Economia
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Chiusure, baristi e ristoratori
pronti a scendere in piazza

“E sulle imprese pesano le conseguenze delle chiusure imposte da inizio anno. Bruciano, in particolare, quelle per l’errata zona rossa di gennaio. Abbiamo chiesto di essere risarciti ma per ora abbiamo ricevuto solo promesse di impegno".

Pasqua in lockdown per il secondo anno consecutivo, con negozi e ristoranti chiusi. Una situazione pesantissima per le imprese. Complessivamente, un mese di chiusure, da metà marzo a metà aprile, costerà – nella solo Lombardia – 2 miliardi e mezzo di euro. Nei giorni di Pasqua si perderanno 470 milioni di euro rispetto al 2019.

A puntare il dito è presidente di Confcommercio Cremona, Andrea Badioni: “E’ la seconda Pasqua passata a tutti gli effetti in lockdown, un altro durissimo colpo a fronte di sostegni ancora gravemente insufficienti, che non bastano minimamente a coprire le spese fisse” commenta. “E, soprattutto, sono tardivi e hanno criteri di accesso troppo restrittivi”. L’impatto delle restrizioni sarà particolarmente grave per la ristorazione (-80%), per i servizi ricreativi (-75%), per il commercio al dettaglio (-70%).

“Questo ultimo anno, è stata per noi una ‘via crucis’, un percorso di sofferenza tra speranze di poter riaprire andate puntualmente deluse, attese di ristori adeguati, richieste di considerare come i nostri locali potessero garantire servizi in sicurezza mai prese in considerazione. E adesso moltissime imprese sono allo stremo, rischiano di non riaprire più se non si interviene subito con un cambio di passo”, conferma Alessandro Lupi, presidente del gruppo provinciale di Fipe Confcommercio, che riunisce oltre cinquecento aziende.

“Non è pensabile che le imprese possano sopportare ancora a lungo questa situazione di gravissimo danno economico e profonda incertezza. – gli fa eco il vicepresidente Fipe Emiliano Bruno – Il punto è che il deciso cambio di passo sui sostegni non si è ancora visto”.

“E sulle imprese pesano le conseguenze delle chiusure imposte da inizio anno. Bruciano, in particolare, quelle per l’errata zona rossa di gennaio. Abbiamo chiesto di essere risarciti ma per ora abbiamo ricevuto solo promesse di impegno. Tanto lodevoli quanto inutili per dare un futuro alle aziende”, rincara Andrea Badioni.

“Per il settore la prospettiva è quello di non poter tornare in zona gialla fino a ridosso del mese di maggio. Un orizzonte non sostenibile per le aziende. Si intervenga per consentire di ripartire alla prossima revisione dei colori assegnati a ciascuna regione – conferma Lupi – Le imprese chiedono soltanto di poter lavorare. Se i numeri del contagio saranno in calo, auspichiamo che si proceda con le opportune valutazioni e si consentano in sicurezza le riaperture al più presto, senza attendere oltre. Non è accettabile procedere con il paraocchi, non è corretto, né giusto nei confronti di migliaia di imprese che soffrono da oltre un anno e che speravano in questa primavera per poter ripartire. E invece siamo al tragico bis del 2020”.

Le imprese sono pronte a far sentire la propria voce. “Di pazienza ne abbiamo avuta anche troppa – conclude Lupi -. Sappiamo di poter garantire la massima sicurezza e non accettiamo di essere additati come gli untori. E soprattutto non siamo più disposti a pagare colpe che non abbiamo. Il disagio o meglio la disperazione sono il sentimento dominante tra gli operatori del settore. Per questo, se non arriveranno risposte adeguate dal Governo, si sta rafforzando il fronte di chi vorrebbe scendere in piazza. E sarà necessaria, in quel caso, la mobilitazione di tutti gli imprenditori del comparto, indipendentemente dalla realtà di rappresentanza cui fanno riferimento. Abbiamo già incontrato anche i dirigenti del gruppo Arpe. Non è il momento di dividersi. Occorre difendere insieme un obiettivo comune: il nostro futuro”.

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