Cronaca
Commenta

Arte, la bellezza come cura:
gli appuntamenti da vedere

Sono tante le mostre che riaprono o riprendono, altre in cartellone. Naturalmente tutto è legato all'evoluzione della pandemia. Ma vogliamo essere positivi, sperare che l'arte e la bellezza siano l'ennesimo passo in avanti verso la normalità

La lunga attesa, per gli amanti dell’arte, sembra finita. Dopo le chiusure legate al Covid finalmente si riapre la stagione di mostre ed esposizioni. Come nostra abitudine da qualche anno riprendiamo con una carrellata di eventi raggiungibili. Mantova e la sua Venere l’abbiamo già trattata a parte nei giorni scorsi. Sarà un evento importantissimo e speciale. Ma non sarà l’unico…

Sono tante le mostre che riaprono o riprendono, altre in cartellone. Naturalmente tutto è legato all’evoluzione della pandemia. Ma vogliamo essere positivi, sperare che l’arte e la bellezza siano l’ennesimo passo in avanti verso la normalità. Che possano essere parte della cura. Naturalmente ne abbiamo segnalate alcune. Ne mancano tante altre. Abbiamo segnalato quelle che ci hanno maggiormente colpito, quelle che andremmo a vedere (e qualcuna la visiteremo). Sicuramente abbiamo lasciato fuori qualcosa di importante. Se ritenete opportuno, segnalatecele, e le aggiungeremo… (pezzo a cura di Nazzareno Condina)

 









 

ALEKSANDR DEJNEKA Operaie tessili, 1927 Olio su tela, 171 x 195 cm ©State Russian Museum, St. Petersburg

LE DIVINE AVANGUARDIE. LA DONNA NELL’ARTE RUSSA

Milano, Palazzo Reale, sino al 12 settembre 2021 LINK

La mostra restituisce un’idea dell’arte russa e del fondamentale ruolo delle donne in questo Paese, del loro contributo alla Storia dell’Arte, del loro ruolo nella società per l’emancipazione e per il riconoscimento dei diritti attraverso un ricco corpus di opere, tramite mezzi espressivi e tecniche differenti per rappresentare l’evoluzione culturale e sociale.

Circa 90 opere in larga parte mai esposte prima d’ora in Italia, in un racconto che si dipana attraverso 8 differenti sezioni e 2 grandi capitoli: da un lato la donna e il suo ruolo nella società con sante e madonne, imperatrici, contadine e operaie, intellettuali e madri ritratte dai grandi maestri: Il’ja Repin, Boris Kustodiev e Filipp Maljavin, il suprematista Kazimir Malevich e i maestri degli anni Dieci e Venti del Novecento, Aleksandr Dejneka, Kuzma Petrov-Vodkin, autore del ritratto della poetessa Anna Achmatova, solo per citarne alcuni. Dall’altro le donne artiste, “le amazzoni dell’avanguardia russa”, donne protagoniste di una atmosfera culturale, storica e sociale straordinaria, attive nei primi trent’anni del Novecento quando crearono opere originali e innovative: Natalia Goncharova, Ljubov PopovaAleksandra Ekster e ancora artiste del realismo socialista come la scultrice Vera Mukhina con il suo modello in bronzo del complesso scultoreo “L’operaio e la kolchoziana” per il padiglione URSS all’Expo di Parigi del 1937.

Le sezioni della mostra:  IL CIELO – La Vergine e le sante; IL TRONO – Zarine di tutte le Russie; LA TERRA – L’orizzonte delle contadine; VERSO l’INDIPENDENZA – Donne e società; LA FAMIGLIA – Rituali e convenzioni; MADRI – La dimensione dell’amore; IL CORPO – Femminilità svelata; LE ARTISTE – Realismo e amazzoni dell’avanguardia.

una mostra Comune di Milano – Cultura, Palazzo Reale, CMS Cultura in collaborazione con Museo di Stato Russo di San Pietroburgo con il patrocinio di Ministero per i Beni e le Attività Culturali e il Turismo, Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Consolato Generale della Federazione Russa sponsor ufficiale VTB

a cura di Evgenia Petrova, Direttore Scientifico del Museo Russo, e Joseph Kiblitsky

 









 

