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Coronavirus, l'esperienza del dottor
Vezzosi: "Scompenso renale e respiratorio,
ma solo per il primo giorno ho avuto paura"

"Tutto questo però non l’ho saputo subito, ma passo dopo passo grazie a mio figlio Luigi, che è medico e ha seguito con attenzione il mio caso. Lui è specialista in Malattie Infettive e lavora in direzione sanitaria all’ASL. Ho visto quanto si sta dando da fare: nei giorni di piena emergenza riceve ed effettua quasi 200 chiamate al giorno".
Nella foto Antonio Vezzosi col figlio Luigi e, a destra, sorretto sia da Luigi sia da Lorenzo al rientro a casa dopo 21 giorni in ospedale

MARTIGNANA DI PO – “Paura di non farcela? Solo il primo giorno, poi è iniziata la salita e paradossalmente a livello psicologico è stato un po’ più semplice: il pensiero di casa mi ha dato forza”. Il dottor Antonio Vezzosi a Martignana di Po è una istituzione. Ma ha un ruolo molto importante pure a livello provinciale, essendo consigliere di ACLI Cremona e avendo ricoperto dal 1992 al 2018 a titolo gratuito il ruolo di medico consulente del patronato cattolico.

Anche il dottor Vezzosi ha sconfitto il Coronavirus. Il primo giorno, quel primo giorno, è il 4 marzo scorso. “Avevo soprattutto tosse, non stavo benissimo, ho avuto una brutta sensazione: del Coronavirus si iniziava ormai a parlare con insistenza dopo il primo caso del 20 febbraio – ricorda il dottor Antonio -. Il 15 marzo ha iniziato a comparire la febbre e così ho chiesto un consulto al mio medico, il dottor Graziano Sassarini, che mi ha prescritto una TAC. Successivamente mi sono sottoposto anche al prelievo arterioso, che ha rivelato che l’ossigenazione era un po’ bassa ma non ero scompensato. Dalla TAC, invece, è emersa una broncopolmonite bilaterale. Allora ho capito che quasi certamente avevo contratto il virus”.

Il 18 marzo il tampone viene effettuato e, dopo qualche giorno, darà esito positivo. Ma a Cremona il dottor Vezzosi, dopo la cura a casa con gli antibiotici, torna ancora, per scrupolo, dopo un giorno e mezzo per un visita. “Mi hanno subito mandato al Pronto Soccorso, classificando il mio caso come media gravità, codice verde-giallo. Mi hanno ricoverato in Chirurgia multispecialistica, ma dopo qualche ora sono stato trasferito in Nefrologia, probabilmente perché in realtà il mio era già un codice giallo-rosso. Il 22 aprile compirò 74 anni, ho il diabete ed ero positivo al virus, dunque rientravo in effetti tra i soggetti a rischio”.

I cinque giorni di ricovero in Nefrologia passano da dialisi e C-Pap, ossia ossigenazione forzata (senza essere mai intubato). “Io in quel momento non lo sapevo, ma ero in acidosi respiratoria e renale. Mi stavo scompensando come diabetico e per questo a Cremona sono subito stati sospesi i farmaci antidiabetici che prendevo a casa. Tutto questo non l’ho saputo subito, ma passo dopo passo grazie a mio figlio Luigi, che è medico e ha seguito con attenzione, per quanto a distanza e informandosi sempre, il mio caso. Lui è specialista in Malattie Infettive e lavora in direzione sanitaria all’ASL. Ho visto quanto si sta dando da fare: nei giorni di piena emergenza riceve ed effettua quasi 200 chiamate al giorno. Dopo il caso 1 di Codogno, poi, tutti hanno moltiplicato gli sforzi per provare a ricostruire i contatti di quel paziente. E’ stato un incrocio di strade e telefonate pazzesco”.

Il dottor Antonio Vezzosi, insomma, non viene subito a sapere della sua condizione. Quello che scopre è che nel frattempo l’emoglobina è scesa a 7 (e di norma dovrebbe essere 14), valore poi sistemato grazie a un paio di trasfusioni, mentre un aiuto importante arriva dall’eparina, somministrati dal professor Malberti. “Sono rimasto ricoverato 21 giorni a Cremona e non posso che parlare bene di tutti: professionalità, umanità e pure pazienza, in una situazione difficilissima. Per me il peggio era essere allettato, non potermi muovere. Quando a Pasquetta mi hanno fatto alzare dopo tre settimane sdraiato, è stato come avere 20 anni di meno, mi sono sentito rinato. Il 14 aprile, ossia il giorno dopo, sono tornato a casa, sorretto dai miei figli Luigi e Lorenzo, perché ero molto fiacco ed era bastato un semplice viaggio da Cremona e Martignana per stancarmi”.

Che pensieri si affollano in testa, quando si è su un letto di ospedale? “Ho pensato alla mia famiglia, a casa, ho pensato anche alla preoccupazione per il congresso provinciale delle ACLI che non poteva essere organizzato, e poi ho messaggiato col mio Vescovo Antonio Napolioni, che era ricoverato come me a Cremona, e con alcuni amici. Però, ripeto, forse grazie alla delicatezza di medici e infermieri e di mio figlio Luigi, che mi hanno reso cosciente del problema serio di scompenso respiratorio e renale solo per gradi, dopo quel 4 marzo non ho mai più avuto paura”.

Adesso la riabilitazione prosegue a casa “E’ un passaggio fondamentale, quello della riabilitazione domestica: lo dico per tutti quelli che escono dall’ospedale nelle mie condizioni. Non abbiate fretta. Io adesso sto meglio, a volte mi stanco facilmente ma è normale. Però ho ripreso, pur con cautela e prudenza, a camminare e a muovermi e dopo tre settimane fermo in un letto, non vi dico la sensazione di libertà che si prova”.

Giovanni Gardani

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