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Le dimissioni del Papa:
i cattolici torneranno in scena?

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Le dimissioni – clamorose, inattese, coraggiose – di Benedetto XVI (“Non ho più le forze”) – irrompono (anche) nella campagna elettorale. Lasceranno un segno? E di che tipo? Le parole del Pontefice (“Sento la fatica dell’età e dell’incarico, sono consapevole della gravità del mio atto”) scuotono non soltanto gli ambienti del Vaticano e della Fede ma, inevitabilmente, incidono nello spirito – se non nei numeri – della nostra corsa alle urne.

Da tempo i cattolici sono usciti di scena. Gli analisti ci dicono anzi che “Il voto cattolico non esiste”. Almeno nella accezione di un tempo. Perché i cattolici – in verità come tutti gli altri cittadini – non solo votano ormai in ordine sparso ma soprattutto prefriscono defilarsi. I temi “non negoziabili” così cari all’agenda dei vescovi non incantano più. Famiglia Cristiana recentemente ha dato dei numeri: il 16% dei cattolici vivono nella incertezza, un altro 21% è pronto a cambiare idea. Il resto si divide tra Bersani , Berlusconi e Monti. Grillo si prenderebbe un residuo 10,5%, Ingroia il 3%. Scrive il settimanale:” In queste elezioni i credenti sembrano vivere un singolare destino, sono cioè praticamente scomparsi dalla scena politica”. Aggiungiamo noi: scomparsi pure dai programmi. Bioetica, vita e famiglia sono temi che non affascinano più come un tempo. De Rita, presidente del Censis, sostiene che “è colpa della profonda debolezza culturale”, dovuta ad un pensiero Stato-centralista. Sarà.

Ora lo “choc” procurato dall’annuncio del Pontefice potrebbe “sparigliare” di nuovo le carte. Perché il vuoto lasciato dal successore di Giovanni Paolo II (1978-2005) – vuoto temporaneo, a marzo avremo il nuovo pontefice – accade in un momento delicato, per la Chiesa stessa innanzitutto;eppoi per il Paese. La lezione di Ratzinger – mai nei suoi scritti è andato incontro alla opportunità dei tempi – sarà inevitabilmente ripresa. In modo particolare sarà ricordata la sua battaglia contro le deviazioni dalla fede ( lo chiamavano, non a caso, anche “panzerkardinal”). Saranno ricordati i suoi moniti ad una “comunità non più rivolta verso il sole che sorge, cioè verso Cristo, ma chiusa in se stessa”. Va ricordato che commentando la Via Crucis dell’ultima Pasqua al posto di Giovanni Paolo II malato, Ratzinger non mancò di notare “quanta sporcizia c’è nella Chiesa e proprio anche tra coloro che nel sacerdozio dovrebbero appartenere completamente a Lui. Quanta superbia! Quanto autosufficienza!”.

Già da allora dunque denunciava una barca di Pietro che stava per affondare e si riprometteva di metterla nella giusta rotta. Lo disse da subito, già nella prima messa da papa la mattina del 20 aprile (2005).Intendeva aprire un dialogo con le altre comunità cristiane per una ricostituzione dell’unità dei seguaci di Cristo. Ed infatti il motto del suo stemma ricorda un eloquente “Cooperator veritatis”.

La Politica di casa nostra si è catapultata sulla lezione di Ratzinger aggrappandovisi con un tempismo financo sospettoso. Aspettiamoci giorni “furbetti”: il 37% dei cattolici non sa ancora quale partito votare. E da questa “incognita” potrebbe dipendere l’esito delle votazioni. Il “gesto di coraggio” di Ratzinger – 719 anni dopo le dimissioni di Celestino V bollate da Dante ma salvate dal Petrarca – può produrre effetti clamorosi.

Enrico Pirondini

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