Ginevra Cantofoli, Giovane donna in vesti orientali, seconda metà del XVII secolo Olio su tela, 65×50 cm Museo d’Arte Medievale e Moderna, Padova

LE SIGNORE DELL’ARTE – STORIE DI DONNE TRA ‘500 E ‘600

Milano, Palazo Reale, sino al 25 luglio 2021 LINK

Con la mostra “Le Signore dell’Arte. Storie di donne tra ‘500 e ‘600″, l’arte e le incredibili vite di 34 diverse artiste vengono riscoperte attraverso oltre 130 opere, a testimonianza di un’intensa vitalità creativa tutta al femminile, in un singolare racconto di appassionanti storie di donne già “moderne”.  

In mostra le artiste più note, ma anche quelle meno conosciute al grande pubblico, le nuove scopertecome la nobile romana Claudia del Bufalo, che entra a far parte di questa storia dell’arte al femminile, e alcune opere esposte per la prima volta. 

Sotto la curatela di Anna Maria BavaGioia Mori e Alain Tapié, le opere selezionate per la mostra provengono da ben 67 diversi prestatori, tra cui le gallerie degli Uffizi, il Museo di Capodimonte, la Pinacoteca di Brera, il Castello Sforzesco, la Galleria nazionale dell’Umbria, la Galleria Borghese, i Musei Reali di Torino, la Pinacoteca nazionale di Bologna, il Musée des Beaux Arts di Marsiglia e il Muzeum Narodowe di Poznan (Polonia).

La mostra racconta non solo la maestria compositiva di queste pittrici, ma anche il ruolo sociale che hanno rivestito nel loro tempo, alcune affermate presso le grandi corti internazionali, altre vere e proprie imprenditrici, tutte capaci di confrontarsi con i propri ideali e con diversi stili di vita. 

Tra le eroine in mostra a Palazzo Reale domina per celebrità la figura di Artemisia Gentileschi: figlia di Orazio, icona di consapevolezza e rivolta, artista e imprenditrice, la sua arte rivaleggia con quella degli stessi pittori uomini dell’epoca e il suo successo la porta allo scarto dalla sua categoria sociale; un esempio di lotta contro l’autorità e il potere artistico paterno, contro il confinamento riservato alle donne.

Di Sofonisba Anguissola – cremonese che visse oltre dieci anni alla corte di Filippo II a Madrid, per poi spostarsi in Sicilia dove fu visitata da Antoon van Dyck nel 1624 – sono esposti tra gli altri la Partita e scacchi (1555), e per la prima volta la Pala della Madonna dell’Itria (1578). 

E ancora Lavinia Fontana  bolognese e figlia del pittore manierista Prospero Fontana – in mostra con 14 opere tra cui l’Autoritratto nello studio (1579), la Consacrazione alla Vergine (1599) e alcuni dipinti di soggetto mitologico di rara sensualità.

E poi ancora la pittrice bolognese Elisabetta Sirani, in mostra con potenti tele in cui sono raffigurati il coraggio femminile e la ribellione di fronte alla violenza maschile; Ginevra Cantofoli, con Giovane donna in vesti orientali (seconda metà del XVII); Fede Galizia con l’iconica Giuditta con la testa di Oloferne (1596); Giovanna Garzoni, altra modernissima donna che visse tra Venezia, Napoli, Parigi e Roma, in mostra con rare e preziose pergamene.

La mostra, si inserisce nel palinsesto I talenti delle donne, promosso dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Milano, che fino ad aprile 2021 focalizza l’attenzione sulle donne, le loro opere, le loro priorità e capacità.

Il progetto espositivo è realizzato con il sostegno di Fondazione Bracco, main sponsor della mostra, il cui impegno è da sempre rivolto a diffondere cultura, arte e scienza, con particolare attenzione all’universo femminile e alle protagoniste del pensiero creativo.

una mostra Comune di Milano – Cultura, Palazzo Reale, Arthemisia Arte e Cultura S.R.L. main sponsor Fondazione Bracco  special partner Ricola  evento consigliato da Sky Arte  catalogo Skira Editore

a cura di Alain Tapié, Anna Maria Bava e Gioia Mori

 









 

Regina, Maschera (La donna e il fiore) (1930-34; alluminio, 45 x 33 x 7 cm; Collezione Archivio Gaetano e Zoe Fermani) Foto: Alessandro Saletta e Piercarlo Quecchia – DSL Studio

REGINA. DELLA SCULTURA

Bergamo, GAMeC, sino al 29 agosto 2021 LINK

Da mercoledì 28 aprile la GAMeC di Bergamo annuncia la prima retrospettiva in un museo italiano dedicata a Regina Cassolo Bracchi, in arte Regina (21 maggio 1894 – 14 settembre 1974), una delle figure più affascinanti, innovative e ancora oggi meno note del panorama artistico europeo del Novecento.

