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Rivarolo del Re, casa
di tutti, parte il
1° trofeo delle nazioni

"Abbiamo bisogno di tranquillità - spiega don Luigi Pisani, parroco di Rivarolo - e anche di momenti come questi". In campo il calcio è quello vero.
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RIVAROLO DEL RE – Nigeria, Ghana, Gambia e chissà da dove altro luogo dell’Africa. Difficile fare una mappa delle varie provenienze. Sono i ragazzi ospiti dei comuni di Bozzolo, Calvatone, Acquanegra, Rivarolo Mantovano e Rivarolo del Re, quelli di Casa Paola. Si sfidano, all’oratorio di Rivarolo, nel 1° trofeo delle nazioni. Le divise le hanno – come spiega il mediatore culturale Festus – recuperate in giro, grazie alla collaborazione di società amatoriali della zona. “Non è stato facile – sottolinea il mediatore – mettere in collegamento cinque centri diversi”. Nel clima attuale non si fa fatica a credergli.

Ragazzi. Si ritrovano per un torneo di calcio. Solo quelli di Rivarolo hanno avuto la fortuna di una muta completa donata dalla Cremonese calcio e, grazie all’aiuto dei volontari, hanno tutte le scarpe giuste. “Volevamo farli incontrare tramite lo sport – spiega don Luigi Pisani – perché sono qui, tra noi, e neppure si incontrano. Abbiamo colto l’occasione. Pensare di poter unire le persone, senza essere padri eterni”. Ricorda un po’ don Paolo Antonini, il prete dell’accoglienza, don Luigi, parroco di Rivarolo. Lo spirito in fondo è quello: “Lui ha segnato una strada, credo avrebbe sorriso di tutto questo”.

Tutto questo – in accordo con la Caritas – nasce dall’idea che si possano trovare punti di incontro, che la strada del dialogo, del confronto possa essere percorribile. Proprio a partire dal linguaggio universale dello sport: “Abbiamo bisogno di tranquillità – prosegue il parroco – e anche di momenti come questi”.

In campo la partita è di quelle vere. Si affrontano Nigeria e Ghana. Qualcuno, per mancanza di scarpe, è rimasto fuori. “Abbiamo pure pensato di farli giocare a piedi nudi – spiega sorridendo don Luigi – ma non sarebbe stato calcio vero”. Quelli scesi in campo incrociano i tacchetti senza risparmiarsi. L’arbitro, alla fine del primo tempo, sottolinea l’alta carica agonistica. Non succede nulla, per carità, é solo il segno che quei ragazzi non sono lì tanto per esserci. A quel che fanno ci credono davvero.

“I tempi non sono buoni – aggiunge don Luigi –  non abbiamo fatto molta pubblicità alla cosa proprio per evitare che la questione facesse discutere”. Un peccato, perché il clima qui è quello di un qualunque campo da calcio. All’Oratorio ci sono i ragazzi del paese che nei prossimi giorni sfideranno le squadre dei ragazzi di colore. I ragazzi dei vari punti ubicati sul territorio. Oltre cinquanta: “Che vengono tenuti per tutto il resto del tempo divisi – prosegue don Luigi – e non si incontrano mai. Qui possono farlo”.

Per altri tre giorni (sino a domenica sera in cui saranno giocate le finali) il torneo proseguirà e saranno loro – quelli che fanno discutere la politica per questioni numeriche – i protagonisti. Domenica a partire dalle 17, partite, premiazioni e cena.

Il clima è sereno. In campo qualche legnata c’è – il calcio è mica uno sport da signorine – ma come in una qualunque partita e più per l’imperizia di tanti che per volontà di gioco. Tecnicamente qualcuno di loro farebbe la sua figura anche nelle squadre locali. A bordo campo si ride e si scherza, ci si fanno le foto, si parla in francese, inglese e qualcuno anche in uno stentato italiano. Alcuni di loro non hanno più di vent’anni. Qualcuno è più pensieroso di altri, avvolto in una felpa. Hanno pensieri, voglia di gioco e sogni. Han voglia di stare insieme. Don Luigi sorride. Il mondo dei migranti é qui e – visto da vicino – é solo una parte colorata del nostro.

Nazzareno Condina

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