In ricordo di don Marco: "Fu il mio maestro di alpinismo e non solo"
Ho perso una guida spirituale, il sacerdote che mi ha cresciuto, in altri tempi ormai abbastanza lontani, in un mondo completamente differente dall’attuale, insieme a centinaia di altri ragazzi e ragazze di Casalmaggiore e non solo
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Non avrei mai voluto scrivere queste poche righe.
Ho perso Don Marco Tizzi, il mio Maestro di Alpinismo, la persona che mi ha insegnato tutto quello che so della montagna, che mi ha insegnato a scalarne le pareti, a percorrerne i sentieri, ad affrontarne le difficoltà, a confrontarmi con la paura nei passaggi più difficili.
Ho perso una guida spirituale, il sacerdote che mi ha cresciuto, in altri tempi ormai abbastanza lontani, in un mondo completamente differente dall’attuale, insieme a centinaia di altri ragazzi e ragazze di Casalmaggiore e non solo.
Don Marco era la persona che ha forgiato il mio immenso amore per le vette. Don Marco era la Guida Alpina (e chi lo ha conosciuto sa che non sto usando a caso questo termine) che ha saputo dare un senso, un significato profondo alla mia passione per le arrampicate. La mente vola ai momenti in cui mi sono trovato da solo sulla cima di una montagna. Non importa quale: le adorate Pale di San Martino o le Grigne o i selvaggi crinali dell’Appennino. Ritorno a quei momenti di profonda intimità personale in cui dominatore assoluto è il silenzio dell’alta quota, lo stesso che anticipa l’alba prima della partenza o che segue una lunga e faticosa scalata. Quello stesso silenzio assordante che sento mentre contemplo ogni volta il mistero della vita e della morte ed oggi in particolare mentre affronto il dolore per la scomparsa del nostro Don che ha compiuto l’ultima ascesa, verso una vetta la cui scalata non necessita di corde, chiodi o moschettoni ma solo purezza d’animo, fede e devozione per il Padre.

Don Marco era un prete della bassa, nato tra le nebbie padane, ma con il cuore che batteva forte tra guglie, pareti e crode. È stato il nostro prete: il “prete dei ragazzi”, un pastore che non ci aspettava in chiesa, ma ci veniva a cercare nei sentieri impervi della vita e ci accompagnava nel vivere l’oratorio come una grandissima famiglia. Ci conduceva sui sentieri di montagna insegnandoci a rispettarne l’ambiente perché scorgeva nella fatica dell’ascesa e nella scalata una metafora ideale della vita cristiana: fatica, cordata (comunità), silenzio, contemplazione ed infine, la luce di Dio Creatore. Don Marco aveva un modo di fare schietto, a volte ruvido come il porfido del Lagorai ma sempre intimamente e profondamente autentico.
Don Marco non faceva prediche astratte: lui ti metteva lo zaino in spalla e ti diceva di camminare. Ci ha insegnato che la preghiera più vera è quella fatta col fiato corto, mentre ci si aiuta l’un l’altro per superare un passaggio difficile. Dopo decenni di frequentazione del Primiero (dove era stimato e conosciutissimo e dove tanti amici comuni hanno espresso cordoglio) il celeberrimo gruppo “Aquile di San Martino” lo ha accolto ed insignito del titolo di “Guida Alpina ad honorem” per la sua instancabile e continua opera in favore della Montagna. Un titolo distintivo più unico che raro, appuntatogli sul petto dall’amico di sempre Giampaolo Depaoli e dall’allora decano delle Aquile, Renzo Debertolis. Ecco perché non ho usato quel termine a caso. Il Don era la nostra Guida Alpina, una Guida dello spirito che oltre ad insegnarci come rispettare la montagna, ci ha dimostrato che, anche se veniamo dalla pianura, non siamo fatti per restare appiattiti ma siamo naturalmente tesi alla verticalità, allo sforzo che nobilita, alla solidarietà di una cordata che non lascia mai indietro nessuno. Certo, guardando la società odierna ipertecnologica ma profondamente individualista, il suo pensiero potrebbe risultare fin troppo ottimista, ma su una cosa aveva ragione: la natura umana ha profondamente sete di infinito e di vicinanza a Dio. Ma l’umanità dove trova Dio se non nella meraviglia del Creato di cui la montagna è testimone indiscussa?
