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Se il Vincolo Sportivo
è una prigione e fa
male allo sport

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VIADANA – Si chiama “vincolo sportivo”, termine che di per sè non suonerebbe nemmeno tanto sinistro, perché potrebbe anche indicare ed esaltare il senso di appartenenza ad una squadra e il ritorno in auge di quelle bandiere che troppo spesso diventano nello sport contemporaneo banderuole.

Purtroppo però quando il “vincolo sportivo” diventa un eccesso sa creare brutture davvero notevoli. Il caso che ha visto come protagonista, ma sarebbe meglio dire come vittima, un ragazzino di 17 anni della provincia di Viadana, è emblematico. “Sono un ragazzo di 17 anni” racconta Diego, nome di fantasia dato che non pubblichiamo le vere generalità per rispetto della privacy e per richiesta diretto dello stesso 17enne “e nonostante la mia giovane età sono un ex giocatore di pallacanestro. Problemi di salute? Grazie a Dio no. Purtroppo sono però stato colpito dal famigerato quanto medioevale “vincolo sportivo”. Capita infatti, come può accadere per un’amicizia, per un matrimonio o per qualsiasi altro rapporto di parentela, che si vengano a creare delle situazioni nella quali la convivenza  sportiva tra giocatore, allenatore e società non sia più sostenibile: le parole a volte scappano sia da una parte che dall’altra, ma quando ne scappano tante e brutte allora fanno male e creano fratture insanabili”.

Sin qui il prologo, sfociato però in una situazione assolutamente paradossale. “Dopo lo scorso anno in cui ero impegnato in due campionati Under 17 ed Under 19” spiega Diego “il che significava quattro allenamenti alla settimana oltre a due partite, dopo dieci anni in cui il palazzetto ha rappresentato la mia vita, oggi il mio nuovo palazzetto è il divano di casa mia davanti alla televisione. Ho infatti chiesto alla mia società di appartenenza di essere ceduto in prestito per un anno ad un’altra società; volete sapere la risposta? “O giochi per noi o non giochi più a basket”. Secondo i miei dirigenti, infatti, assecondando la mia volontà avrebbero creato un precedente molto pericoloso e chiunque avrebbe potuto accampare il diritto di andarsene a giocare da qualsiasi altra parte”.

Una scusa, secondo il 17enne. “Nel mese di settembre di quest’anno altri quattro ragazzi della mia età sono già stati ceduti in prestito. Perché loro sì ed io no? Perché il loro prestito è stato richiesto da società più importanti dalle quali forse un giorno i dirigenti sperano di elemosinare qualche briciola”.

La domanda che segue, e che suona retorica, è senza dubbio lecita. “E’ giusto che io, ragazzo di 17 anni, non abbia il diritto di esercitare una sana e giusta attività sportiva? Chi può dimenticare quella scarica di adrenalina pura quando ti capita di fare una stoppata, e ancora chi può dimenticare la “vergogna” di una stoppata subita a canestro oramai fatto! Ora saranno solo ricordi. Il basket è l’amore della mia vita: mi ha aiutato a crescere fisicamente, a rapportarmi con i miei compagni, a combattere in campo, mi ha insegnato ad essere leale, a rispettare l’avversario: tutte cose che ero convinto mi sarebbero servite poi nella mia vita di uomo adulto. E adesso invece provo solo rabbia, odio, astio e rancore”.

“Sono triste” aggiunge Diego, precisando ulteriormente i contorni della vicenda “anche perché vedo i miei genitori preoccupati per me: loro pensano che questa delusione mi possa portare verso strade maledette. E’ vero che a suo tempo i miei genitori avevano firmato il mio tesseramento, naturalmente senza essere informati in nessun modo di quanto questo avrebbe comportato. Loro pensavano di aver firmato solo una carta che mi avrebbe permesso di giocare a basket, non avrebbero mai pensato di aver sottoscritto una sorta di condanna. Sono convinto di non essere l’unico ad aver subito una simile ingiustizia: quindi popolo delle vittime del “vincolo sportivo” fatemi sentire la vostra solidarietà. Perché il Basket è una scuola di vita, ci ha insegnato ad essere leali, a tendere sempre la mano, sia ai nostri compagni che ai nostri avversari. Perché noi giocatori siamo i protagonisti di questo meraviglioso spettacolo chiamato gioco del basket. Ma non è uno spettacolo di marionette dove i dirigenti possono avere la presunzione di pensare di poterci manovrare a loro piacimento”.

Un’accusa che ovviamente ha dei distinguo. “Chiedo scusa naturalmente a tutti quei dirigenti capaci e a quelle brave persone (e so che sono tantissime) che hanno dedicato tutto il loro tempo libero alle rispettive società di appartenenza senza mai avere nulla in cambio: purtroppo ho generalizzato e quindi a voi, brava gente, la preghiera di continuare con il vostro impegno quotidiano, perché senza di voi nessuno di noi probabilmente avrebbe mai iniziato a prendere in mano la nostra tanto amata palla a spicchi”.

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