 maggio 1923 a Piwniczna (Polonia) e morta il 24 novembre 1979 a Cracovia.

Eremita del Po, Paolo Panni

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