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Le mamme di Vicomoscano La ricerca di una strada per uscire dal buio

"Non siamo scienziate - ci racconta Moira Bottenghi - ma i dati e le ricerche sulle riviste specializzate le leggiamo anche noi. Di una cosa siamo sicuri, che tra i nostri piccoli aumentano quelli seguiti dagli psicologi"

VICOMOSCANO – Una decina di bambini, i loro quadernoni a quadretti o, per i più piccoli, i fogli da disegno, un tavolino ed una sedia. Le maestre sono in classe, impegnate nella didattica a distanza. Li vedi – i piccoli – davanti allo schermo, qualcuno col portatile, un buon numero con i tablet, altri col cellulare. Seguono la lezione ma almeno, oggi c’è un piccolo segnale di vita in più.

Un anno dopo il primo lockdown non è cambiato nulla per loro. “Mi manca la maestra” racconta una piccola quando la mamma le chiede cosa le manc della scuola. E non è solo la maestra. Sono le relazioni, sono i gruppi, sono i compagni di classe. Sono le prime amicizie, le prime piccolissime avventure quotidiane. C’è un pezzo di vita che manca, ormai da un anno, a tutti loro. E nessuno glielo ridarà indietro.

Hanno maschere e disinfettante per le mani, non c’è neppure da dirglielo: prima di sedersi si vanno a dare una passata. Imparano alla svelta cosa serve e cosa si deve fare. Sono un po’ spaesati, almeno all’inizio, per quei ‘banchi’ disuguali posti nel parcheggio, dove i rumori delle auto che passano ed il movimento c’è. Ma anche questa è una di quelle cose ch durano giusto il tempo dell’ambientamento. Al loro fianco c’è qualcuno dei loro amici e anche il solo vedersi è bello. E’ molto di più di quel che hanno avuto ieri.

Le mamme di Vicomoscano hanno voluto dare un segnale. Un segnale che un’altra scuola è possibile. Ci credono, ne sono convinte. Non sono negazioniste, non dicono che il ritorno a scuola deve esserci perché il Covid è simile a un raffreddore, oppure non esiste. Hanno avuto familiari, amici e conoscenti colpiti. Sanno che il virus c’è.

Ma si fanno anche delle domande. Perché difficilmente riescono a spiegarsi come alla fine quel virus sia così infingardo da costringere le scuole a restare chiuse e la gente in fila alle poste, ammassate nei supermercati, al lavoro in fabbrica, e in tanti altri dove. Si chiedono perché i bimbi non possono andare a scuola ma poi basta uscire un qualunque pomeriggio per ritrovarsene a frotte, e poco più grandi, in giro per la città.

Il traffico sulla provinciale è quello di tutti i giorni, quello di sempre.

“Non siamo scienziate – ci racconta Moira Bottenghi – ma i dati e le ricerche sulle riviste specializzate le leggiamo anche noi. Di una cosa siamo sicuri, che tra i nostri piccoli aumentano quelli seguiti dagli psicologi”.

Lo slogan è ‘La scuola può essere ovunque’. Ovunque è un termine onnicomprensivo. E non esclusivo. Quell’ovunque è per brevi tratti la DAD se serve, è la classe, lo sono tutte le esperienze. E’ stata la scuola – questa mattina – l’asfalto di un parcheggio.

Sperano le mamme. Non tutte invero. C’è chi non spera più e si adegua. C’è chi ancora ha la pazienza di attendere, spalle larghe e magari la possibilità di avere nonni, o zii, o qualcuno che li segua anche a casa. “Diciamo – spiega ancora Moira – che siamo un 50 e 50, anche tra noi”. C’è chi ha detto no all’iniziativa (a proposito, prima di farla hanno chiesto l’autorizzazione alla questura che l’ha concessa). E c’è chi invece ha dovuto rinunciare perché è comunque giorno di lavoro.

Ma quelli che danno più rabbia sono tutti coloro che, leoni dietro uno schermo, pronti a dire no alla DAD, si al ritorno a scuola, sì alle iniziative, pronte a fare fuoco e fiamme contro chiunque, si ritraggono quando si tratta di metterci faccia e braccia. Non è un malcostume figlio del Covid, è un malcostume di sempre, anche in questo caso non è cambiato nulla.

I bambini seguono la lezione, le mamme cercano di chiamare le insegnanti ad uscire ma non hanno l’autorizzazione. Avevano portato una rosa per ognuna di loro, da far consegnare dai bambini. Non si può e le rose vengono poggiate sui gradini. Qualche palloncino giallo appeso ai pali per dare il segno che i piccoli sono stati lì. Alle porte di quella che dovrebbe essere la loro seconda casa. Il loro mondo, la loro quotidianità.

Un’ora di lezione all’aperto, prima di tornarsene a casa tra le quattro pareti, davanti ad uno schermo, senza nessuna possibilità di guardare la propria amica del cuore negli occhi. Senza nessuna possibilità di pensare che domani sarà un giorno diverso, migliore. In questo anno sono aumentati in maniera esponenziale i bambini che soffrono di disturbo d’ansia. Perché l’incertezza e l’inquietudine che vivono i più grandi è la stessa che vivono loro.

Sono comunque contente le mamme della mattina appena passata. E non sarà questa l’unica iniziativa da mettere in calendario. Ce ne saranno altre. Un’altra scuola è possibile, e lo sarà ancor di più adesso che si apre la stagione, che sarà possibile (forse) starsene fuori all’aperto, condividere brandelli di vita e quotidianità.

Il Covid esiste, ed esistono loro. E una strada la si dovrà trovare per dare loro giorni diversi, e migliori. La Didattica a Distanza non è scuola. Non può esserlo per lungo tempo. Ne sono convinte le mamme. Una strada la si dovrà trovare per uscire dal buio.

Nazzareno Condina

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