Tre anni senza Giorgio Bianchi
nel racconto dell'amico "Geppa"
Si è spento tre anni fa, il 10 dicembre 2022, dopo avere lottato per un anno e mezzo (tanto era passato dalla sua caduta in montagna che lo aveva lasciato in fin di vita) Giorgio Bianchi, per tutti Jorge o Yorghe, a seconda di come lo si voglia scrivere. Un dolore tremendo per la comunità di Casalmaggiore. Oggi, nel terzo anniversario della morte, vogliamo ricordare Giorgio con un racconto che ci è stato invitato dall’amico Giampietro Lazzari, che ricorda i momenti in cui, assieme al padre, andava a trovare Jorge all’ospedale di Fontanellato.
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Un caro amico, anzi il più caro, appassionato di cammini e di natura, un giorno sfortunato incorse in un incidente di montagna. Mentre procedeva su di un sentiero che costeggiava un dirupo mise un piede in fallo e cadde fra le rocce sottostanti fratturandosi il capo. Fu recuperato vivo ma ormai privo di conoscenza. Da quel giorno ebbe inizio un lungo percorso per lui e per i genitori, già davvero anziani, e provati dalla vita per un altro evento tragico che aveva coinvolto il secondo figlio molti anni prima.
Dopo quel primo soccorso l’amico fu ricoverato dapprima in terapia intensiva presso l’ospedale del capoluogo di quelle montagne. Nulla faceva presagire uno sviluppo positivo, tanto che, per svariati giorni, l’attesa del bollettino medico serale rappresentava un’anticamera della possibile irreversibile notizia. Il periodo di sospensione tra vita e morte venne invece superato. Fu quindi trasferito presso una struttura dedicata agli infortunati di quella specie, ossia coloro che sopravvivono, almeno ai nostri occhi, privi di coscienza, nella aspettativa del risveglio a volte vanamente atteso per la restante parte dell’esistenza.
Il padre, nonostante fosse prossimo ai novant’anni, era ancora uomo nel pieno delle proprie capacità intellettive e sufficientemente indipendente. La madre viveva abbarbicata al suo fianco, e da lui e dalla incrollabile fede, traeva linfa e forza sufficiente per continuare a sopravvivere.
Di questa grande famiglia, di tutti loro, padre, madre, zii e cugini, cani e gatti compresi ero intimo frequentandola fin da bambino, quando la loro casa colonica, piena di vita e di animali di ogni genere, faceva da sfondo ai nostri giochi fanciulleschi. A quel tempo i campi circostanti erano un enorme regno, l’aia circondata dall’abitazione e dai portici, un maniero, le stanze della cascina un luogo fresco ove la calura non riusciva a penetrare durante quelle estati, dopo la fine della scuola, così lunghe da sembrare infinite.
La casa di cura ove venne trasferito si trovava a un’ora scarsa di strada dal nostro paese, e almeno nei primi mesi di permanenza, erano pressoché giornalieri i viaggi del padre a trovare il figlio.
Nello stato di incoscienza in cui si trovava – almeno così affermavano i neurologi – era importante che i genitori e altri soggetti più prossimi fossero costanti nella vicinanza dal momento che – essi sostenevano – alcuni risvegli si verificano proprio grazie al continuo sussidio di qualcosa di familiare, fosse esso una carezza paterna, un parlare, una voce, un ricordo.
Eravamo all’inizio dell’autunno. In quelle circostanze, visto il legame che mi univa forte a quella famiglia, mi offrii pertanto, per quanto mi era possibile, di accompagnare il vecchio padre per alleviargli la fatica di quelle trasferte quotidiane verso la struttura di degenza, nonostante il capofamiglia, di animo orgoglioso, mi facesse capire, con l’atteggiamento semplice ma perentorio degli uomini d’un tempo, che avrebbe gradito contare sulle proprie forze.
Tuttavia la mia insistenza e le prime nebbie che calavano, serali, sulla pianura, e che rendevano più difficoltosi quei percorsi nel ventre della bassa, fecero capitolare il padre che acconsentì ad essere condotto da altrui mezzo e persona verso il primogenito.
Iniziò così una lunga serie di viaggi durante i quali ebbi modo di conoscere, ancor più di quanto non già conoscessi per passate frequentazioni, le profondità dell’animo di quell’uomo.
