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PD, invertire la rotta: bisogna
tornare a dare risposte alla gente

E alle figure del territorio, soprattutto donne e giovani, viene impedito, anche grazie ad una legge elettorale pessima di cui portiamo le nostre responsabilità, di arrivare là dove è sacrosanto far sentire la voce delle periferie

Il Partito Democratico si guarda allo specchio dopo la delusione (in parte attesa) delle ultime elezioni. C’è molto da cambiare, c’è da rifondare. Tornando ad essere il partito delle persone, quello in grado ci capire e cercare soluzioni ai problemi della gente. La deriva elitaria ha condannato i democratici ad un ruolo subalterno. E’ ora di invertire la rotta. Non sarà un percorso semplice in un mondo – quello della politica – in cui logica delle correnti ed autoconservazione sono sempre messi in primo piano. Ma bisogna iniziare.

Abbandonare i palazzi per tornare nelle piazze, nelle periferie. Ripartire dalla base senza considerarla solo bacino elettorale e distributrice di volantini, ridare dignità e peso al lavoro dei circoli.

La lettera dei segretari dei circoli del Casalasco (Mario Daina, Circolo di Casalmaggiore, Andrea Cantoni, Circolo di Piadena-Drizzona ed Alex Pittari, Circolo di Gussola) va proprio in questo senso. E’ stata presentata ieri alla stampa, nella sede del giornale La Provincia.

La crisi che ha investito il partito – spiegano i tre segretari – non è tanto o solo elettorale, quanto culturale e politica. Ciò su cui riflettere nell’analisi del voto è, prima di tutto, il dato dell’astensione perché il primo vero vincitore delle elezioni è stato il partito del non voto, largamente al primo posto con oltre il 36% in netta crescita rispetto al 27% del 2018.

La differente affluenza al voto registrata tra la periferia e il centro delle grandi città, a vantaggio di quest’ultimo, indica l’affermarsi di quello che è stato definito come astensionismo di classe, ovvero al crescere delle difficoltà economiche diminuisce il tasso di partecipazione. È una vera e propria crisi della democrazia che ci deve interrogare a fondo.

Negli ultimi 25 anni il centrosinistra classico ha cambiato elettorato di riferimento, distaccandosi dalle classi popolari e diventando sempre di più il partito dell’establishment e dei garantiti. La precarietà, la povertà, le disuguaglianze, la paura del presente e del futuro hanno smesso di rientrare nel cuore della sua cultura politica.

E’ questa una responsabilità essenzialmente nostra: crediamo che il congresso costituente debba partire dalla piena consapevolezza di ciò. La nostra sconfitta è da addebitare in minima parte a Letta: non è un caso se dalla nascita del PD si sono succeduti ben sette segretari. Il difetto del partito è strutturale ed è frutto di una identità mal costruita.

Non chiediamo scioglimenti, ma un congresso costituente vero, di rifondazione. Questo congresso, nella situazione sempre più difficile nella quale ci troviamo, non può risolversi con procedure ordinarie. Quelli che hanno condotto il PD in questo vicolo cieco non possono essere gli stessi capi-corrente che determineranno, con le solite logiche correntizie, il risultato finale del percorso congressuale.
Sono le correnti del partito che, quando sono solo autoreferenziali o peggio luoghi di spartizione del potere e non di confronto e di proposta, vanno sciolte!

L’autoreferenzialità dei vertici del partito ha ridimensionato, quando non escluso, il ruolo dei circoli diventati semplici strumenti di volantinaggio elettorale. E alle figure del territorio, soprattutto donne e giovani, viene impedito, anche grazie ad una legge elettorale pessima di cui portiamo le nostre responsabilità, di arrivare là dove è sacrosanto far sentire la voce delle periferie.

La forma di partito che ci siamo dati, oggi non regge più senza una cultura politica progressista chiaramente definita che metta insieme una comunità di persone intorno a principi e valori sulla base dei quali proporre, in modo affidabile, l’idea di società che vogliamo costruire, con chi e con quale visione: il congresso costituente deve condividere una chiara cultura politica con cui ridisegnare il “Manifesto dei valori” del PD!

Un partito, come dice la parola, è una parte del tutto. In questo congresso il PD deve esporsi e dire in modo chiaro e radicale da che parte sta e quale spazio politico vuole occupare.

Non si tratta solo di rammendare l’orlo a un vestito: la crisi economica, l’incremento enorme delle disuguaglianze, la crisi sanitaria, la crisi climatica e ora anche la guerra, impongono risposte chiare e adeguate.

È evidente che, così come siamo messi oggi, da soli non ce la facciamo. Dobbiamo rispondere alla domanda che c’è nel paese di un partito della giustizia sociale e ambientale con al centro le persone, aprendo porte e finestre e riattivando un dialogo con i corpi intermedi, con l’associazionismo sociale e territoriale, con il mondo del lavoro e delle imprese.

Partito della giustizia sociale per combattere le disuguaglianze intollerabili, per l’emancipazione dalla povertà, dall’emarginazione, dalla paura, per la dignità del lavoro, per lo sviluppo dei servizi fondamentali alla persona, per la tutela e lo sviluppo dei diritti civili, per la lotta a ogni forma di discriminazione e razzismo.

Partito della giustizia ambientale perché la crisi climatica, la minaccia più grande che investe l’umanità, non è una delle tante questioni ma è la questione strutturale in cui inquadrare tutte le altre: lavoro, produzione, salute, lotta alle disuguaglianze, distribuzione della ricchezza e così via. A pagare non devono essere le persone più deboli, con meno possibilità economiche, con meno disponibilità di conoscenze e le generazioni future per il fardello che si troveranno sulle spalle.

Avere un buon programma aperto e condiviso è certo fondamentale (e potremo raggiungere l’obiettivo solo con una cultura politica progressista ben definita) ma conta anche chi quel programma lo racconta e la lingua che usa perché tra il PD e il paese si è spezzato un legame di fiducia e su alcune battaglie abbiamo perso credibilità.

Questo congresso deve ridare almeno la speranza che il PD ha capito la lezione e vuole tornare ad essere il partito dell’articolo 3 della Costituzione“.

N.C.

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