Devicenzi apre il dibattito sulle categorie nel ciclismo paralimpico
L’atleta di Martignana di Po Andrea Devicenzi invita ad aprire una riflessione sulle classificazioni nel ciclismo paralimpico: "Perché un amputato di gamba deve competere con atleti che hanno entrambe le gambe funzionanti?"
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“C’è un ragazzo di 20 anni, da qualche parte nel mondo, che ha perso una gamba e sogna di diventare campione paralimpico di ciclismo. Quello stesso ragazzo, oggi, scoprirà che il suo sogno è impossibile per statuto, non per mancanza di talento”.
A parlare è Andrea Devicenzi, atleta paralimpico che si è tolto diverse soddisfazioni nel ciclismo e che – tra un’impresa sportiva e l’altra – continua a far parlare di sé, spostando con le sue sfide l’orizzonte geografico, sportivo e motivazionale, ogni volta, un po’ più in là.
L’innesco per una considerazione che, lungi dall’avere intenti polemici, vuole invece stimolare un ragionamento propositivo sulla classificazione delle categorie paralimpiche, è arrivato guardando la finale di curling alle Paralimpiadi di Milano-Cortina. L’inserimento della categoria mista ai Giochi Invernali Paralimpici è stato accolto con favore dal ciclista recordman di Martignana di Po. “Sono stato felice per gli atleti interessati, ma allo stesso tempo rammaricato per chi, come me, pedala con una gamba sola”.
Nessun ‘caso’ – doveroso ripeterlo – nessuna voglia di fare polemica. Semmai c’è un intento costruttivo nelle sue parole. L’auspicio è che si possano riconsiderare certi parametri nel ciclismo paralimpico, in nome dei valori di riferimento e di una vera inclusione. “A 52 anni per me il percorso paralimpico è sicuramente chiuso”. Chiuso come lo spiraglio per eventuali fraintendimenti rispetto alle finalità della sua azione. L’intervento dell’atleta casalasco è di ben altro tenore: l’auspicio, come detto, è che si possano rivedere determinati criteri per dare a tutti le medesime possibilità, anche in sella a due ruote. Anche nel ciclismo.
Sul proprio sito posta una foto: i tre atleti nella parte superiore dell’immagine sono coloro che a Parigi 2024 hanno vinto le tre medaglie su pista nel chilometro da fermo nella categoria C2. “La mia categoria, se decidessi di gareggiare a livello nazionale e internazionale”. La differenza con Alexandre Léauté (Francia), con paralisi parziale alla gamba destra, Hidde Buur (Olanda), con paralisi cerebrale a braccio e gamba destri, Gordon Allan (Australia), con paralisi cerebrale a quattro arti, è proprio il vulnus della questione.
“Tre atleti straordinari, tre campioni che meritano il loro successo e i traguardi che hanno raggiunto e che raggiungeranno, ma tutti e tre hanno due gambe. Medaglie per alcuni, impossibilità per altri. Si tratta di ciclismo, sport in cui il numero di pedali funzionanti e dunque il numero di gambe che spingono è “sensibilmente” importante”.
Devicenzi, che – parafrasando il titolo del romanzo sulla sua impresa islandese – ha girato mezzo mondo su un pedale, prosegue: “In alcune categorie paralimpiche esistono decine di classi diversificate, regalando agli atleti opportunità multiple, mentre per chi ha disabilità diverse nella stessa categoria non esistono possibilità di competere alla pari. Gareggiare nel ciclismo, misurandosi alla pari, con una gamba contro atleti che ne hanno due è pressoché impossibile.
Non è una questione di talento, di allenamento o di voglia. La questione è fisica, biomeccanica, è matematica. Perché si aggiungono nuove categorie e medaglie in alcuni sport, come il curling misto che ho appena visto per la prima volta alle Paralimpiadi, mentre nel ciclismo un amputato di gamba viene messo a competere con atleti che hanno entrambe le gambe funzionanti?”
Come detto, la speranza è che si possa aprire un dibattito sul tema: “Non sto scrivendo per rivendicare una medaglia che non avrò mai, sto scrivendo perché aprire una discussione attorno a un tavolo potrebbe motivare e stimolare “miei simili” a mettersi in gioco, sognando come tanti altri l’oro paralimpico”.
In chiusura un appello ai valori delle Paralimpiadi: “Lo sport paralimpico dovrebbe essere il luogo dell’equità per eccellenza. Dovrebbe essere il luogo dove ogni disabilità trova la sua giusta collocazione, dove ogni atleta può competere alla pari con chi ha una condizione simile alla sua. Un grandissimo in bocca al lupo ai campioni di Milano-Cortina. Voi siete eroi che ispirate il mondo. Al movimento paralimpico dico: non è più accettabile ignorare queste disparità. Lo sport deve essere uguale per tutti”.