Passavo a prenderlo nel tardo pomeriggio, dopo il lavoro. La precoce oscurità delle sere autunnali era già iniziata. Egli usciva dalla casa, senza bisogno che io attendessi molto o suonassi chissà quale campanello (di cui comunque la cascina non era dotata). Al mio arrivo in auto sull’aia antistante lo intravedevo che mi aspettava, dietro la finestra della cucina rischiarata dalla luce, mentre con la mano tendeva leggermente scostata la tendina ricamata. Mi attendeva pronto, come facevano le persone di un tempo. Poi la sua figura spariva per riapparire dopo qualche istante e uscire dal portone dell’andito della cascina. «Ciao Franco», «ciao Giampietro». Poi partivamo.
Per qualche minuto rimanevamo silenziosi come se la consapevolezza delle circostanze ci inducesse ad un raccoglimento interiore, reciproco e riconosciuto; e forse proprio così lo intendevamo, senza bisogno di dircelo.
La nebbia ci trafiggeva, dapprima con strisce orizzontali sottili e taglienti, poi grassa calava e ci veniva incontro, bagnava il parabrezza imperlandolo come un sudore freddo di un tempo malato, indolenziva la nostra vista sulle righe del manto stradale, creava un alone opalino intorno ai fanali mentre la nostra velocità decrementava fino a farci sentire quasi immobili, galleggianti, immersi in un nulla e chiusi in quell’auto, in una dimensione recondita e separata dal restante, fatta di soli noi e dalla presenza costante, sebbene immateriale, del figlio e dell’amico, a qualche minuto di strada dal nostro procedere.
Era in quel momento, in quella circostanza, che il padre incominciava a parlare, solo dopo che quell’iniziale reverente silenzio – prossimo ad un’intima preghiera – insieme alla nebbia ci aveva portati ad essere distanti dal mondo ma vicini a noi stessi, complici di quei viaggi carichi di speranze, e, a volte, pesanti di rassegnazione.
Ed era senza che io chiedessi che lui, ad un tratto, mi diceva, mi raccontava, mi testimoniava del suo mondo, mi conduceva nelle vicende piccole e grandi di una numerosa famiglia della nostra pianura degli anni trenta, e del lavoro e dei proprietari e dei braccianti e delle leghe contadine e di una certa, oggi sparita, dignitosa miseria. Le sue parole si facevano mano a mano strade e dentro vi passavano le stagioni e gli anni e le guerre e le felicità e le sfortune e i mille rapporti umani con le loro vivaci sfaccettature. Ma più di tutto passava un senso, se non di sapienza, almeno di saggezza nell’aver compreso il valore degli uomini mischiati dentro quegli eventi.
Erano parole pacate eppure dotate di forza, racconti semplici, distanti dal voler elevarsi ad altezzosi insegnamenti. E più di tutto non si trattava, in verità, di semplici ricordi di un anziano, di una rimembranza di epoche lontane più o meno felici, per farmi partecipe di quanto l’esistenza fosse stata, al tempo, molto più dura di quella di noi figli da loro generati. No; il vecchio padre non si compiaceva, come invece spesso accade, nel sottolineare la distanza, la differenza fra le vite di ieri e di oggi, la loro a tratti così impervia e la nostra di figli nati fortunati nel periodo dell’espansione economica in un paese già divenuto diverso. Nulla, davvero nulla di tutto questo. Quelle narrazioni, quelle parole non avevano il sapore di una predica né il tono di un rimprovero, nemmeno blando.
Ne emergeva, invece, senza spocchia, una infinita complessità di rapporti e di relazioni di cui spesso mi stupivo. Il pensiero conduttore, la trama per così dire, era sempre rivolto al “noi”, alle altrui vite più che a quella appartenente a sé stesso. Gli eventi non lo riguardavano mai, tranne per sparute occasioni, come uomo singolo, come distinta entità, come monade di un mondo antico e spesso faticoso.
