MEAN a Odessa, il viadanese Bergamaschi: “Notte di fuoco, sembra andare sempre peggio”
«Tremava tutto. Il mio hotel è a ridosso del porto, che è un obiettivo strategico. I vetri hanno tremato lungamente e nel corso della notte, fino alle 8.15, abbiamo continuato a sentire esplosioni»
«Sembra andare sempre peggio». È questa l’impressione di Paolo Bergamaschi, al termine di una notte insonne trascorsa a Odessa, dove i bombardamenti hanno scosso anche le mura dell’hotel nel quale sta soggiornando, a ridosso del porto. Bergamaschi, con una lunga esperienza diplomatica alle spalle, è arrivato nei giorni scorsi in Ucraina insieme al Movimento Europeo di Azione Non Violenta, il MEAN, per portare solidarietà alla popolazione e sostenere concretamente le realtà locali.
«Una notte come quella che ho appena passato non mi era mai capitato di viverla in Ucraina», racconta il viadanese Bergamaschi. Una notte iniziata poco dopo le due, quando un’esplosione ha svegliato improvvisamente gli ospiti dell’hotel. «Tremava tutto. Il mio hotel è a ridosso del porto, che è un obiettivo strategico. I vetri hanno tremato lungamente e nel corso della notte, fino alle 8.15, abbiamo continuato a sentire esplosioni».
Un’esperienza diversa anche rispetto alle precedenti visite in Ucraina. «Ero già andato altre volte durante le notti nei rifugi – spiega – ma quello che abbiamo provato stanotte non mi era mai capitato». Un missile balistico ha raggiunto l’area portuale, mentre la città continuava a essere sottoposta agli attacchi. Eppure, con il passare delle ore, Odessa ha cercato di riprendere la normalità. «Sono ancora in hotel, sono uscito un attimo per vedere come è la situazione. La gente si comporta normalmente, sta andando nei luoghi di lavoro. Sta anche piovendo. Però continuano a sentirsi dei botti e quindi è una situazione difficile».
Bergamaschi è arrivato a Odessa passando dalla Moldavia, attraverso Chisinau, che ormai rappresenta di fatto la principale porta d’accesso alla città ucraina. «Sono partito con il volo da Bologna per Chisinau. La via d’accesso per arrivare a Odessa è la Moldavia. L’aeroporto di Chisinau ha preso il posto dell’aeroporto internazionale di Odessa». Una soluzione resa possibile anche dagli intensi collegamenti fra Italia e Moldavia, legati alla presenza di una numerosa comunità moldava nel nostro Paese.
Da Chisinau si prosegue poi in autobus. «Ci sono autobus di linea che praticamente ogni ora ti portano a Odessa. I collegamenti sono buoni e comodi, anche se per percorrere poco più di 190 chilometri ci vogliono quattro ore. Adesso possono diventare cinque o sei».
Per Bergamaschi non si tratta della prima missione a Odessa nel corso di quest’anno. «Per me è già la terza volta che vengo a Odessa quest’anno». E proprio osservando i cambiamenti avvenuti nel giro di pochi mesi, il diplomatico vede con preoccupazione il tentativo russo di rendere sempre più difficile il collegamento della città con l’esterno.
«Nel frattempo i russi stanno cercando di interrompere tutte le vie di comunicazione fra Odessa e la Moldavia, proprio per isolare sempre di più Odessa dal resto del mondo». Una pressione che riguarda anche il porto, uno dei punti strategici non soltanto dal punto di vista militare ma anche economico. «Dai porti di Odessa parte tutto il commercio dei cereali che servono all’Ucraina, anche per mantenere in vita lo Stato stesso».
La delegazione arrivata in città conta circa 130 persone. «Siamo arrivati in 127-128, in particolare rappresentanti di tante ONG italiane». Il MEAN è infatti una realtà che riunisce numerose organizzazioni. «È un’organizzazione ombrello che raggruppa 35 ONG italiane, fra le quali l’Azione Cattolica, gli Scout, il MASCI, le ACLI e tante altre».
La missione vuole rappresentare una forma di vicinanza concreta all’Ucraina. «Se lunedì scorso a Kiev si sono riuniti i capi di Stato europei, sia in presenza sia in videoconferenza, noi siamo qui. Dalla coalizione dei volenterosi alla coalizione dei volontari: vogliamo portare solidarietà all’Ucraina».
Una solidarietà che non si limita alle parole. I componenti della delegazione stanno infatti lavorando in diversi settori, affiancando le organizzazioni ucraine. «Ciascuna delle ONG, a seconda delle aree di competenza, apporta qualcosa».
I medici presenti nella delegazione sono stati impegnati negli ospedali e nell’assistenza alla popolazione. «Sono andati al pronto soccorso, alla distribuzione dei farmaci e all’assistenza alle famiglie dei veterani e degli sfollati». I volontari della Caritas hanno invece lavorato insieme alla Caritas locale. «Sono andati a preparare e distribuire i pacchi alimentari».
