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Bodana Bastoni, il parco
in cui le piante hanno
un nome. E un'anima

Tigli, platani e ciliegi. E il vecchio gelso: "Tra qualche tempo - racconta Calogero Tascarella - farà i frutti, ed i tigli fioriranno. Verso sera e nei giorni di festa il parco si anima". Bambini e ragazzi, ma non solo

CASALMAGGIORE – Un ettaro di terreno. Nel lato più estremo i binari della ferrovia ed i vecchi locomotori diesel che sbuffano, quasi a segnare la fatica di un viaggio che – ogni volta – si ripete. All’interno piante: tigli, ma anche platani e ciliegi. Il più particolare però è un gelso. E’ una pianta antica, posata lì da chissà da quanto tempo.

Il tempo. Chi ricorda il vecchio pezzo di terra ricorda di gelsi che crescevano a dar nutrimento ai bachi, a pochi passi dal camposanto. Era un’area agricola prima che fosse inclusa in una lottizzazione. Dall’altra parte della ferrovia, vicino al cimitero, vi era una cascina con una piccola aia. Sembrava una sorta di castello. I 4oenni di adesso ancora la ricordano ancora.

Fu – quello del parco Bodana Bastoni (deve il nome alla vecchia proprietà) – una delle poche aree in cui gli spazi verdi non furono monetizzati così da consentire che quel polmone verde rimanesse così, come lo si vede ora, quasi nella stessa maniera in cui fu concepito.

Tigli, platani e ciliegi. Solo i secondi, nel filare che costeggia la strada, sono più recenti. E il vecchio gelso: “Tra qualche tempo – racconta Calogero Tascarella, consigliere d’opposizione di Casalmaggiore la Nostra Casa – farà i frutti, ed i tigli fioriranno. Verso sera e nei giorni di festa il parco si anima”. Bambini e ragazzi, ma non solo. Nell’angolo più prossimo al passaggio a livello anziani in carrozzina e badanti. Poi uomini e cani.

C’è pure qualcuno che i frutti del gelso li va a raccogliere. Danno una ottima marmellata. “Quando fu realizzato il parco – spiega Calogero Tascarella – venne fuori anche l’idea di metterci tanti alberi da frutto. La frutta l’avrebbero raccolta i residenti. L’idea fu poi scartata perché i frutteti sono estremamente delicati. Avremmo voluto poi piantarci alcuni oleandri che erano diventati grandi e per l’espansione di una fabbrica poco distante, avrebbero dovuto essere abbattuti. Ci informammo, per scoprire che ci sarebbero voluti parecchi soldi per portarli da dove erano a qui e di quell’idea non se ne fece nulla”.

I tronchi delle piante si ergono maestosi: sono tutte piante all’apparenza sane (spesso l’apparenza è uguale alla sostanza, salvo i casi in cui sulle piante ci mettano mano gli uomini). In un territorio in cui le potature venivano fatte col ‘machete’ di piante importanti, negli anni, ce ne siamo giocate tante. E ancora continuiamo a giocarcene in varie parti della città.

Andrebbe tutelato, il vecchio gelso, perché ha una storia. Nessuno sa quanti anni possa avere ma – vista la furia ‘iconoclasta’ che il territorio sembra aver maturato nei confronti degli alberi – sarebbe meglio pensarci.

I tigli del Bodana Bastoni, peraltro hanno una particolarità: ognuno ha un nome, che è quello di ragazzi cresciuti qui.

“Era il 2004 – racconta Tascarella – e stava terminando la prima amministrazione Toscani. In quei momenti maturò la proposta di legare ogni pianta ad un bambino nato e cresciuto qui, un bambino che se ne potesse prendere cura”. Così fu. C’é il tiglio Lucrezia, Giulia, Federica, Serena, quello di Diego e di Michela e poi ancora Nicolas, Francesco e Fabrizio. Altri nomi si sono persi nel tempo. Non ce n’erano per tutti, per cui si scelsero bambini che nel 2004 avevano già una decina d’anni di media.

“Furono trapiantate piante piccole – prosegue Tascarella – ed i bambini venivano a giorni alterni ad innaffiarle. Fu così per qualche anno, sino a che le piante diventarono più grandi”. Pronte a sfidare il cielo. Sono stati i ragazzi, in altre occasioni, ad occuparsi del parco: “Un tempo c’era una staccionata in legno tra il parco e il marciapiedi – aggiunge Tascarella – ed i bambini la dipingevano ogni anno. Era uno spettacolo vederli qui, col secchio dell’impregnante e sotto lo sguardo attento dei genitori, a darsi da fare”.

Alcuni di quei bambini sono diventati ragazzi e poi adulti e non ci sono più, partiti per altri lidi, altri ancora ricordano la loro pianta e qualche volta passano a guardarla. Un tempo c’erano piccole targhe in legno pirografate a ricordare i nomi. Poi la crescita dei tronchi le portò via, ad una ad una. Ora resta solo la memoria dei genitori di questo quartiere.

E resta un parco che “E’ una piccola foresta cresciuta in città. Un parco vivo in un’area in cui è forte il senso di appartenenza”. Al Bodana Bastoni le piante hanno un nome e – quel che è più importante ancora – c’è ancora chi ricorda che quelle piante hanno pure un’anima.

Nazzareno Condina

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