La mostra, a cura di Chiara Gatti e Lorenzo Giusti, nasce dall’acquisizione da parte della GAMeC e del Centre Pompidou di Parigi di un importante nucleo di opere dell’artista e mira ad analizzare – dagli esordi negli anni Venti fino ai primi anni Settanta – la riflessione formale di una personalità unica,rimasta a torto ai margini della storia e riscoperta adesso quale figura complessa, sperimentatrice, versatile e poetica.

Lo stesso museo parigino dedicherà un’attenzione particolare alla ricerca dell’artista, nellamostra Women in Abstraction, a cura di Christine Macel e Karolina Lewandowska (5 maggio – 23 agosto 2021).

Originaria di Mede Lomellina, figlia di un macellaio e orfana in giovane età, Regina è stata la prima donna dell’avanguardia italiana a dedicarsi interamente alla scultura, di cui ha riletto i linguaggi in direzione audace e sperimentale, piegando la ricerca accademica e naturalistica all’uso di materiali inediti. Alluminio, filo di ferro, latta, stagno, carta vetrata sono stati i mezzi privilegiati di una continua e inesausta indagine compositiva ed espressiva che ha abbracciato inizialmente i modi del Futurismo (firma nel 1934 il Manifesto tecnico dell’aeroplastica futurista) e poi quelli del MAC, il Movimento arte concreta (1948), a cui Regina si avvicina nel 1951 grazie a Bruno Munari.

La leggerezza dei materiali, il dinamismo delle forme, un linguaggio fatto di sintesi geometrica e astrazioni liriche animano il suo lavoro, accanto a una pratica quotidiana, volitiva e rigorosa.

Duecentocinquanta opere – tra sculture, mobiles, disegni, cartamodelli e taccuini – ci guidano in un percorso che si sviluppa per temi ed epoche, intrecciando i contatti con i movimenti dell’avanguardia e le vicende biografiche, dal Ventennio al boom del dopoguerra.

Grazie ai prestiti della Collezione-Archivio Gaetano e Zoe Fermani, di altri privati e del Museo di Mede Lomellina, che custodisce una parte significativa della sua produzione degli esordi, il viaggio nell’universo di Regina prende avvio dalla formazione accademica, con i primi ritratti realisti, di sapore Novecentesco, e gli studi sintetici degli animali.

Gli anni di adesione al Futurismo, durante i quali Regina partecipa a tutte le Biennali di Venezia e alle Quadriennali romane, sono caratterizzati da opere in cui memorie di un mondo meccanico alla Depero si mescolano con le compenetrazioni spaziali di Archipenko e dovel’alluminio piegato libera le forme dai vincoli dei volumi della scultura tradizionale.

In questo processo di creazione e montaggio di opere trasognate, la carta diviene lo strumento imprescindibile di ogni analisi preliminare. Modelli puntati con spilli, secondo una pratica sartoriale applicata alla vocazione aerea delle sue figure, le servono per sagomare il metallo senza incertezze, con energia e dolcezza.

Come in un gigantesco erbario, la sezione dedicata ai disegni dei fiori di campo e ai gessi degli anni Quaranta mostra una sequenza serrata, fiabesca e allo stesso tempo scientifica di studi sulla vegetazione spontanea,ritratta su centinaia di fogli sparsi, come un diario quotidiano di osservazione del mondo naturale, presto modificato nelle linee essenziali del suo astrattismo maturo.

La stagione del MAC allineacerchi, ellissi, giochi di triangoli o losanghe issati con grazia ed equilibrio in composizioni mobili, vibranti, spesso realizzate in Plexiglas; sintesi estrema di motivi tratti dal regno selvatico, declinati secondo le regole costruttive della natura.

