Commenta

Antonio Gardani, il
saluto della sua
Casalmaggiore

CASALMAGGIORE – Ha salutato tutti Antonio Gardani, dopo la messa. Alla sua maniera, diluito nelle splendide note della sonata del maestro Palmiro Froldi dedicate al padre, quelle note che lui stesso aveva chiesto fossero eseguite nel suo funerale, nel ricordo di un lieve sorriso che sempre lo accompagnava. Lo hanno salutato in tanti, politici vecchi e nuovi, amici, sacerdoti (oltre a don Claudio Rubagotti che ha ufficiato la messa, don Mario Martinengo, don Arrigo Duranti, don Antonio Pezzetti e don Giuseppe Soldi). Ha salutato in un rito durato molto più del solito, un rito che avrebbe apprezzato. Perché Antonio era così, non amava le cose veloci, era un riflessivo, un meditativo. Mai sopra le righe, mai risentito, mai iroso e collerico.

Tre fratelli, tra caratteri diversi. Dal Carlo Sante irrequieto e un po’ folle (bonariamente, s’intende), alla sorella Carolina, sempre in eterno moto, dinamica, a lui, Antonio, pacato, misurato, sempre composto. Non si è vantato mai nella vita. Per lui la politica era servizio, missione, le celebrazioni erano solo quelle liturgiche. Ne avrebbe avuto motivo. Otto anni a guidare la città, e se Casalmaggiore ha un teatro funzionante, un piccolo gioiello ed ha i gioielli del Bijou a disposizione di tutti lo si deve a lui. Un giorno quando si riscriverà la storia della città andranno citati i come ed i perché delle cose, dato rilievo a chi lo merita. E scritto il suo nome a fianco di tutto ciò di cui non si è mai vantato.

Tanti episodi vengono fuori adesso dalle persone che hanno avuto la fortuna di conoscerlo. Tanti piccoli episodi di gente che lo ricorda e gli vuole bene. Come a un nonno che adesso ha preso un’altra strada ma pur sempre resta nel cuore. Silvia lo ha ricordato nei giorni scorsi di quando tanti anni fa volle – allora era sindaco – premiare sua mamma giovane vedova che aveva tirato su da sola e con immensa fatica i suoi figli, o Francesca che lo ricorda con affetto per essere sempre stata aiutata. O ancora Luciano, impietrito nei primi banchi, che lo ricorda come un maestro di politica, o Fausto. E potremmo andare avanti.

La cerimonia funebre di questa mattina è stata la sua: lenta, più lunga del solito, ricca di parole composte, di bei ricordi, di vita. Prima di bussare alla porta del suo Dio, ha fatto tanta strada – parafrasando il canto iniziale – Antonio Gardani. Da assessore, da sindaco e poi nella personale ricerca, nello studio dei documenti, delle carte, della politica, di quella in cui si era formato e di quella che era cambiata. Ma pure nella solidarietà, nelle vicissitudini familiari, negli occhi e nel cuore di tutti quelli che – sempre in silenzio – ha aiutato. Non ha mai avuto rancore ne disgusto per la politica, pure per quella che lo aveva messo da parte, come se non fosse più necessario. Era l’uomo della mediazione, erano tempi diversi i suoi. Ma se ne andò a testa alta perché per lui fare politica fu sempre una missione. Fu sempre il fare qualcosa per gli altri e non per se stesso.

“Saluto il fratello Antonio – ha detto don Claudio Rubagotti nell’omelia – e lo saluto con affetto. Durante le esequie la chiesa diventa una casa che accoglie tutti. Gesù parla di un padre che ci invita a nozze, che ci invita ad una festa per chi ha fede in lui. La fede non elimina il dolore, c’è sempre una divaricazione profonda tra ciò che amiamo e ciò che ci viene sottratto. Ma Cristo è qui, con noi, così come lo è Antonio. La religione cristiana è l’unica che porta la morte nel luogo di culto. Cristo stesso si è fatto morte per salvare tutti. Antonio ha la testa rivolta all’altare perchè questa non è la messa per lui, ma la messa con lui. La testa rivolta all’altare esprime tutta la sua vita di fede. Una vita non facile la sua, soprattutto nel momento in cui tutto ciò che lo rendeva stabile è stato divelto. La morte di Lea e di Angiolina avevano reso più fragile la sua esistenza senza però mai togliere qualcosa alla sua fede. Le sue doti erano la pazienza, la mitezza, la capacità di saper attendere. Antonio era un uomo che sapeva attendere, sapeva sopportare. Sapeva sempre partire da lontano. La prima volta che lo conobbi rimasi colpito dal suo sguardo nobile e nostalgico di affetti che portava nel cuore. Un uomo di una volta, di un tempo in cui era sempre davvero possibile annodare le vite delle persone. Antonio era un uomo spinto sempre a cercare il bene. Eracresciuto nella Democrazia Cristiana, con il mito di De Gasperi e Moro, quando democrazia significava esercizio del bene comune. Era un uomo fortemente impegnato nel sociale ed era così che vedeva la politica. Fu per due volte sindaco e quando, al secondo mandato, fu fatto fuori, non conservò rancore. Ha solo cercato un’altra strada per essere utile, ha preso altri impegni. Non l’ho mai sentito dire qualcosa contro qualcuno, mai una parola sopra le righe, mai una parola di rabbia. Più siamo uomini che credono in Dio, più siamo uomini che non ce l’hanno con l’uomo. Un uomo che ha saputo lavorare in silenzio a Casalmaggiore per tanti frutti poi maturati con gli anni, teatro, ospedale, bijou. Aveva capito che Casalmaggiore ha potenzialità enormi, ed enormi energia. Salutiamo oggi un cristiano, sposo, padre ma soprattutto salutiamo un maestro che ci ha insegnato come stare in questo tempo. Un uomo dalle tante qualità di cui avremmo bisogno e che possiamo pure reimparare seguendo il suo esempio”.

