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Cashback, c'è anche chi è
penalizzato. L'esperienza di
un viadanese già "on line" da tempo

Il fine del governo, sia pur mascherato, è chiaro e in buona parte condivisibile: sostenere il commercio senza dare un’ulteriore spinta alle multinazionali che vendono online e che hanno visto decollare nel 2020 i propri ricavi, e nel contempo favorire i pagamenti rintracciabili. Tuttavia...

Ci sono momenti di trasformazione profonda della società, momenti che una crisi accelera, tanto che appare fondato l’assioma secondo cui ogni crisi, anche la più grave, nasconde opportunità. Questo sembra valere anche per la società odierna: gli acquisti da tempo ormai si stanno spostando sempre più sul web, al che il commercio si pone un dilemma: continuare sulla vecchia strada o attrezzarsi per affrontare la sfida? La crisi intervenuta per accelerare la trasformazione già in atto ovviamente è la pandemia, che ha dirottato ancor più rapidamente verso gli acquisti online i cittadini, se non altro perché rinchiusi in casa dal lockdown. Giusto che lo Stato vada in soccorso di chi ha perso clienti a causa della chiusura, ma siamo certi che il cosiddetto cashback sia il miglior aiuto possibile al settore in crisi?

Il fine del governo, sia pur mascherato, è chiaro e in buona parte condivisibile: sostenere il commercio senza dare un’ulteriore spinta alle multinazionali che vendono online e che hanno visto decollare nel 2020 i propri ricavi, e nel contempo favorire i pagamenti rintracciabili. Non è possibile farlo apertamente, se si intende evitare una condanna per aiuti di stato, ecco quindi la formula: per ottenere lo sconto del 10% si paghi con carta e non in contanti, ma solo “sul posto”, e non online. C’è però un punto cruciale: in questo momento di trasformazione profonda della società, come da ipotesi di partenza, non sarebbe meglio trovare una formula che consenta di dare al commercio in crisi le armi adatte per affrontare le nuove sfide che ci attendono anche una volta passata la pandemia? Finanziamo (per almeno tre semestri a partire da gennaio 2021) chi vende sul posto penalizzando chi lo fa sul web, ma non sarebbe preferibile agevolare il passaggio al web dei negozi tradizionali, mantenendo ferma la loro forza sul punto vendita fisico? In fondo è come se, quando arrivò un secolo fa l’automobile, il governo avesse finanziato i conducenti di calesse trainato da cavallo, entrati ovviamente in crisi profonda, invece che aiutarli a diventare tassisti. In realtà quel governo non fece nessuna delle due cose, per la crisi economica profonda, e perché allora ad aiutarci non c’era la tanto bistrattata Europa.

Pensiamo oggi alle nostre potenzialità: sarebbe costato molto meno creare una sorta di app “made in Italy” che consentisse la vendita online aperta a tutti i settori nazionali, dall’alimentare alla ricezione alberghiera. Pensiamo proprio agli hotel: un italiano che va in vacanza in Italia si affida quasi sempre ad un intermediario straniero che incassa buona parte dell’utile (gli hotel ormai sono costretti a subire l’oligopolio) e per di più non ci paga nemmeno troppe tasse. E, a rendere ancor più beffarda la cosa, lo fa con un’idea nata in Italia (all’inizio fu venere.it). Siamo proprio strani noi italiani, ma oggi dovremmo provare ad aiutare le tante associazioni di categoria, sperando che per una volta smettano di litigare tra loro.

In questo quadro, si pensi che tra i tanti soldi pubblici che si stanno spendendo, lo Stato italiano continua a non pagare i suoi debiti verso le imprese. Abbiamo risentito, a un anno di distanza, Serafino Muraca, il viadanese che ha ideato il sito seshop.it per vendere online i prodotti del territorio dell’Oglio Po. Un pioniere, che ha capito per tempo come il marchio di un territorio possa servire per trainare le vendite con spedizione anche all’estero utilizzando i nuovi strumenti. La sua idea è stata premiata, tanto che dai 13 produttori che aderivano ad inizio 2020, oggi è passato a 27. Gli ultimi due si sono aggiunti nelle ultime ore.  «E’ così – risponde Muraca -: ho aggiunto un’artista di Viadana che vende i suoi quadri su seshop e un ragazzo che produce miele con grandissima attenzione alla qualità».
Sembra che l’attività vada bene. «Certamente, e devo ammettere che il lockdown ha consentito di incrementare il giro di affari, e ho potuto fidelizzare la clientela».

Va considerato che la possibilità di vendere anche online ha consentito ai commercianti di trovare in questi mesi terribili una via diversa già organizzata per poter proseguire l’attività grazie alle spedizioni. Ma da oggi, con la riapertura e lo sconto solo se si compra sul posto?  «Sono in linea con le riflessioni da lei fatte. Io ho cercato di digitalizzare chi non aveva un negozio online, ed oggi per questo sono punito: il problema è che l’acquisto che si fa sul mio portale io lo compro dal produttore ma chi lo acquista su seshop non ha diritto al cashback».

Ma non può essere questa beffa a frenare Serafino, che non si ferma qui: «Oggi ho aggiunto un nuovo progetto: in collaborazione con un ragazzo di Guastalla sto cercando di potenziare un progetto nazionale, attraverso il portale già attivo buyhoop.social. A livello nazionale cerco figure che gestiscano determinate zone, agevolando piccoli commercianti nel passaggio all’online. Ho appena trovato un referente che si occuperà di un’area in Sicilia». Una specie di app madeinitaly così come indicata ad inizio articolo. Serafino ci aveva già pensato, ovviamente. Siamo proprio certi che siano le persone come lui quelle da penalizzare?

V.R.

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