Erano ogniqualvolta descrizioni corali, immagini d’insieme, straordinarie coreografie di gruppi, di moltitudini, sfondi di orizzonti ampi: Le famiglie sempre numerose dove tre generazioni si riunivano nelle stalle a raccontarsi, insiemi di lavoranti a raccogliere covoni nella distesa piatta e gialla punteggiata di macchie rosse di papavero, le banchine delle stazioni, affumicate di vapore e nere di carbone, a salutare i fratelli o i giovani zii in partenza per i fronti d’oltremare e delle sperdute terre orientali, le folle delle passioni politiche mantenute vive fino a pochi anni prima. Il suo era puro piacere di esporre quelle vite a me, di condividerle per farmele sentire davvero, senza vezzo di lezione, senza retorica, senza quel gusto rugginoso di nostalgia.
Era esistenza in purezza, straordinario vino d’annata, pieno di corpo e di sentori, e io mi sentivo un privilegiato nel poterne gustare. E davvero non c’era spazio per giudizi sommari, nessuna traccia di postume rivincite che a volte i decenni passati consentono di raggiungere. No, non c’era impronta di rivalse, non era questo che animava le parole del vecchio padre. C’era invece una sorta di pìetas, una necessità, quella si, di rinnovare e di trasmettermi una certa umanità dimenticata, un modo di vivere e di interpretare il mondo come essere vivente collettivo, che conteneva il sé di ognuno, lui compreso, ma ove il tutto era più della somma delle singolarità.
«Vedi», mi disse un giorno, «io ho avuto la fortuna di nascere povero, e questo mi ha consentito di capire molte cose degli uomini».
Fortuna di nascere povero… chi mai, oggi – considerai – potrebbe solo immaginare di formulare un pensiero analogo? Chi potrebbe accostare la parola fortuna alla parola povertà? Credo davvero nessuno.
Ma poi compresi. Quella frase conferiva un senso compiuto a tutte quelle narrazioni, ne rivelava il profondo significato, ne faceva summa, in qualche modo le permeava. La povertà, come la definiva lui, non era in realtà solo una oggettiva condizione disagiata, era un mezzo attraverso il quale si attuava la condivisione di sé e della propria piccola esistenza, era un modo fortunato – come lo aveva definito in una frase che sapeva di ossimoro – di conoscere, di sperimentare l’animo altrui, di poterglisi accostare, di viverne l’essenza congiunta, come atto supremo della condizione umana su questa terra.
La fortuna di nascere povero. Sovente quella sua frase bussa ancora alla mia porta, fluttua nella mia mente, beccheggia nei miei pensieri, con quella sua profondità così piena di vita vera, pura, cristallina nel suo essere verbo che acquista un senso proprio per essere stato vissuto.
Quando il viaggio di andata terminava entravamo in quel luogo. Il padre saliva, solitario, al primo piano della struttura dal momento che le visite erano circoscritte ad una sola persona alla volta. Io, seduto su una panca dell’androne, lo seguivo con gli occhi mentre saliva lento i gradini delle scale tenendosi saldo sul corrimano con la fatica e la speranza che lo accompagnavano. E lo attendevo lì, insieme ad altre esistenze in attesa, provate anch’esse da eventi similari, richiamo di quella condizione umana condivisa di cui poco prima mi aveva parlato. Aspettavo e pensavo alle sue parole. Poi lo vedevo ricomparire dopo qualche tempo.
Mi diceva che il figlio lo aveva salutato e che mi stava aspettando. Salivo a mia volta, indossavo il camice di carta verde e mi sedevo al fianco del mio amico nel silenzio di quella camera. Sebbene abbia cercato nel suo volto e nei suoi occhi, con tutte le mie forze e con tutte quelle rare preghiere di cui sono capace, anche un minimale accenno di coscienza, un frammento di percezione, mai ne trovai traccia. Ma forse il vecchio padre, in quanto tale, vedeva più in profondo di me, e così io speravo fosse. Infine lasciavamo la struttura e ripartivamo per il viaggio di ritorno.
Andammo avanti così, per poco più di un anno. Poi il destino volle diversamente e quei nostri viaggi non furono più necessari.
Ogni tanto ci vado da papà Franco ed è un po’ come se andassi a trovare il mio amico. Lui mi parla ancora, come quando stavamo dentro l’auto, e io le ascolto le sue parole. Sono ancora un grande dono.
Giampietro Lazzari