Al termine della cerimonia i saluti. Quelli di Angela Galafassi, che ha ricordato il caro amico nel periodo del lockdown e di come ci si facesse coraggio a vicenda, quelle di Giacinto Boldrini, che con lui iniziò la carriera politica e che ha ricordato a tutti quanto possono mancare e fare male gli affetti terreni che non ci sono più, quelle di don Giuseppe Soldi, che fu prete a Casalmaggiore quando Antonio era un giovane assetato di idee e già allora impegnato nella politica. Poi i saluti del nipote, Giovanni Gardani. Un dolcissimo ricordo quello di Giovanni, reso difficile dalla fortissima emozione esplosa alla fine in un pianto. “Tutti voi avete conosciuto il politico, e la sua impronta è rimasta. Io ho conosciuto l’uomo che si aggiornava sempre, che aveva a casa pile di giornali che non finivano più, che, lo dico bonariamente, mi ‘rompeva le scatole’ perché mi chiedeva di andare a cercare le cose prima sull’enciclopedia e poi su wikipedia, perché a un certo punto si era aggiornato, veniva a chiedermi di Whatsapp e di cosa avrebbe potuto fare con questi aggeggi infernali, così come li chiamava. Cercava sempre di aggiornarsi anche in modo più moderno. Ho conosciuto una persona che teneva in modo forte alla famiglia. Quando ero bambino, ero ragazzo e mia zia Lea veniva a casa, mi diceva sempre ‘per prima cosa vai a dare un bacio a tua zia Lea’. Mi sembrava un cosa costruita e adesso capisco che era un gesto per tenere unita la famiglia. Al funerale di mia zia dopo averlo salutato al cimitero stavo per andare via e lui stesso mi ha chiesto di restare lì. Mi rifaccio a quello che è successo alcuni giorni fa perché le ultime sue parole dicono tutto di lui. Ha guardato il crocifisso che aveva sempre al collo ed ha detto ‘Signore aiutami’ e poi rivolto ai familiari ‘statemi vicino’. Ecco, prima della politica ed oltre la politica c’erano la sua fedee la sua famiglia. In questi giorni abbiamo ricevuto tanti messaggi anche da gente politicamente lontana dal suo pensiero. Antonio era un uomo del dialogo, cercava sempre una sintesi ed un incontro. Il canto iniziale parla di mani bianche e pure, e non è stato scelto a caso: le sue lo erano e non era facile in un periodo in cui la politica stava sbandando pericolosamente. E non è facile ricordare neppure adesso la sua propensione al dialogo, all’incontro con tutti in un periodo in cui la politica è fortemente divisiva. Non pensavo di volergli così bene. Ma poi riflettendoci ho maturato un pensiero. Eravamo su due lunghezze d’onda diverse. Lui compassato, lento, riflessivo, io sempre di corsa, sempre un po’ isterico, insicuro, frenetico. Adesso che il tempo si è fermato capisco cosa ho perso. Lui anche alla fine ha cercato di conciliare le due cose. Nel suo ultimo biglietto per il mio compleanno, ha scritto il carpe diem e ha scritto un ossimoro che porterò sempre dentro. ‘Affrettatevi lentamente’. Quindi cogliete l’attimo, ma godetevi anche quello che state vivendo”.

Antonio Gardani ha lasciato un segno profondo nella sua comunità. Al termine del rito il monito alla politica locale di far tesoro di quella lezione. Di continuare a lavorare per il bene della città e di tutti, di cercare sempre una sintesi, una strada. Così come aveva sempre fatto lui nella sua vita. Oggi Antonio è insieme alla sua Lea e a fianco alla sua mamma, si sono ritrovati 14 anni dopo in un universo parallelo. Ma la sua lezione resta e nella sua città resta l’immagine di quel sorriso leggero che continuerà, a passo lentissimo, a esser parte delle cose. Di tutte le cose importanti e vere, da non dimenticare.

Nazzareno Condina

© Riproduzione riservata
Commenti