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Cesare Barbieri alla Sesta
Trans d'Havet, 80 km e
l'impegno contro la droga

Per Cesare Barbieri la Corsa è una continua sfida. L'avversario da battere è sempre ed uno solo: se stesso. Al di là del piazzamento l'importante è arrivare sino in fondo, gustarsi il sapore del traguardo dopo l'immane fatica

Ci sarà anche Cesare Barbieri tra gli atleti che partiranno, venerdì 21, per affrontare la 6° Trans d’Havet, una delle ultramaratone più dure d’Italia. Festeggerà così il suo compleanno, ma avrà altro da festeggiare. Qualcosa ben più importante di una ricorrenza su un calendario. Il 2 agosto del 2018 saranno 16 anni senza droga.

La Trans d’Havet è una delle gare ‘cult’ per i superatleti che si cimentano in gare lunghissime e durissime, e questa lo è in ogni senso: partenza alla mezzanotte, corsa in notturna, 11 comuni e tre province attraversate, partendo dal vicentino, 5500 metri di dislivello. Una partenza ‘soft’ in notturna (soft è un modo di dire), 52 gallerie sino al Pasubio da attraversare, con un notevole sbalzo termico ed il rischio di arrivarvi sfiancati, dopo le gallerie la salita ripida sino ai 2238 metri di cima Carega, quando il sole sarà già alto ed, arrivati in cima, gli ultimi 30 km con già 50 km nelle gambe a pesare.

Per Cesare Barbieri la Corsa è una continua sfida. L’avversario da battere è sempre ed uno solo: se stesso. Al di là del piazzamento l’importante è arrivare sino in fondo, gustarsi il sapore del traguardo dopo l’immane fatica, aggiungere una medaglia alle tante che già fanno parte dei ‘trofei’ di casa.

Casalasco ormai trapiantato da oltre dieci anni a Reggio Emilia, ne ha fatta tanta di strada.

Ne sono passati tanti di anni dal periodo casalese. Quello più oscuro. Infanzia difficile, una gioventù fatta di tante cadute, sino alla droga. “Le ho provate davvero tutte – ci racconta – sino all’eroina. Alla fine facevo in vena”. Nel 2002 il punto più basso, Cesare viene arrestato a Reggio Emilia e finisce in carcere. Dal punto più basso poi la risalita: “In carcere ho iniziato a disintossicarmi da solo. E senza l’ausilio di medicine. E’ stata dura? Durissima ma da lì ho capito che ce la potevo fare”.

Nel 2003 ‘il maratoneta’ chiede di poter entrare in Comunità. Il giudice, visto anche il percorso in carcere, acconsente. Ad accoglierlo la Comunità CEIS Bellarosa di Reggio. “Non c’è stato un momento in cui ho capito di esserne completamente fuori – prosegue – perché con la droga hai la sensazione che non sia mai finita del tutto. Ma ho chiesto di entrare in comunità, sentivo di potercela fare”. Sei anni durissimi di lavoro su se stesso e l’incontro – un amore subito fortissimo – con la corsa.

“Ho conosciuto un volontario della comunità che si allenava e ho voluto cominciare a seguirlo. I primi tempi è stata dura anche lì. Il mio fisico era segnato da anni di droga, non mi ero mai allenato (lo sport per lui si era tradotto, da bambino, in un po’ di calcio all’Oratorio Maffei dove faceva il portiere, ndr). Ho iniziato con poche centinaia di metri, poi un chilometro, poi sempre di più”.

Sino alle ultramaratone. Non solo. Cesare Barbieri collabora con alcune comunità di recupero. Va, quando chiamato e sempre con estrema disponibilità, semplicemente a raccontare la sua storia. Una storia vera, di chi ha toccato il fondo e poi, è ritornato a vivere e a sorridere. “Spero sempre che quel che ho fatto io possa diventare stimolo per altri ragazzi”. Una maniera per uscirne c’è: l’ultramaratoneta Barbieri è lì, a dimostrarlo.

Nazzareno Condina

 

 

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