Del resto, l’alpinismo, per il mondo cattolico, non è mai stato solo una semplice disciplina sportiva, ma una vera e propria liturgia. La montagna è, per eccellenza, il luogo della Teofania: l’ascesa fisica è sempre stata metafora del percorso spirituale umano e dell’avvicinamento a Dio. La storia stessa della Chiesa è ricchissima di figure che hanno trovato nella montagna una via per la giungere a Dio. Penso ai celebri Pontefici alpinisti, fra cui Achille Ratti (Pio XI) che aprì vie impegnative sul Monte Rosa (la celebre “Cresta del Papa”) e sul Monte Bianco e che considerava la montagna una scuola di virtù e di fortezza, oppure San Giovanni Paolo II che percorrendo in lungo ed in largo i massicci valdostani e dolomitici ha reso celebri le sue escursioni dove il silenzio delle altezze diventava spazio di preghiera e riflessione filosofica. Penso anche al giovanissimo Pier Giorgio Frassati, beatificato da Wojtyła nel 1990 e proclamato santo da Leone XIV lo scorso settembre 2025, soprannominato il ragazzo delle vette, il cui motto “Verso l’alto” riassumeva impegno sociale, carità ed elevazione dell’anima.
Questi sono solo gli esempi più celebri ma l’attività alpinistica dei sacerdoti di tutto il mondo è assai prolifica e non basterebbero cento volumi per raccogliere tutte le testimonianze. Come efficacemente esprime Don Luigi Bianchi nel suo “Breviario dell’Alpinista”, la montagna “è luogo della ricerca personale, spirituale, umana e civile che coniuga i gesti tipici dell’alpinista – salire, faticare, raggiungere la vetta, contemplare il panorama, riposare, mangiare, ritrovarsi insieme – alla spontanea riflessione personale che accompagna chiunque cammini in quota“.
La montagna è da sempre uno spazio sacro ovvero il palcoscenico privilegiato dove Dio sceglie di rivelarsi all’uomo: proviamo a pensare alle vette “famose” della Bibbia: il Sinai simbolo della rivelazione, il Tabor simbolo della luce e dell’incontro tra divino ed umano, il monte delle Beatitudini simbolo della nuova alleanza, il Calvario simbolo del sacrificio supremo. La lezione di Don Marco Tizzi si colloca perfettamente nel solco di questa liturgia alpinistica: “la montagna è maestra di vita”, come soleva ripetere spesso. Quando ha ricevuto il distintivo di Guida Alpina, celebrando messa, ha riassunto così il suo impegno: “a tutti coloro che ho accompagnato su queste montagne ho sempre cercato di farle conoscere ed amare, perché si avvicinassero ad esse con rispetto ed umiltà. La montagna educa a diventare maturi, forgia il carattere, richiama immagini di eternità, ci avvicina a Dio”.
Caro Don Marco, ora che sei andato avanti e le cime del Paradiso ti hanno accolto, ti immagino lì, seduto insieme a tutti i nostri cari che ti hanno preceduto, su una roccia di quella cresta infinita, a guardarci con quel tuo sorriso saggio e un po’ severo. Continua a guidarci da lassù perché d’ora in poi ogni metro guadagnato verso la vetta oltre ad avvicinarci a Dio, sarà un modo per sentirti, ancora e per sempre, compagno di cordata. Buona ascensione nel Cielo. La nostra scalata continua seguendo la traccia che ci hai lasciato.
Marco Vallari