Cronaca

Maxi traffico di rifiuti tessili: sequestrato un capannone a Viadana

Un capannone in via Guido Rossa a Viadana, dove erano accumulate 560 tonnellate di rifiuti tessili, è stato sequestrato nell'ambito della maxi inchiesta coordinata dalla Dda di Brescia

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Uno dei depositi di rifiuti tessili finiti sotto sequestro nell’ambito di un’indagine coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Brescia si trovava a Viadana. In provincia di Mantova i sigilli sono stati apposti anche ad altri due capannoni, a Casalromano e Borgoforte, dove erano accumulate complessivamente 2.350 tonnellate di scarti tessili. L’inchiesta vede venti persone indagate per i reati di traffico illecito di rifiuti e gestione di discarica abusiva.

Nel dettaglio, nel capannone di via Guido Rossa a Viadana sono state rinvenute 560 tonnellate di rifiuti, in quello di via Pini a Casalromano circa 1.500 tonnellate e nel sito di via Grazia Deledda a Borgoforte altre 290 tonnellate.

L’operazione è stata eseguita dai carabinieri forestali con il supporto dei reparti territoriali dell’Arma e delle unità cinofile della Guardia di finanza. L’attività investigativa ha portato al sequestro preventivo, disposto dal Giudice per le Indagini Preliminari di Brescia e finalizzato alla confisca in caso di condanna, di una società bresciana, di una flotta di autoarticolati utilizzati per il trasporto dei rifiuti e di beni per un valore complessivo di 12 milioni di euro. Gli inquirenti hanno inoltre annunciato ulteriori sequestri di rapporti finanziari e beni immobili nelle province di Mantova, Brescia, Verona, Lodi e Nuoro.

L’indagine riguarda un presunto sistema di gestione illecita di oltre 26mila tonnellate di rifiuti tessili. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, gli scarti, provenienti in larga parte dalla Toscana, venivano ritirati a poco più di 150 euro, a fronte di un costo medio di mercato superiore ai 200 euro per la gestione di questa tipologia di rifiuti.

Secondo l’ipotesi accusatoria, il materiale non veniva sottoposto alle previste operazioni di selezione, cernita, igienizzazione e recupero. Nonostante ciò, sarebbe stato fatto figurare come materiale recuperato (“End of Waste”), cioè come materiale che avrebbe cessato la qualifica di rifiuto, per essere poi trasferito in quindici capannoni distribuiti in nove province tra Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna e Piemonte.

Gli investigatori contestano che le procedure necessarie per ottenere la qualifica di “End of Waste” non sarebbero mai state eseguite oppure sarebbero state effettuate solo in parte.

Secondo quanto riferito dai carabinieri forestali, il gruppo avrebbe inoltre individuato e preso in affitto i capannoni attraverso società di comodo costituite appositamente e intestate a prestanome in condizioni di fragilità economica. Dopo aver riempito rapidamente gli immobili con i rifiuti, avrebbe interrotto il pagamento dei canoni di locazione, quando i capannoni e le relative pertinenze erano, di fatto, trasformati in discariche abusive.

Una parte degli scarti, invece di rimanere stoccata nei depositi individuati tra Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna e Piemonte, sarebbe stata esportata illecitamente in Turchia. L’ordinanza del Gip richiama gli accertamenti svolti in collaborazione con l’Olaf (Ufficio europeo per la lotta antifrode), grazie ai quali è stato documentato l’invio di circa 2mila tonnellate di rifiuti tessili, presentati come “End of Waste”, verso un sito della città turca di Denizli. Infine, alla società bresciana è stata contestata anche la responsabilità amministrativa ai sensi del D.lgs. 231/2001, in relazione al presunto vantaggio economico derivante dalle attività illecite.

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