Le suggestioni spaziali diffuse nella Milano degli anni Cinquanta si rivelano in opere che tradiscono il miraggio della corsa alla luna, sintetizzato da Regina in traiettorie di segni nel vuoto, combinazione ideale fra le linee-forza di matrice futurista e lo spazialismo di Fontana.

Completa la mostra una monografia, pubblicata da GAMeC Books ed Éditions du Centre Pompidou, con saggi di Christine Macel, Lorenzo Giusti, Chiara Gatti, Paolo Campiglio e Paolo Sacchini, concept grafico di Leonardo Sonnoli e Irene Bacchi, e con un progetto fotografico di Delfino Sisto Legnani.

L’allestimento è a cura del designer Francesco Faccin.

La mostra è realizzata grazie al contributo speciale del Comune di Bergamo.

 









 

Gustave Courbet, Petite paysage de mer

IMPRESSIONISTI. ALL’ORIGINE DELLA MODERNITA’

Gallarate, MA*GA, 30 Maggio 2021  –  6 Gennaio 2022, LINK

Impressionisti. Alle origini della modernità  è la grande mostra in programma al Museo MA*GA a partire da maggio 2021 fino a gennaio 2022 con oltre 180 opere dei maggiori esponenti della pittura francese e italiana del Secondo Ottocento, da Gericault a Courbet, da Manet a Renoir, da Monet a Cézanne a Gauguin, a Boldini e De Nittis, provenienti da collezioni pubbliche e private italiane e francesi.
La rassegna è curata Emma Zanella, Sandrina Bandera, direttrice e presidente del museo e Vincenzo Sanfo.
La mostra narra la rivoluzione stilistica messa in atto dal movimento nato in Francia alla fine del XIX secolo, attraverso un percorso che va alle origini dei linguaggi e delle questioni estetiche che caratterizzano la cultura visiva contemporanea. L’itinerario si articola in una serie di tematiche dedicate ad alcune questioni centrali dell’Impressionismo: la dialettica ‘accademia–realismo’, la rinnovata attenzione alla natura, le prime immagini della vita moderna, fino all’allontanamento dalla lezione impressionista verso un linguaggio simbolista, con l’idea di mettere in luce l’elaborazione dell’idea di Modernità che la cultura europea del XIX secolo lascia in eredità al presente.
La mostra è promossa da Museo MA*GA e Comune di Gallarate con la collaborazione di RJMA Progetti Culturali e Diffusione Italia International Group e realizzata con il sostegno di Fondazione Cariplo, Ricola, Lamberti SpA.

 









 

Edoardo Borrani, Mietitura del grano nelle montagne di San Marcello, 1861, olio su tela, Viareggio, Istituto Matteucci

I MACCHIAIOLI. CAPOLAVORI DELL’ITALIA CHE RISORGE

Padova, Palazzo Zabarella, sino al 30 giugno 2021 LINK

Oltre cento capolavori a testimoniare il mondo fortemente emotivo dei Macchiaioli, un mondo la cui essenza racconta dei valori dell’uomo, dell’uomo eroico e instancabile, della sua forza e del suo coraggio, della sua voglia di ripartire giorno dopo giorno a dispetto di qualsiasi difficoltà. Spiriti indipendenti e rivoluzionari, caldi di fervore patriottico e saldi negli affetti, i Macchiaioli dipingevano ciò che il “vero”offriva ai loro occhi. Non possiamo non menzionare il Caffè Michelangiolo a Firenze, epicentro delle loro idee, delle loro battaglie per l’affermazione di una nuova estetica che mettesse l’uomo, la realtà e la natura al centro. I Macchiaioli sanno cogliere le emozioni e i valori dell’uomo in ogni singolo momento di vita quotidiana, in ogni sorriso o fatica umana, in ogni paesaggio e natura incontaminata. Pieno di sogni ed emozioni vitali, forte di un’anima potente e vera che da sempre contrasta la morte, anche l’uomo di oggi è un uomo “macchiaiolo”, che sa cogliere la vita in modo pieno, totale e profondamente eroico. Le pescivendole di Signorini, il merciaio di La Spezia, l’erbaiola di Fattori, le signore al sole di Cabianca, le bambine che fanno le signore di Lega, la gente al mercato di via del Fuoco, le madri raggianti e piene di vita di Banti, i bambini colti nel sonno, la donna che legge il giornale di Adriano Cecioni: i protagonisti delle splendide opere in esposizione a Palazzo Zabarella dal 24 ottobre al 30 giugno 2021 siete Voi, gli uomini e le donne di oggi, macchiaioli ieri, macchiaioli oggi; instancabili, pieni di emozioni e pulsioni vitali. Cosa significa macchiaiolo? Macchiaiolo è sinonimo di “vita”; quella vita che è la forza stessa dell’amore che pervade ogni cosa e che contrasta la morte, irradiando ovunque la luce dell’Essere.

