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Padana Soccorso, Valentino
Fontana racconta: "Covid19,
psicologicamente è dura"

Abbiamo sempre bisogno di mascherine FFP2, FFP3, tute anticontaminazione, ecc. Facciamo un appello alle aziende che possono fornirci questo materiale. E anche ai privati cittadini

SAN GIOVANNI IN CROCE – Il Coronavirus dal punto di vista dei soccorritori. Come i soccorritori del territorio stanno vivendo questa emergenza.

La Pubblica Assistenza Padana Soccorso Onlus opera principalmente nella zona del casalasco e si trova in prima linea nell’affrontare la pandemia. Valentino Fontana, soccorritore dipendente di Padana Soccorso, racconta la sua testimonianza.

“Il nostro lavoro da quando è cominciata l’emergenza Coronavirus é cambiato parecchio: la tensione è sempre alta, c’è timore nonostante i dispositivi di protezione individuale. Le tute tengono caldissimo e sono scomode, dopo ogni intervento decontaminiamo e puliamo il mezzo, è un procedimento lungo, ma ci aiutiamo. Manteniamo la massima attenzione. Quando arriva la chiamata e trovi scritto: “febbre, difficoltà respiratoria” cominci ad allarmarti. La CO (Centrale Operativa) ci allerta quando ci sono sospetti COVID, ci chiede di attivare il protocollo, chiedono subito se abbiamo la protezione. Prima di questo periodo non avevo mai visto una cosa simile; si vive giorno per giorno, si impara giorno per giorno, si impara sempre qualcosa.

Sono cambiati i rapporti tra colleghi: ci si aiuta di più, ci si preoccupa l’uno per l’altro. Il CE (Capo Equipaggio) si accerta che la situazione non sia rischiosa, in caso contrario evita che gli altri componenti dell’equipaggio vengano a contatto con il paziente infetto. Ci si protegge a vicenda.

A livello psicologico è molto difficile. Ci sono delle scene che ti lasciano senza parole. Non sai cosa dire e cosa fare per dare conforto. Siamo rivestiti completamente della tuta ma gli occhi parlano da soli. Mi è capitato di andare a casa di una persona che mostrava sintomi. La moglie cercava di trattenersi ma è scoppiata in lacrime. Il figlio ha chiesto di salutare un’ultima volta il papà, non sapeva se l’avrebbe rivisto. In questi casi non sai come reagire, come tranquillizzare i parenti. Ogni minima febbre si teme il virus. Quando ci vedono entrare in casa tutti bardati vanno nel panico, è comprensibile, pensano al peggio. Pensano che non ci sia più nulla da fare. Non è facile sostenere tutto questo, confortare, dare supporto.

I primi tempi gli ospedali erano pieni, non era possibile andare nell’ospedale più vicino, una volta siamo andati a Brescia a portare un paziente. I chilometri influenzano lo stress fisico e psicologico, i malati cominciano ad agitarsi. Sono soli e in quei momenti noi siamo le uniche persone che hanno. Sanno che siamo lì per loro, per aiutarli. Chi è contagiato non sa se tornerà a casa o no, e ha paura di aver infettato i familiari. È dura gestire questa situazione. Noi abbiamo paura, come tutti. Anche noi temiamo di contagiarci e di portare la malattia a casa, ai nostri cari. Ma andiamo avanti.

Ricordo quando abbiamo fatto un trasferimento dalla Terapia Intensiva a un reparto Covid dell’Ospedale di Mantova. Vedere persone intubate immobili è agghiacciante, lì ti rendi conto della gravità della situazione. La malattia la fa ancora da padrone nonostante tutti gli sforzi di medici e personale sanitario. Non mi era mai successo in 21 anni di servizio. Quando si torna a casa scende la lacrima. Tengo queste cose per me, sono una persona chiusa. Dell’intervento se ne parla con i colleghi. Ma non è facile, ognuno la vive a modo suo, in base al proprio carattere. A fine turno trovarsi chiuso in casa e non poter portare avanti le proprie passioni è dura, vedere la moto ferma in queste belle giornate di sole mi dispiace. Ma è necessario. È importante non uscire, vorrei sottolinearlo.

Sui media si parla tanto del lavoro di medici, infermieri, OSS, giustamente, tutti fanno un ottimo lavoro. Pochi ricordano i soccorritori, ci siamo anche noi a fare il nostro dovere. Insieme ai medici di base siamo i primissimi ad arrivare dal paziente. Oltre ai DPI l’unica cosa a proteggerci è la nostra esperienza. È una staffetta: noi portiamo il paziente in ospedale, e lì dove finisce il nostro compito, comincia il lavoro del personale sanitario.

Abbiamo sempre bisogno di mascherine FFP2, FFP3, tute anticontaminazione, ecc. Facciamo un appello alle aziende che possono fornirci questo materiale. E anche ai privati cittadini perché continuino a sostenerci con le donazioni. Ringraziamo di cuore tutte le persone che ci stanno aiutando, e sono tante.”

Per dare una mano:
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