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La lezione di Roberto nel sorriso
alla vita e in quei fogli ricamati
con la gioia di un bambino

Non usava praticamente mai il fax: i suoi articoli venivano spediti. Scritti a biro, con i caratteri in stampatello belli leggibili, 9-10 fogli con tanto di disegni, qua e là, e qualche foto. Magari li aveva spediti tre giorni prima, ma cosa importava?

SAN GIOVANNI IN CROCE – I fogli bianchi e quelle scritte grandi, a caratteri cubitali. Bastava l’impatto visivo per capire chi avesse scritto quelle cronache. Anche se poi, a dire il vero, la firma giungeva subito dopo: “Sono Roberto Luigi Vergine e vi mando la cronaca di…”. Spesso il resto era un resoconto di una gara ciclistica disputata sul territorio, magari nella sua San Giovanni in Croce, che l’aveva adottato. Sì, Roberto Luigi Vergine si firmava prima di scrivere tutto il resto, al contrario di quello che fanno di solito i giornalisti, che l’autografo lo mettono alla fine: ma Roberto, in fondo, era speciale.

Per me, giovane cronista di provincia, che muoveva i suoi primi passi nella redazione della fu “Cronaca” di Cremona, a Casalmaggiore in via Favagrossa, Roberto era prima di tutto un toccasana. C’erano giorni in cui eri pieno fino alla punta dei capelli di lavoro, di notizie da cercare, da recuperare, di pagine da riempire. E in quelle occasioni Roberto lo mandavi volentieri a quel paese quando, puntuale come una tortura, ti telefonava per sapere se avessi ricevuto la sua “corrispondenza”.

Non usava praticamente mai il fax: i suoi articoli venivano spediti. Per posta, non via mail, sia chiaro. Scritti a biro, con i caratteri in stampatello belli leggibili, 9-10 fogli con tanto di disegni, qua e là, e qualche foto. Magari li aveva spediti tre giorni prima, magari erano ormai “scaduti”, ma cosa importava? Nel mondo di Roberto, cronista naif amante dei tempi andati, valeva tutto. Potevo fare il giornalista, o il giornalaio, si intitolava, non a caso, il suo libro. Una tortura, dicevo, quando avevi la testa sul lavoro e quelle ti sembravano perdite di tempo. Ma una tortura che successivamente riuscivi a comprendere: mai prendersi troppo sul serio. La vita dev’essere sorriso. E di sorrisi Roberto ne aveva dispensati a tutti. Lo testimoniavano le sue rughe, giusto in corrispondenza dei muscoli facciali che più si sforzano quando si regala un cenno gioioso o d’intesa.

La sua malattia, il suo essere eterno bambino intrappolato nel corpo di un uomo che cresceva (e soffriva), ne avevano fatto una sorta di Benjamin Button, col tempo però sospeso. “Ciao, sono Roberto, avete ricevuto?” era solo una scusa, un sistema per attaccare bottone, così come quelli “normali” dicono “pronto” ad ogni cornetta sollevata. Roberto raccontava le sue avventure, le romanzava, ma difendeva sempre un certo amore di verità, da buon cronista con la passione per il canto e l’amore smisurato per il ciclismo.

Roberto Luigi Vergine è stato tante cose: un ciclista, un appassionato, uno speaker (celebre il suo annuncio: “Corridori in arrivo”), una persona buona, un rompiballe a volte (nel senso migliore del termine), uno scrittore sui generis (pubblicò anche un libro sulla sua esistenza, come visto). E’ stato pure sindaco per un giorno, per volere di Vittorio Ceresini, riproponendo quello che Walter Veltroni fece a Roma con Alberto Sordi, e al contempo inviato a una Milano-Sanremo, dove riuscì a salire sull’ammiraglia più prestigiosa: non una qualsiasi, bensì quella di Alfredo Martini, ct della Nazionale. E’ un po’ come se io mi fossi seduto in panchina per un’amichevole della Nazionale di calcio al fianco di un Lippi, un Donadoni o un Prandelli, per dire…

Roberto Luigi Vergine, però, a ripensarci, a tornare indietro a quegli anni di “Cronaca” e di corrispondenze via posta dal chiaro sapore retrò; di cronache in stampatello, come le avrebbe scritte un bambino; di telefonate che a volte guastavano la monotonia della vita di redazione, e dunque quasi la miglioravano, è stato soprattutto un arcobaleno di entusiasmo. Sì, Roberto Luigi Vergine, per me che l’ho conosciuto poco e ancora di più per chi ha condiviso con lui un pezzo più lungo di strada, è stato un dono. Che la terra – anzi la strada, quella strada che divorava con gli occhi quando veniva succhiata via dalle due ruote – gli sia lieve.

Giovanni Gardani

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