I Macchiaioli già nell’800 seppero vedere oltre, il loro sentire profondo e umano è esaltazione di ogni singolo attimo di vita quotidiana. Anticiparono Monet, van Gogh, Gauguin…nel loro modo di rappresentare ed esaltare la relazione umana in tutto il suo reale valore, in tutto il suo “eroismo”.

Una mostra sui macchiaioli, tanto amati e popolari, ma con molti segreti ancora da svelare, con storie e personalità da far scoprire, appare più che mai consona ad una stagione culturale di “ripartenzaper l’intero nostro Paese. Una mostra-evento il cui intento sia quello di riaprire un capitolo importante della nostra storia artistica – quella macchiaiola appunto – e lo arricchisca servendosi di punti di vista inediti e di una ricerca scientifica rigorosa, attraverso fonti spesso trascurate. Ossia quella rappresentata dalla nutrita schiera di collezionisti e di mecenati, una fitta rete intessuta intorno a maestri noti come Silvestro Lega, Giovanni Fattori, Giovanni Boldini, Telemaco Signorini, e altri meno noti, ma non meno significativi, come Adriano Cecioni, Odoardo Borrani, Raffaello Sernesi, Vincenzo Cabianca. Questa mostra curata da Giuliano Matteucci e Fernando Mazzocca, ci sarà, è già pronta per essere allestita a Padova a Palazzo Zabarella: “I MACCHIAIOLI. CAPOLAVORI DELL’ITALIA CHE RISORGE” aprirà i battenti il 24 ottobre 2020 e chiuderà il 30 giugno 2021.

 









 

Giuseppe Fraschieri, Paolo e Francesca nel vortice infernale (Savona, Pinacoteca Civica)

