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Casalasca Servizi, a San
Giovanni in Croce si lavora
per un mondo migliore

"La percentuale rimane comunque molto bassa - ha aggiunto Bernardelli - e gli impianti sono comunque attrezzati in modo da togliere questi sacchi, e mandare i sacchi a smaltimento"
In foto, da sinistra, Bernardelli, Avanzini e Bertolotti

SAN GIOVANNI IN CROCE – Il via vai di mezzi è continuo, ed anche il lavoro, che inizia quando ancora è buio, non si ferma mai. Mezzi carichi di ogni tipologia di rifiuti vanno e vengono. Scaricano quel che hanno e poi ripartono verso i comuni di pertinenza.

Casalasca Servizi lavora a porte aperte. A riceverci il direttore generale Filippo Bertolotti, il responsabile tecnico Emanuele Bernardelli e uno dei referenti della Cooperativa Gardenia, Alberto Avanzini. Niente da celare anzi, la soddisfazione di chiarire alcune questioni sorte in questi giorni, soprattutto relativamente al mezzo fotografato a Casalmaggiore (un mezzo adibito al carico della frazione umida che aveva nel cassone alcuni sacchi neri non idonei per l’umido e qualcuno di quelli gialli della plastica). Può succedere, ed è successo ed in fondo la colpa non è di nessuno se non degli stolti che pur raccogliendo l’umido (forse) lo fanno nei sacchi neri – peraltro ormai neppure più utilizzabili per la frazione secca – non compostabili. O in quelli della plastica.

I contenitori dell’umido più grandi non sono controllabili, partiamo da qui. Non si può chiedere agli operatori di Casalasca o di Gardenia, che già fanno di più di quello che è loro richiesto, di aprire il contenitore dell’umido e magari infilarci le mani. E se il sacco nero è sotto, ecco che finisce direttamente nel cassone. Quando è nel cassone non può essere rimosso, se non in sede di conferimento agli impianti di compostaggio. Le regole per il ritiro (e non solo dell’umido, come vedremo) sono estremamente rigide. Per l’umido basta una frazione ‘sporca’ (non biodegradabile) del 3% ed il ritiro salta, con un aggravio di spesa e di lavoro per chi lo conferisce.

“E’ anche difficile rendersi conto in maniera preventiva della presenza di sacchi non conformi – ha spiegato Alberto Avanzini – mentre è più facile individuare nella frazione indifferenziata la presenza di carichi non conformi. Gli operatori comunque son formati per riconoscerliL’indifferenziata è leggera: se pesa un po’ di più viene il sospetto”.

“Fondamentalmente – ha spiegato Filippo Bortolotti – i sacchi neri sono non conformi a qualsiasi tipologia di raccolta. E’ chiaro che per quanto riguarda la raccolta a contenitore ci si aspetta che i sacchi utilizzati dagli utenti siano conformi perchè forniamo i sacchi appositi per effettuare la raccolta differenziata. All’interno del contenitore è molto più difficile verificare che i sacchetti siano conformi anche perché nei cassonetti più grossi potrebbe esserci un sacco nero sul fondo coperto da sacchi conformi e biodegradabili. Non si può in alcun modo movimentare il rifiuto umido nel cassonetto anche per questioni di igiene e quindi quando viene svuotato in modo automatico nel compattatore non si vede il sacco se non al momento dello svuotamento, ed alcune volte neppure in quello. Non entriamo nel mezzo per estrarlo. Sono pochi ed essendo nel margine di tolleranza se c’è qualche sacco ce lo teniamo. La raccolta naturalmente non andrebbe effettuata in questo modo. L’operatore se nota sacchi non conformi ha la facoltà di lasciare lì il rifiuto e segnalarlo con appositi cartellini”.

“La percentuale rimane comunque molto bassa – ha aggiunto Bernardelli – e gli impianti sono comunque attrezzati in modo da togliere questi sacchi, e mandare i sacchi a smaltimento. E’ evidente comunque che la difficoltà per individuare i sacchi a volte c’è perchè qualche volta l’utenza copre i sacchi non conformi con quelli conformi”.

Casalasca ha tutto l’interesse che il rifiuto sia il più ‘pulito’ possibile. I sacchi nel cassone erano errati. E non si possono utilizzare per l’umido. Quando gli operatori di Casalasca individuano i sacchi non idonei dell’umido ne prendono nota per cercare di risalire al responsabile. Non sempre però i sacchi non idonei vengono individuati subito. La notizia in positivo è che il residuo dell’umido di Casalasca non ha mai superato la soglia del 3% e che il valore medio si attesta attorno al 99%. Un dato più che rassicurante.

Casalasca utilizza tre impianti per il trattamento dell’umido: Sospiro, Castelleone e il terzo nel piacentino. In genere, e per ogni tipo di rifiuti, ci si affida a più impianti proprio per non correre il rischio di averne solo uno che – per qualche tipo di problema – rimane chiuso. L’umido raccolto da Casalasca, anche per merito dei numerosi cittadini che fanno in maniera accorta la differenziata, è pulito quasi alla soglia massima. Poi, ripetiamo, l’imbecille o il poco accorto c’è sempre. E ci sono ‘sacche di resistenza alla differenziata’ difficili da tenere sotto controllo in maniera più articolata, senza l’ausilio delle forze di pubblica sicurezza o delle GEV. I dipendenti di Casalasca – ricordiamolo – non possono individuare i colpevoli. Possono e comunque giungere, per vie traverse, ed è una cosa che già fanno, a capire chi non fa per nulla la raccolta differenziata dai controlli sul ‘conferimento’ del residuo secco. Ma poi il loro compito si ferma lì e spetta ad altri il resto.

