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Enrico Zanoni, il manager
di Cavit (Viticoltori Trentino)
è di Torricella del Pizzo

Cosa ci fa in un ruolo così importante nel mondo dell’enologia uno che viene dalla provincia meno vocata in fatto di vino come Cremona? «Non sono l’unico cremonese in questo settore. E poi la vocazione non è importante: mica sono un vino».

TRENTO – In un mondo, quello del vino, molto parcellizzato, Enrico Zanoni (classe 1960) è uno dei manager più importanti del nostro Paese, e curiosamente è cremonese. Per la precisione è nato e cresciuto a Torricella del Pizzo, nel Casalasco, e oggi è direttore generale di Cavit (Cantina Viticoltori del Trentino) e presidente dell’Istituto Trentodoc, associazione che raggruppa i produttori di spumante metodo classico del Trentino. Lo incontriamo nella sede di Cavit alla periferia di Trento, e con lui ripercorriamo i primi passi. «Mi sono diplomato al liceo Aselli di Cremona, poi mi sono laureato a Parma (dove ho svolto anche il servizio militare) in Economia e Commercio. Dopo uno stage post universitario a Milano, nelle ricerche di mercato, ho maturato diverse esperienze nell’area commerciale-marketing in aziende nazionali del settore agro-alimentare, da ultima Italgel (marchi: Surgela, Valle degli Orti, Motta e Alemagna), acquisita nel 1993 dal Gruppo Svizzero Nestlé a seguito della privatizzazione del Gruppo SME».

Nella multinazionale svizzera Zanoni si ferma fino al 2005, ricoprendo diverse posizioni di crescente responsabilità, incluso un periodo di 2 anni presso il quartier generale in Svizzera. «Poi prevalse la voglia di tornare in Italia, anche per motivi familiari e il desiderio di nuove sfide in aziende nazionali. Da qui il passaggio in Illva, celebre per l’Amaretto di Saronno, grazie alla quale mi sono avvicinato al mondo del vino attraverso i marchi Corvo, Florio e alla partecipazione in una importante azienda cinese. Nel 2009 la chiamata di Cavit. A parere dell’allora Presidente e del CDA, l’azienda aveva bisogno di discontinuità e di un approccio più strutturato e manageriale. Il progetto, unitamente all’aspetto etico e di responsabilità sociale dell’azienda, mi piacquero e accettai». Subito l’incarico di general manager? «Sì, avevo già ricoperto questo ruolo sia in Nestlé che in Illva».

Parliamo allora di Cavit, la cui importanza è testimoniata dalle notevoli dimensioni della sede che ci ospita. «E’ un consorzio che raggruppa 10 cantine sociali, con 4500 associati. Il cda è composto dai 10 presidenti, uno dei quali presiede Cavit, che ha un fatturato di quasi 200 milioni di euro e il 78% del prodotto esportato. Negli Usa Cavit è il marchio di vino italiano più diffuso: è un mercato per noi importante, trattandosi del primo paese: segue l’Italia con l’Inghilterra al terzo posto e Germania al 4° posto».
Siete anche in Cina? «Sì, abbiamo un accordo di partnership con un importante gruppo locale (Cofco, ndr)» Quanto pesano i paesi emergenti? «I mercati di riferimento restano in gran parte quelli attuali, Cresciamo in Russia e in Canada, mentre l’Asia è ancora marginale. Qualche anno fa ci fu l’illusione che la Cina fosse un eldorado, ma resta una scommessa nel lungo periodo».

Quale gamma di prodotti avete? «Cavit, avendo a disposizione un’area produttiva importante, ha la possibilità di offrire una gamma ampia che permette di essere presente sia nella grande Distribuzione che nel canale Horeca (hotel, ristoranti e bar), con linee prodotto che coprono diverse fasce di prezzo. Da prodotti di più facile accessibilità ad altri di assoluta eccellenza come ad esempio la nostra linea Altemasi Trentodoc, che vede nel Riserva Graal la sua punta di diamante, pluripremiato dalle diverse Guide del settore». Come sta andando Cavit? La discontinuità ha pagato? «Negli ultimi dieci anni la crescita media di Cavit è stata attorno al 4%, garantendo ai soci viticoltori un’adeguata remunerazione del loro lavoro».
Altro capitolo: lei è presidente dell’Istituto Trentodoc da 7 anni, e un anno fa è stato confermato per un altro triennio. «Trentodoc raggruppa 52 produttori di spumante metodo classico: è un marchio collettivo che è cresciuto e sta funzionando bene».

Un marchio contraddistinto dal claim “bollicine di montagna”, un riuscito messaggio che vi caratterizza. Per la qualità, il territorio fa la differenza, e la montagna garantisce l’escursione termica che è un elemento prezioso. «Vero. Sintetizza bene la nostra peculiarità, vale a dire la produzione in vigneti di montagna, che garantiscono elevate escursioni termiche, elemento prezioso per la qualità dei nostri prodotto».

A volte si ha l’immagine del Trentodoc come di uno spumante tradizionale e di qualità, mentre il vostro principale competitor, il Franciacorta, pur di elevata qualità, sembra in parte frutto di un’ottima operazione di marketing. «Innanzitutto, grande rispetto per i produttori di Franciacorta e per il loro contributo alla crescita del consumo di spumante metodo classico. È vero, fu Giulio Ferrari nel 1902 ad iniziare in Trentino la produzione del metodo classico, ed è vero che in Franciacorta hanno ben utilizzato le leve di marketing per promuovere la loro produzione. Qui in Trentino grande attenzione è stata posta sulla produzione, supportata da valenti tecnici usciti dalla rinomata scuola di enologia di S. Michele all’Adige. Negli ultimi anni stiamo migliorando anche sul fronte della promozione». Come stiamo in Italia nel settore bollicine? «Nel complesso la spumantistica, in senso lato, sta crescendo, i competitors sono tanti anche perché spesso il consumatore non ha una chiara percezione della differenza tra i diversi metodi di produzione, charmat e classico».

A proposito di charmat, il boom mondiale del prosecco, dovuto ad un gusto più “facile” e al prezzo moderato, vi danneggia o vi aiuta? «Dal mio punto di vista può essere un fattore positivo, perché mostra l’Italia anche come paese produttore di spumantistica, e prima gli addetti ai lavori, e poi i consumatori potranno interessarsi a prodotti più complessi, quali i nostri Trentodoc». E’ vero che il bollicine rosé è in crescita? «Sì, soprattutto negli Stati Uniti, e anche nella versione fermo. Il traino viene dalla Provenza».
Un’ultima cosa: ma cosa ci fa in un ruolo così importante nel mondo dell’enologia uno che viene dalla provincia meno vocata in fatto di vino come Cremona? «Non sono l’unico cremonese in questo settore. E poi la vocazione non è importante: mica sono un vino».

V.R.

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