TRA DANTE E SHAKESPEARE. IL MITO DI VERONA

Verona, GAM ‘Achille Forti’ dal 7 maggio al 3 ottobre 2021

Realizzata con il patrocinio eil contributo del Comitato Nazionale per la celebrazione dei 700 anni dalla morte di Dante Alighieri, la mostra costituisce un omaggio all’esilio veronese di Dante e al legame tra Verona e il Poeta che, nel corso dei secoli, continuò ad alimentarsi dando origine a una ricca produzione artistica.Il progetto espositivo prevede una selezione di oltre 100 opere tra dipinti, sculture, opere su carta, tessuti e testimonianze materiali dell’epoca scaligera, codici manoscritti, incunaboli e volumi a stampa in originale e in formato digitale provenienti dalle collezioni civiche, dalle biblioteche cittadine, da biblioteche e musei italiani ed esteri. La mostra copre un arco cronologico compreso tra Trecento e Ottocento e si articola in 6 sezioni, che sviluppano due nuclei tematici principali. Ilprimo intende ricostruire il rapporto tra Dante, Verona e il territorio veneto nel primo Trecento. La rievocazione del leggendario, presunto incontro tra Giotto e Dante a Padova consente di ripercorrere la cultura artisticascaligera nel grande snodo della rivoluzione giottesca (sezione 1); il profondo vincolo che unì Dante e Cangrande della Scala si concentra su testimonianze legate alla figura dello Scaligero, allargandosi a cogliere il contesto storico-culturale in cui ilPoeta visse negli anni dell’esilio e della creazione del suo Poema (sezione 2). Una pregevole selezione di testi decorati della Commedia, manoscritti e a stampa, traghetta i visitatori dall’epoca di Dante alla fine del Settecento, attestando la costante equalificata attenzione che in particolare Verona e il Veneto rivolsero al Poeta e alla sua Opera (sezione 3).Il secondo nucleo tematico si concentra sul revival ottocentesco di un medioevo ideale tra Verona e il Veneto, destinato in particolare a mutareil volto e la percezione della città scaligera fino ad oggi. Protagonista di tale revival fu l’esaltante riscoperta del mito di Dante nella stagione del Romanticismo, incarnazione sia dei nascenti ideali risorgimentali sia del tormento creativo dell’intellettuale esiliato. Per illustrare questo snodo, la mostra si sofferma sulla fortuna iconografica del poeta esiliato cantore della Commedia (sezione 4) e su quella dei suoi personaggi, a partire da Beatrice e Gaddo. Una particolare attenzione viene riservata alle immagini femminili e alle tragiche vicende, legate al tema dell’amore e degli amanti sfortunati, di Pia de’ Tolomei e Paolo e Francesca (sezione 5), che testimoniano anche una fitta circolazione di opere e temi iconografici, con particolare attenzione all’ambito veneto e lombardo. Ciò consente di introdurre il mito di Giulietta e Romeo(sezione 6), cantata da Luigi da Porto nel Cinquecento, resa celebre da William Shakespeare e fondamentale per cogliere il costituirsi dell’identità della Verona ottocentesca, che si nutrì in parallelo della presenza storicamente fondata di Dante alla corte di Cangrande e di quella immaginaria dei due sfortunati amanti, creati nella cornice di un Trecento cortese. Alla duplice presenza di un medioevo ideale dantesco e shakespeariano, nutrito dalla memoria reale del medioevo scaligero, si legano ancor oggi la fisionomia urbana e culturale di Verona: in tal modo, la mostra si lega intimamente al percorso di visita nella “mostra diffusa” che è la città stessa, nei monumentie nelle testimonianze urbanistiche e architettoniche legate alla memoria di Dante e di Romeo e Giulietta.

Le sezioni della mostra

Sezione 1 – Dante e Giotto. La mostra offre una raffinata e rappresentativa selezione di manoscritti, pitture e sculture che documentano la grande stagione del primo Trecento veronese, che si confrontò precocemente e in modo originale con il nuovo, rivoluzionario paradigma giottesco. Sono presenti alcuni preziosi codici che nelle loro miniature testimoniano del passaggio, proprio negli anni danteschi, dalla cultura duecentesca alle novità giottesche: la Leggenda dei Santi Giorgio e Margherita (Verona, Biblioteca Civica, Ms. 1835), l’Historia imperialis di Giovanni Mansionario (Verona, Biblioteca Capitolare, Ms. CCIV), gli Statuti del Comune di Verona (Verona, Biblioteca Civica, Ms. 3036), le Costituzioni del Capitolo Canonicale (Verona, Biblioteca Capitolare, Ms. DCCLXV). A testimonianza della prima stagione giottesca, sono presenti due opere del cosiddetto maestro del Coro degli Scrovegni, pittore della più stretta cerchia del maestro fiorentino: la lunetta della tomba di Giuseppe della Scala, dall’abazia di San Zeno, raffigurante la Madonna con Bambino tra i santi Benedetto e Zeno e i frammenti della Crocifissione (Padova, Veneranda Arca di Sant’Antonio), cui si aggiunge lo Sposalizio mistico di Santa Caterina del cosiddetto Maestro del Redentore, il pittore di più stretto seguito giottesco a Verona (Museo di Castelvecchio). In mostra saranno anche due pregevoli opere di scultura, la Madonna con Bambino del cosiddetto Maestro di Sant’Anastasia (Museo di Castelvecchio) e una Madonna con Bambino dello stesso scultore del noto San Zen che ride (Barbarano Vicentino, parrocchiale).

Sezione 2 –Dante e Cangrande. Il racconto dell’accoglienza veronese all’esule Dante è evocato da una presenza quasi ‘fisica’ di Cangrande, raccontata attraverso le stoffe del suo corredo funerario, la spada, il calco del gisantdel suo sepolcro monumentale presso le Arche Scaligere e una selezione di incisioni e pitture che, tra Settecento e primo Novecento, attestano la secolare fortuna iconografica dell’“amicizia” tra lo Scaligero e il Poeta. Tra le opere della sezione, si segnalano l’incisione con Cangrande accoglie Dante Alighieri in esiliodi Carlo Canella (Museo di Castelvecchio) e la tela Dante legge la Divina Commedia alla corte degli Scaligeri di Luigi Melche (Padova, Musei degli Eremitani).