Per quanto riguarda Casalasca (45 mezzi complessivi, alcuni nuovi di zecca con la guida ed il caricatore a destra, per consentire maggior sicurezza agli operatori) il lavoro viene fatto in maniera egregia. Migliorabile, come in tutte le cose, ma l’impegno in questo campo è costante. La plastica, ad esempio, viene smistata a mano. E’ il rifiuto più difficile da differenziare perché tante volte quello che ci sembra, per convincimento, plastica non lo è. Le posate di plastica ad esempio, vanno nell’indifferenziato ed anche taluni involucri.

Nell’impianto di San Giovanni in Croce la plastica viene smistata. Non si pensi sia un lavoro facile. “Le tipologie di rifiuti – spiega Emanuele Bernardelli – vengono sempre di più suddivise in più tipologie. Ne abbiamo 40 differenti all’oggi”. La plastica ad esempio, tra l’altro, viene smistata in plastica dura, bottiglie, cassette che subiscono sorti e conferimenti differenti. “La smistiamo direttamente a San Giovanni e l’impurità – spiega Bernardelli – passa dal 15-20% di quando arriva ad un 5%”. 7 mila tonnellate l’anno, questo il dato impressionante della plastica che viene smaltita, suddivisa e compattata. Sono oltre 200 gli impianti di compattamento in Italia. Quello di San Giovanni in Croce, secondo CoRePla (Consorzio nazionale per la raccolta, il riciclo ed il recupero degli imballaggi in plastica) è tra i 30 migliori d’Italia. Un dato che pochi sanno, perché qui sono abituati a lavorare e poco, purtroppo per loro, a comunicare.

Anche in questo caso CoRePla è inflessibile: la plastica deve prevedere un residuo minimo di ‘impurità’, deve essere compattata già smistata secondo un regolamento vincolante altrimenti la ricarichi, te la riporti indietro e devi rifare il lavoro. Casalasca Servizi, anche da questo punto di vista, non ha nulla da invidiare a nessuno ed agendo da impresa, ha tutto l’interesse a che i conferimenti di ogni tipo di rifiuto vadano a buon fine, perché in caso contrario aumentano i costi.

Lavorare su un piazzale con 40 gradi, e comunque tra i rifiuti, non è per nulla semplice. Tanti sono gli operatori, tra Casalasca e Gardenia, in azione ogni giorno e meritano un plauso per il durissimo mestiere che svolgono, all’interno della struttura come sulle strade della città.

Basta entrare comunque in un impianto come quello di San Giovanni per rendersi immediatamente conto di quanto il lavoro sia complesso. E non scevro da imprevisti. La normativa è sempre più serrata, gli utili si riducono rispetto solo a qualche anno fa e quello che ha un valore maggiore (il piombo delle batterie ad esempio, che oggi ha un ottimo mercato) sparisce spesso già in discarica, prima che possa essere caricato.

Il livello dei conferimenti non andati a buon fine ha percentuali del tutto irrisorie, vicine allo zero. Per curiosità, uno degli ultimi rimandati indietro è stato quello del conferimento della frazione secca all’inceneritore. Per un fatto del tutto imprevedibile: la presenza di un livello, seppur basso, di radiazioni. Nulla di preoccupante, s’intende. A volte bastano i pannoloni di chi fa radioterapia conferiti nel secco. Anche in quel caso il carico rimase fermo sino all’individuazione di un sacchetto che conteneva proprio pannoloni.

Manca ancora una cultura più diffusa e consapevole della differenziata perché è il focus ad essere poco chiaro: la differenziata non la si fa per il guadagno, anche se in alcuni casi c’è, ma per la tutela ambientale, fondamentale ormai in un mondo sempre più sporco. Gli oli esausti, ad esempio. Sono pochissimi i cittadini che li conferiscono in discarica così come andrebbe fatto. Le attività commerciali sono vincolate e lo fanno, i privati purtroppo no. E l’olio esausto, altamente inquinante, va spesso a finire nel ciclo idrico. Quello che – almeno in questo caso – è paradossale è che quello dell’olio nel lavandino non è solo un danno ambientale grave, ma è un danno serio anche per gli impianti domestici.

Casalasca è comunque una struttura dinamica e ricca di personale competente e, quello che è più importante, sempre attenta alle novità. Il livello di differenziazione raggiunto nei comuni seguiti è elevato, siamo in media attorno all’80%, con comuni più o meno virtuosi. Restano tante le battaglie da fare: quelle sugli abbandoni, quelle su chi ancora non la fa (“Esistono zone ad esempio a Casalmaggiore che non riusciamo a controllare in maniera efficace” spiega molto candidamente Bortolotti). Ma in questo caso, almeno, è più compito dei comuni, delle polizie e delle GEV. Casalasca non può che segnalare. E lavorare per un mondo migliore con la raccolta. E in fondo, con tutti i limiti ed i possibili miglioramenti sempre fattibili, è quello che già fa da tempo.

Nazzareno Condina

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