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Don Luigi Guglielmoni: i rapporti tra
Monsignor Scalabrini e Bonomelli

Parlando proprio di Scalabrini e Bonomelli, don Luigi Guglielmoni fa sapere che “tra loro avevano un rapporto costante, franco, fiducioso, costruttivo. Si stimavano a vicenda; avevano pensieri che collimavano su vari punti

In foto, da sinistra, monsignor Giovan Battista Scalabrini, monsignor Geremia Bonomelli e don Luigi Guglielmoni

Il Beato Giovanni Battista Scalabrini sarà presto proclamato Santo. L’ufficialità della notizia, per altro già ampiamente pubblicata su Oglioponews, è già arrivata da alcune settimane. Come noto, infatti, Papa Francesco ha dato il via libera alla canonizzazione sia del Beato Scalabrini che di Artemide Zatti (nativo, quest’ultimo, di Boretto). Doveroso è però approfondire la figura di Scalabrini e il suo particolare legame con Cremona (ai più ben poco conosciuto), in speciale modo con il vescovo monsignor Geremia Bonomelli che guidò la diocesi cremonese dal 1871 al 1914 (e riposa ora in cattedrale a Cremona).

Per farlo, chi scrive queste righe si è rivolto direttamente ad uno dei massimi conoscitori e studiosi italiani della figura del Beato Giovanni Scalabrini, vale a dire don Luigi Guglielmoni, parroco di Busseto (Parma) ed autore di numerose pubblicazioni, anche sullo stesso Scalabrini. Proprio nell’autunno scorso, don Luigi ha consegnato personalmente a Papa Francesco il suo volume dedicato al Vescovo Scalabrini, il cui corpo riposa nella cattedrale di Piacenza. In tale circostanza, Papa Francesco aveva confidato al parroco di Busseto il suo impegno per arrivare presto alla canonizzazione, ora ufficiale, la cui data non è stata ancora resa nota.

Parlando proprio di Scalabrini e Bonomelli, don Luigi Guglielmoni fa sapere che “tra loro avevano un rapporto costante, franco, fiducioso, costruttivo. Si stimavano a vicenda; avevano pensieri che collimavano su vari punti: sull’amore alla Chiesa ma anche su un modello nuovo di Chiesa; erano obbedienti ma liberi di mente e di cuore, soprattutto di fronte alla “questione romana” (il potere temporale della Chiesa, lo Stato pontificio); collaboravano col Papa ma pronti a fargli presenti le nuove prospettive con cui guardare al futuro della società; si sostenevano reciprocamente di fronte agli attacchi che ricevevano dalla stampa del potere laico (siamo nei primi decenni dell’unità d’Italia) e anche di cattolici intransigenti; sapevano distinguere la fede dall’appartenenza politica e la Tradizione cristiana dalle tradizioni religiose; si ponevano entrambi il problema della migrazione dei fedeli (Bonomelli era più attento alla migrazione nei Paesi nordici, Scalabrini nel continente latinoamericano); erano pastori dall’odore delle pecore, attivamente impegnati nella vita pastorale delle loro diocesi, a reale contatto con la popolazione; amavano e servivano i poveri; si aprivano al progresso scientifico e industriale cogliendone però anche i limiti e le problematiche sociali irrisolte; intuivano il bene possibile nel loro contesto, senza cadere nel rigidismo ideologico; dialogavano con tutti, cogliendo il positivo ovunque, senza venir meno al patrimonio della fede cattolica; si difendevano dalle accuse, che li hanno molto amareggiati, ma senza mai cedere a metodologie in contrasto col Vangelo; tendevano alla santità della vita, senza altre preoccupazioni di carriera.