Sezione 3 – La Commedia tra Tre e Settecento: immagine e fortuna in ambito veneto. Una rappresentativa selezione di preziosi codici miniati, in originale e in formato digitale, illustra la fortuna della Commediain ambito veneto tra il XIV e l’inizio del XV secolo: la Commedia Egerton(Londra, British Library, Ms. 934, in digitale), la Commediadella Biblioteca Comunale di Treviso (Ms. 337, in originale e digitale); la Commedia della Biblioteca Nazionale Marciana di Venezia (Ms. It. IX, 276 (=6902), in originale e digitale); la Commedia della Biblioteca Civica di Verona del 1409 (Ms. 2896, in originale); la Commedia del 1431 della Biblioteca del Seminario di Verona (Ms. 334, in originale), riscoperta in occasione della presente mostra e finora sconosciuta alla critica storico-artistica. Segue una selezioni di incunaboli e cinquecentine riccamente illustrate, che introducono alle prime versioni a stampa della Commedia, mentre, per il Settecento, una Commedia trascritta a mano dai veronesi Giuseppe Torelli e Gian Giacomo Dionisi attesta la precoce attenzione filologica dedicata dalla città scaligera al Poeta (Verona, Biblioteca Capitolare, Ms. DCCCXIII, originale).

Sezione 4 –Il mito di Dante e della Commedia dell’Ottocento. La figura di Dante, exul immeritus e padre del risorgimento italiano, è documentata attraverso una selezione di dipinti, incisioni, monete, busti e bozzetti di sculture. Tra le opere di pittura, si segnalano: Ecco colui che andò all’Inferno e ritornò, di Francesco Saverio Altamura (Pescara, collezione privata) e Dante di fronte alla chiesa di Sant’Anastasia di Verona di Giuseppe Pianeta (Firenze, GAM); tra le sculture, il bozzetto della statua di Dante di Ugo Zannoni (Verona, Società Letteraria) e il busto di Dante di Luigi Ferrari (Vicenza, Biblioteca Civica Bertoliana). Una gustosa e rappresentativa selezione di miniature in stile neomedievale del veronese Pietro Nanin, conservate presso i Musei Civici di Verona, introduce alla fortuna veronese di alcuni episodi dell’Inferno. Ancora sul tema dell’Inferno, viene presentata per la prima volta una serie inedita di acquerelli di Viscardo Carton (Milano, collezione privata).

Sezione 5 –Beatrice, Pia de’ Tolomei, Gaddo, Paolo e Francesca: immagine e fortuna dei personaggi danteschi. La straordinaria presenza di tre disegni botticelliani della Commedia (Paradiso, II, IV, XVII; Berlino, Kupferstichkabinet) introduce ed esalta la fortuna e la vitalità dell’immaginario dell’opera del Poeta tra Cinque e Ottocento, che viene documentata in mostra da una pregevole sezione di opere che approfondiscono, in particolare, le figure di Pia de’ Tolomei, Gaddo, Ugolino, Paolo e Francesca. Tra le sculture saranno esposte Beatrice, un inedito gesso di Ugo Zannoni, Gaddo e Il conte Ugolino e i figli, capolavori di Torquato della Torre (Verona, GAM). Tra le pitture, Pia de’ Tolomei condotta in Maremmadi Pompeo Molmenti e Pia de’ Tolomeidi Lorenzo Rizzi (Verona, GAM), Il bacio di Paolo e Francesca di Giuseppe Luigi Poli (Bergamo, Accademia Carrara), Paolo e Francesca sorpresi da Gianciotto (Savona, Pinacoteca Civica) e Paolo e Francesca nel vortice infernale (Savona, Pinacoteca Civica), entrambi di Giuseppe Fraschieri, Paolo e Francesca di Gaetano Previati (Bergamo, Accademia Carrara).Sezione 6 –Shakespeare e il mito di Romeo e Giulietta a Verona e in Italia. Una selezione di opere a stampa, incisioni e dipinti presenta la fortuna della novella di Romeo e Giulietta, ambientata a Verona da Luigi da Porto a partire dal passo dantesco di Purgatorio, VI, 106 (“vieni a veder Montecchi e Cappelletti”), e resa celebre da Shakespeare in tutto il mondo. Le cinquecentine della Historiadi Da Porto e della Historia di Veronadi Girolamo dalla Corte, prime fonti della novella, sono accompagnate dalle incantevoli miniature di Gian Battista Gigola, eseguite all’inizio del XIX secolo per Gian Giacomo Trivulzio e il nipote Giuseppe PoldiPezzoli (Milano, Biblioteca Trivulziana, Rari Triv. G 20, Rari Triv. E 22, in originale e digitale), cui si affiancano una selezione di stampe e di dipinti che sintetizzano la grande fortuna iconografica di Romeo e Giulietta: Giulietta nel prendere il sonniferodi Domenico Scattola (Fondazione Cariverona); due raffinati dipinti di Pietro Roi, Giulietta (Verona, Casa di Giulietta) e Giulietta e Romeo (Vicenza, Musei Civici); i Funerali di Giulietta di Scipione Vannutelli (Roma, GAM); Una visita alla tomba di Giulietta di Tranquillo Cremona (Milano, GAM).

