Cronaca
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Casalmaggiore, rimossi i vetri rotti
in stazione, restano i problemi

E' solo un punto su una cartina. E la sua stazione è una Beirut che si sgretola piano sotto il peso dei sassi e dei silenzi, della storia e di ciò che doveva essere e non è, di ciò che potrebbe essere e non sarà mai, di ciò che sino a 30 anni fa è almeno stata. Ha scritto bene il writer. Quello è l'unico epitaffio calzante che ci si potesse attendere

Sul treno fermo al binario due in direzione Brescia campeggia la scritta Beirut. Doveva essere un ragazzo colto, a conoscenza della storia della capitale del Libano almeno sino alla fine della guerra civile, dotato di senso dell’humor il writer che lo ha lasciato impresso sulla fiancata. O solo un viaggiatore consapevole dei panorami, dei mezzi, delle stazioni incontrate di volta in volta almeno da Parma a Piadena. Tutte lasciate a loro stesse. Tutte ormai senza più personale. Manca un quarto d’ora alle 11. A Casalmaggiore si incrociano i treni verso Piadena e verso Parma. A breve verranno, almeno in parte, sostituiti dai Colleoni. Cambierà poco o nulla: sì, si starà un po’ più comodi. Ma poi dal treno si scende, e ci si ritrova nella Beirut anni ’80 cremonese.

I vetri sono stati rimossi. Era il minimo in una stazione in cui ci sono studenti, ma anche famiglie con bambini e ragazzi, pendolari e genti di passaggio che avrebbero potuto farsi male. Ora restano le lamiere. Nella sala d’aspetto non ci sono più problemi d’areazione, diurna e notturna: non essendoci più vetri ne alle due ante della porta ne a quelle della finestra l’aria corre libera, da una parte all’altra. Anche la biglietteria ha una delle finestre, la prima, completamente andata. Non ci è dato sapere quando (e se) verranno sostituiti con altri vetri da buttare giù nelle notti in cui in stazione non ci vanno a pisciare più nemmeno i gatti e l’unica forma di vita presente – a parte quella dei guerrieri della notte padana – sono i pesci giacenti nell’acqua oscura del piccolo laghetto di Lockness che sorge a fianco della discarica dietro all’ex cabina.

Cambiano col tempo anche i riferimenti: una volta erano il laghetto dei bimbi e i suoi pesci rossi, gli uffici, lo scalo merci, il bar, la sala d’attesa. Oggi sono la savana, le immondizie, le scritte sui muri, la poccia, i vetri rotti ed degrado. Una volta erano vita. Oggi l’unica vita presente è quella che passa ed abbandona il luogo il più alla svelta possibile perché i luoghi non accoglienti, non curati, non resi pienamente fruibili sono non luoghi equivalenti ad una qualunque landa abbandonata. Destinata alla morte.

Anche dai bagni i vetri sono stati rimossi e gli infissi in alluminio sono stati accatastati da una parte. Qualche mano pietosa (nel senso che se lo sporco di uno non ha fatto muovere un dito magari lo sporco di due può sollevare le coscienze di chi è seduto dietro ad una scrivania a far passare il tempo) ha aperto anche il secondo dei bagni che è esattamente nelle stesso condizioni del primo. Merda sulle ceramiche, ragnatele al lavandino d’ingresso, sporco a terra che nessuno ha più rimosso da mesi. Scritte alle pareti. Degrado. disagio e degrado.

Stanotte, immaginiamo, la stazione verrà ancora una volta chiusa in automatico da un meccanismo burlone, se ancora funziona, che chiude una porta quando poi, non ci sono vetri alle finestre e scavalcare, per un qualsiasi pirla a caccia d’avventure, è solo questione di un secondo. E’ l’ennesimo dei paradossi che ci auguriamo verrà risolto quanto prima.

Il paradosso, s’intende. Perché il problema resterà intatto, tale e quale a quello di adesso. Altri vetri che prima o poi verranno abbattuti, altre pareti ripitturate (forse) che verranno rilordate. Altri sassi da lanciare, altri disinteressi cronici, altri silenzi, altro degrado ed altra merda destinata a restare – reliquia – in bella vista. Altre sale d’attesa senza più biglietterie neppure automatiche, altra spazzatura lasciata ad eterno ricordo. Altra lugubre sensazione che nessuno farà niente per invertire la rotta perché – diciamoci la verità – Casalmaggiore non conta un ceppo né per RFI né per Trenord. Ne per la regione e neppure per lo stato.

E’ solo un punto su una cartina. E la sua stazione è una Beirut in piena guerra civile che si sgretola piano sotto il peso dei sassi e dei silenzi, della storia e di ciò che doveva essere e non è, di ciò che potrebbe essere e non sarà mai, di ciò che sino a 30 anni fa è almeno stata. Ha scritto bene il writer, per noi scrivani un po’ attempati. Il ricordo di una città che fu dolente è tutto lì. Tra quelle mura e in quel degrado.

N.C.

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