Anche la cucina diventa strumento di solidarietà: «I cuochi italiani prepareranno un pranzo per i vigili del fuoco di Odessa». Altri volontari sono impegnati negli asili, con attività rivolte ai bambini, mentre gli scout italiani collaborano con quelli ucraini. «Stanno cercando di animare gli asili, facendo giochi con i bambini. Gli scout, quindi MASCI e AGESCI, stanno lavorando con gli scout ucraini con attività di animazione».
Piccoli gesti che, secondo Bergamaschi, hanno un significato preciso: «Tante altre piccole cose che dovrebbero servire a costruire la pace dal basso».
Ma accanto alla solidarietà resta forte la preoccupazione per l’evoluzione militare del conflitto. Bergamaschi ammette di faticare a vedere una soluzione e teme una nuova escalation. «Cerco di dare una lettura da come percepisco io le cose – sottolinea – ma non ho la sfera di cristallo. Metto gli elementi uno di fianco all’altro».
Tra gli elementi che cita c’è anche l’attività diplomatica americana e, in particolare, la visita del direttore della CIA a Mosca, che secondo Bergamaschi rappresenterebbe un segnale da non sottovalutare. «Si dice in ambienti diplomatici che quando si muove il capo della CIA e va a Mosca significa che la situazione è veramente grave».
Bergamaschi ricorda come, prima dell’invasione russa del 2022, la CIA avesse già individuato i segnali di un possibile attacco. «Cinque anni fa il capo della CIA era andato a Mosca durante l’amministrazione Biden per cercare di scongiurare quello che la CIA sapeva già dall’inizio, cioè che ci sarebbe stata un’invasione russa, perché i russi stavano ammassando mezzi militari al confine dell’Ucraina».
Oggi, secondo l’analisi di Bergamaschi, il rischio è quello di un’ulteriore escalation. Un passaggio che potrebbe essere legato anche alla situazione interna russa e alle prossime elezioni parlamentari. «Si guarda al 20 settembre, quando ci saranno le elezioni della Duma, quindi del Parlamento russo. È una data molto importante, dopo la quale, se la situazione sul terreno non cambia, Putin potrebbe decretare una mobilitazione generale».
Una possibilità che avrebbe conseguenze pesanti anche sulla società russa. «In Russia non si può ancora definire guerra quella che sta accadendo in Ucraina, perché viene ancora chiamata operazione militare speciale». Nel frattempo, però, secondo Bergamaschi, alle frontiere russe con i Paesi vicini si starebbe registrando un aumento delle persone che cercano di lasciare il Paese. «Sono ragazzi, persone giovani, in età di coscrizione che stanno cercando di fuggire dalla Russia proprio per evitare di essere chiamati alle armi e mandati al fronte in Ucraina».
Sul terreno, intanto, i combattimenti continuano e l’avanzata russa prosegue soprattutto nel Donbass. «I russi continuano ad avanzare. Controllano circa l’80% dell’Oblast di Donetsk e vorrebbero catturarla tutta, però sono impantanati su quel fronte».
Ed è proprio questa difficoltà che, secondo Bergamaschi, potrebbe alimentare la frustrazione del Cremlino. «Putin vorrebbe arrivare al 20 settembre potendo vendere qualcosa alla propria opinione pubblica».
Ma anche la Russia sta pagando un prezzo sempre più pesante alla guerra. Bergamaschi cita in particolare gli effetti degli attacchi ucraini sulle infrastrutture petrolifere russe. «Gli ucraini sono riusciti a colpire circa il 35-40% della capacità di raffinazione del petrolio». Un problema che, secondo il diplomatico, si sta ripercuotendo anche sui cittadini europei.
«Non è che ci sia mancanza di petrolio a livello globale. È diminuita la capacità di raffinazione della Russia e questo fa sì che ci sia meno benzina disponibile sul mercato internazionale e provoca l’aumento dei prezzi. Questo si sta ripercuotendo nella vita di ogni giorno dei cittadini russi, anche di quelli che magari facevano finta o ignoravano che fosse in corso un conflitto con l’Ucraina. Da qui il timore di una reazione rabbiosa dell’autocrate del Cremlino».
Il timore più grave riguarda naturalmente l‘eventuale allargamento del conflitto e l’ipotesi, evocata negli ambienti diplomatici, di un ricorso alle armi nucleari tattiche. Anche per questo, secondo Bergamaschi, la missione del MEAN assume un significato ancora maggiore.
Mentre i governi discutono sul piano diplomatico e militare, a Odessa i volontari italiani cercano invece di agire sul terreno della vita quotidiana, accanto alla popolazione. Medici, scout, volontari della Caritas, cuochi e rappresentanti delle diverse associazioni lavorano insieme alle realtà locali.
«Noi siamo qui per portare solidarietà alla popolazione di Odessa, a tutto il distretto di Odessa». Un impegno che, nonostante la notte appena trascorsa sotto le bombe, continua. E mentre le esplosioni tornano a scuotere la città, la guerra continua a produrre conseguenze anche molto lontano dal fronte, arrivando fino alla vita quotidiana dei cittadini europei.