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Giulia, l'amica cremonese di
Silvia Romano: 'Con lei a Chakama,
persona coraggiosa e solare'

“Silvia è una persona con una bella testa – dice di lei Giulia -. Quando ho sentito che ha letto il Corano e si è convertita non mi sono stupita per niente, contestualizzando questa scelta nella situazione che ha vissuto".

Per Giulia Frosi, come per tanti altri giovani che hanno collaborato con Africa Milele, il ritorno a casa di Silvia Romano è la fine di un incubo che durava da 18 mesi, da quel 20 novembre 2018 quando venne prelevata  da un gruppo di 8 uomini dalla sede dell’associazione a Chakama, in Kenya, a 70 Km da Malindi. Giulia è l’amica cremonese di Silvia, ora Aisha; ha 29 anni, è psicologa psicoterapeuta e lavora per la cooperativa Il Cerchio nell’ambito dei servizi educativi e doposcuola Dsa. Si sono conosciute nella tarda estate del 2018, proprio nel villaggio africano dove Giulia operava già da tempo, prima come volontaria poi come referente dell’associazione marchigiana. Ha accettato di parlare – per la prima volta – con un giornalista per ristabilire un po’ di verità in mezzo alle tante cose che si leggono in questi giorni, riguardanti sia l’amica sia l’associazione.

“Quell’estate ero stata a Chakama in agosto – racconta – Giulia era arrivata come volontaria per due mesi e si era fermata fino a settembre. Abbiamo vissuto insieme nella Guest house per 10 giorni, durante i quali ho conosciuto una ragazza solare, curiosa, intelligente. Silvia è quella che avete visto scendere dall’aereo. Si era laureata alla triennale in Mediazione culturale e aveva scelto di fare volontariato in vista di una precisa scelta di vita. Il Kenya sarebbe stata solo la sua prima esperienza e ipotizzava di farne altre”.

Dopo quel settembre, Silvia era tornata a Milano e si era incontrata di nuovo con Giulia e altri volontari per una cena di raccolta fondi, e dopo poco ha deciso di buttarsi nella cooperazione. A novembre, Silvia è ritornata a Chakama, questa volta come referente del progetto. “Silvia è una persona con una bella testa – dice di lei Giulia -. Quando ho sentito che ha letto il Corano e si è convertita non mi sono stupita per niente, contestualizzando questa scelta nella situazione che ha vissuto. Ho pensato a lei, che è una combattente, e credo che a un certo punto della prigionia abbia dovuto cercare di sopravvivere. E conoscendo la sua curiosità intellettuale penso che non abbia fatto fatica ad aderire a questa religione, anche perchè lei di suo era atea. Leggo che qualcuno la giudica ‘malata’ per questa ‘conversione’: non è per niente così, credo piuttosto che sia scattato un istinto di sopravvivenza, e comunque nessuno dovrebbe giudicare una scelta che è stata solo sua”.

Da quando è tornata in Italia “non ci siamo sentite, ci siamo solo scambiate un paio di messaggi per telefono. Non voglio disturbarla, è subissata di sollecitazioni e adesso ha bisogno solo di tranquillità”. In questi 18 mesi l’associazione è stata in silenzio per rispettare ciò che veniva chiesto, “ma in realtà non abbiamo mai smesso di pensare a Silvia. Quello che posso dire di Africa Milele è che nessun volontario è mai stato lasciato solo. Alle 21,30 ci si chiude in casa e non si esce più; ci sono sempre due Masai di guardia. Il villaggio è sempre stato un posto sicuro, proprio come ti immagineresti un villaggio africano lontano dalla metropoli, con i bambini che ti corrono incontro a piedi nudi, le galline, le capre … Non abbiamo mai avvertito pericoli. Una volta io ho perso il portafoglio e me l’hanno restituito senza niente che mancava. Eppure con quei soldi una famiglia avrebbe potuto campare a lungo”.

La sede di Africa Milele è il punto di riferimento per il villaggio, in mezzo alla savana. Non c’è un orfanotrofio come è stato scritto erroneamente, ma è da lì che si irradiano tante attività di supporto alla popolazione, soprattutto nell’assistenza a famiglie al limite della fame. Tra i progetti fissi, le adozioni a distanza per consentire a circa 100 bambini di frequentare le scuole. Era da poco stata aperta una sartoria e si stava lavorando all’allestimento della ludoteca. Tutti progetti che si sono fermati, di pari passo con le donazioni.
“Adesso non ci tornerei, finché non si sono chiarite le dinamiche”, conclude Giulia. “Io quel posto l’ho vissuto come una casa, e credo che altrettanto pensino quelle decine di volontari, che anche io ho contribuito a selezionare. Sono certa che Silvia ci ha lasciato il cuore”.

g.biagi

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