Romanetti e la cultura: “Cura l’anima. Grande bugia dire che deve autofinanziarsi”
«Non è mai stato così in nessuna epoca. Le grandi civiltà – dalla Grecia a Roma, fino al Rinascimento e al Barocco – hanno investito nella cultura perché sapevano che rappresenta il motore di una società realmente civile»
«Il teatro salverà il mondo, a patto di saperlo ascoltare». O almeno questa è la speranza di Giuseppe Romanetti, oggi direttore artistico del Teatro Sociale di Villastrada e, per oltre trent’anni, anima delle stagioni teatrali di Casalmaggiore.
Romanetti parte da un episodio storico per spiegare il valore che il teatro ha sempre avuto nella crescita della società. «Una guarnigione stanziata a Casalmaggiore, sapendo che a Cremona si trovava una compagnia di Comici dell’Arte della quale faceva parte anche Barbieri come attore, decise di invitarla in città, sostenendone le spese. All’epoca, però, la Chiesa guardava con grande diffidenza al teatro e arrivò perfino a pagare alcune persone perché non assistessero agli spettacoli».
Nel frattempo una piena del Po trasportò fino a Casalmaggiore alcuni strumenti musicali. «Tutti pensarono che appartenessero alla compagnia tanto attesa. In realtà gli attori arrivarono poco dopo e misero in scena otto giorni consecutivi di spettacoli, con il pienone del pubblico, nonostante i veti incrociati».
Per Romanetti, quell’episodio racconta una verità che attraversa i secoli. «La cultura, e in particolare il teatro, è sempre stata uno dei principali motori della civiltà».
Da qui nasce anche la sua critica agli scarsi investimenti destinati al settore. «L’idea che la cultura debba mantenersi da sola, o quasi, è una bugia colossale. Non è mai stato così in nessuna epoca. Le grandi civiltà – dalla Grecia a Roma, fino al Rinascimento e al Barocco – hanno investito nella cultura perché sapevano che rappresenta il motore di una società realmente civile».
Infine, l’auspicio. «Spero che, in un mondo sempre più ripiegato sull’autoreferenzialità, sul localismo e su una cultura che spesso rincorre soltanto la logica televisiva, si possa tornare ad aprire un dibattito serio sul valore della cultura e, in particolare, del teatro».