Politica

Referendum sulla giustizia, il Comitato del No spiega le proprie ragioni

All’Auditorium Santa Croce di Casalmaggiore partecipato incontro pubblico promosso dal Comitato del No Casalasco sul referendum costituzionale del 22 e 23 marzo. I relatori hanno illustrato le criticità della riforma

Il tavolo dei relatori in Auditorium Santa Croce
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Sabato 7 marzo, presso l’Auditorium Santa Croce di Casalmaggiore, il Comitato del No Casalasco ha promosso un incontro pubblico dedicato al referendum costituzionale sulla giustizia che si terrà il 22 e 23 marzo. Si tratta di un referendum confermativo, quindi senza quorum: conterà semplicemente il numero dei voti validi espressi.

L’iniziativa, molto partecipata, ha visto gli interventi del prof. Gian Carlo Roseghini, presidente ANPI Casalmaggiore, nel ruolo di moderatore, dell’avvocato Paolo Antonini, di Florindo Oliverio, Responsabile Politiche Istituzionali CGIL Nazionale, e del Pubblico Ministero della Procura di Cremona Alessio Dinoi.

“Nel corso della serata – esordiscono dal Comitato del NO Casalasco – è stato sviluppato un ragionamento netto e coerente sulle ragioni del NO. Il primo punto emerso è che quella sottoposta a referendum non è una riforma della giustizia nel senso concreto che interessa i cittadini. La riforma, infatti, non interviene sull’organizzazione degli uffici giudiziari, non affronta il problema della carenza di magistrati, non risolve la mancanza di personale amministrativo, cancellieri e segreterie, e non mette mano alle criticità materiali che spesso rallentano i processi. In altre parole, non agisce sulle cause reali della lentezza della giustizia, ma modifica invece l’assetto costituzionale degli organi che governano e controllano la magistratura. Il testo sottoposto a referendum riguarda infatti l’“ordinamento giurisdizionale” e l’istituzione dell’“Alta Corte disciplinare”.

Da qui il secondo passaggio affrontato durante l’incontro: cosa cambia davvero rispetto a oggi. I relatori hanno spiegato che la riforma si fonda su tre pilastri: separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, scissione del CSM e istituzione di una nuova Alta Corte disciplinare.

Sulla separazione delle carriere: “E’ stato ricordato che già oggi, dopo la riforma Cartabia, i passaggi da giudice a pubblico ministero e viceversa sono fortemente limitati e in concreto molto rari”. Per questo, secondo i relatori, “non si giustifica una modifica della Costituzione per affrontare un fenomeno già marginale”. È stata inoltre contestata la tesi secondo cui il giudice sarebbe “troppo vicino” all’accusa: “I dati sui procedimenti mostrano esiti articolati e non una coincidenza automatica tra richiesta del PM e decisione del giudice. Il timore espresso, invece, è che la separazione completa delle carriere spinga nel tempo il pubblico ministero fuori da una magistratura unitaria e autonoma, avvicinandolo sempre più al potere esecutivo”.

Grande attenzione è stata poi dedicata alla scissione del CSM, “l’organo di autogoverno che oggi garantisce l’autonomia e l’indipendenza della magistratura dagli altri poteri dello Stato. Il punto messo al centro del dibattito è che dividere un organo di garanzia significa renderlo più debole. A preoccupare è anche il nuovo sistema di composizione: i membri togati verrebbero sorteggiati, e non più eletti, mentre i membri laici sarebbero estratti da elenchi predisposti dal Parlamento”. Secondo i relatori, questo meccanismo “rischia di aumentare il peso effettivo della politica, perché il gruppo dei laici potrebbe risultare più compatto e influente rispetto a una componente togata sorteggiata e non scelta per esperienza di autogoverno. Da qui la conseguenza più concreta richiamata nel confronto: “Un organo così strutturato potrebbe incidere in modo determinante sulla scelta dei procuratori delle grandi città e quindi, indirettamente, sugli indirizzi e sulle priorità dell’azione giudiziaria”.

Il terzo punto riguarda l’Alta Corte disciplinare, nuovo organo cui verrebbe affidata in via esclusiva la giurisdizione disciplinare sui magistrati. “Anche qui, è stato osservato, emerge una contraddizione: mentre si sostiene la necessità di separare giudici e PM, i due tornano a essere riuniti proprio nell’organo che dovrebbe giudicarli sul piano disciplinare. Ma soprattutto, è stato sottolineato come molti aspetti decisivi del funzionamento concreto della nuova Corte siano rinviati alla legge successiva: composizione dei collegi, regole procedurali, definizione degli illeciti e delle sanzioni. Per i promotori del NO questo significa lasciare un ampio spazio di intervento futuro alla politica su una materia delicatissima”.

Il cuore politico dell’incontro è stato però il ragionamento sulle conseguenze per i cittadini. I relatori hanno insistito sul fatto che l’autonomia della magistratura non è un privilegio corporativo, ma una garanzia democratica per tutti. “Se un magistrato sa che la sua carriera, le sue valutazioni o il suo eventuale giudizio disciplinare possono dipendere, anche indirettamente, da un sistema più permeabile alla politica, il rischio è che non decida più con piena libertà. E quando chi giudica o chi indaga non è completamente libero, il pericolo è che nei casi più delicati a essere favorito sia il soggetto più forte: la grande azienda contro il lavoratore, il potere economico contro il cittadino, l’interesse politico contro l’interesse generale”.

Da qui la conclusione condivisa dai promotori dell’incontro in Auditorium Santa Croce: “Questa riforma non risolve i problemi reali della giustizia, ma modifica l’equilibrio tra i poteri dello Stato in una direzione che, secondo i relatori, rischia di rendere la magistratura più debole e più esposta al potere esecutivo. Anche l’intervento della CGIL ha collocato questa riforma dentro un disegno politico più ampio, insieme ad altri interventi istituzionali, come parte di un modello di Stato sempre più accentrato.

Per tutte queste ragioni, il Comitato del No Casalasco “rinnova l’invito ai cittadini a partecipare al voto del 22 e 23 marzo e a votare NO. In un referendum confermativo senza quorum, ogni voto conta. E proprio per questo è fondamentale che i cittadini si informino, partecipino e difendano con il voto l’equilibrio tra i poteri e l’autonomia della magistratura”.

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