Si sapevano attorniare di persone valide culturalmente, spiritualmente e operativamente – spiega ancora don Luigi Guglielmoni – avevano una visione lungimirante della vita sociale ed ecclesiale. Due Vescovi non solo di Diocesi confinanti, ma realmente “prossimi” per stile di vita e passione ecclesiale, desiderosi di “formare” i cristiani con una catechesi adeguata; certamente capaci di discernimento e profetici rispetto al loro tempo, anticipatori di quanto sarebbe accaduto in seguito; mai rivali ma collaborativi. Due figure emergenti dell’episcopato della Chiesa cattolica in Italia, con la stima dei Pontefici che si sono succeduti in quel periodo e idonei ad aggregare altri Confratelli “liberali”. Certamente – confida don Luigi – anche Giuseppe Verdi (che morì nel 1901), che frequentava sia Cremona che Piacenza, ha avvertito il “profumo” di queste due personalità ecclesiastiche e insieme fortemente “sociali””. Tra l’altro, sulla rivista “Studi Migrazione” sarà pubblicato uno studio di don Guglielmoni sulla reazione di Giuseppe Verdi alla partenza da Genova di tanti poveri emigranti e sulla sua disponibilità a dare lavoro a tante persone del territorio per evitare la loro emigrazione. Il grande Maestro, che spesso si recava a Piacenza, non poteva ignorare l’opera di Scalabrini per far fronte a questa piaga sociale che tanto lo preoccupava come imprenditore agricolo e come senatore del Regno d’Italia. Definito, giustamente, l’apostolo dei migranti, e del catechismo, il Beato Giovanni Battista Scalabrini, vescovo di Piacenza e fondatore della Congregazioni dei Missionari e delle Suore Missionarie di San Carlo per gli emigranti, nacque a Fino Mornasco, in provincia di Como, l’8 luglio 1839 e lo stesso giorno fu battezzato.

Era il terzo di otto figli. Ordinato sacerdote il 30 maggio 1863, da subito insegnò nel Seminario minore di cui fu rettore dal 1868 al 1870, quando venne nominato parroco di San Bartolomeo a Como. L’elezione a vescovo di Piacenza, da parte di Pio IX è datata 13 dicembre 1875. Seguirono la consacrazione episcopale il 30 gennaio 1876 e l’ingresso in diocesi il 13 febbraio successivo. Durante il suo episcopato, Scalabrini scrisse 72 lettere pastorali, convocò tre Sinodi e visitò bene cinque volte le 365 parrocchie della diocesi. La sua attenzione per le migrazioni, allora dirette soprattutto verso le Americhe, nacque dall’attenzione alla realtà, dall’immersione nei problemi del tempo. Lo scrive egli stesso: “In Milano, parecchi anni or sono, fui spettatore di una scena che mi lasciò nell’animo un’impressione di tristezza profonda. Di passaggio alla stazione vidi la vasta sala, i portici laterali e la piazza adiacente invasi da tre o quattro centinaia di individui poveramente vestiti, divisi in gruppi diversi. Sulle loro facce abbronzate dal sole, solcate dalle rughe precoci che suole imprimervi la privazione, traspariva il tumulto degli affetti che agitavano in quel momento il loro cuore. Erano vecchi curvati dall’età e dalle fatiche, uomini nel fiore della virilità, donne che si traevano dietro o portavano in collo i loro bambini, fanciulli e giovanette tutti affratellati da un solo pensiero, tutti indirizzati ad una meta comune. Erano emigranti”. Nacque così una speciale e particolare forma di apostolato verso chi era costretto a lasciare il proprio Paese alla ricerca di condizioni di vita migliori. Il risultato più concreto fu la fondazione, nel 1887, dei Missionari di san Carlo Borromeo, conosciuti come scalabriniani, per la cura degli emigrati italiani. Di lì a qualche anno, nel 1895, fondò il ramo femminile della Congregazione e nel 1900 accolse in diocesi e approvò le costituzioni delle Suore Apostole del Sacro Cuore di Gesù fondate dalla forlivese Clelia Merloni incaricandole di affiancare i missionari Scalabriniani nell’assistenza ai migranti. Altro tema forte del servizio al Vangelo di Scalabrini fu l’attenzione alla dottrina. “Papa Pio IX – scrive la Congregazione della cause dei santi – lo definì l’apostolo del catechismo per l’impegno con cui promosse in tutte le parrocchie l’insegnamento metodico della dottrina della Chiesa sia ai fanciulli che agli adulti”. Tra le altre cose, si deve a Scalabrini a pubblicazione de “Il Catechista cattolico”, prima rivista italiana sul tema. Morì a Piacenza il 1° giugno 1905. San Giovanni Paolo II lo proclamò beato il 9 novembre 1997, quindi 25 anni fa.

Eremita del Po, Paolo Panni

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