 









 

Noemie Goudal – Telluris III

FESTIVAL FOTOGRAFIA EUROPEA

Reggio Emilia, 21 maggio 2021 – 4 luglio 2021 LINK

Dopo la pausa forzata che ha portato alla cancellazione della passata edizione, Fotografia Europea 2021 riprende da un verso di Gianni Rodari – Sulla Luna e sulla Terra/ fate largo ai sognatori! – per sottolineare l’importanza della fantasia, nella sua accezione creativa, nel generare significati e visioni.

“L’utopia è educativa quanto lo spirito critico”, sottolinea Rodari nella Grammatica della fantasia ricordandoci l’importanza della creatività nel processo educativo.

Cosa resta dell’insegnamento di Rodari oggi? Cosa rimane in un mondo completamente trasformato in cui tutti gli aspetti, anche quelli legati alla creatività, sono passati attraverso processi personali e globali di ripensamento e rivalutazione? Ha ancora senso utilizzare la parola “sogno” in un mondo così trasfigurato? Come siamo arrivati fino a qui? Come possiamo guardare oltre?

L’anno appena trascorso ha profondamente modificato il nostro modo di vivere facendoci scoprire tutti più fragili e, forse, anche più umani; quali sono le nuove vie da percorrere in questo senso? Ce ne sono di vecchie che avevamo dimenticato?

Fotografia Europea 2021 si interroga sul ruolo delle immagini e della cultura visuale in questo particolare momento, ponendo l’attenzione sulla loro natura complessa e sfaccettata che ne rende difficoltosa qualsiasi definizione univoca.

Ma è proprio grazie a queste caratteristiche di indeterminatezza, provvisorietà, ambiguità e complessità che le immagini costituiscono una buona base di partenza per aiutarci a ripensare il mondo in cui viviamo.

Il festival si apre quindi a tutti quei progetti capaci di attivare risposte, generare dubbi e sollevare domande spingendoci a riguardare, rivedere e ripensare il processo creativo proprio in un momento di passaggio come questo verso nuovi e altri modi di essere e di vivere.

Tutto ciò senza dimenticare un aspetto che da sempre accompagna la storia delle immagini: la loro capacità di generare bellezza, di dare conforto agli occhi e allo spirito, di mettere in atto processi di cura e guarigione, di unire e generare un senso di appartenenza comune.

L’edizione 2021 vede una rinnovata direzione artistica. Accanto a Walter Guadagnini, entrano nel team Diane Dufour – fondatrice e direttrice dello spazio espositivo parigino Le Bal, che aveva già collaborato al festival dal 2015 al 2017 – e Tim Clark, curatore e docente inglese, fondatore di 1000 Words, magazine online punto di riferimento per la cultura fotografica contemporanea.

Le mostre (grazie a Artemagazine)

Sono nove le mostre ai Chiostri di San Pietro. I fotografi Vittorio Mortarotti e Anush Hamzehian espongono L’Isola, risultato della committenza conferita lo scorso anno da FOTOGRAFIA EUROPEA, mentre Noémie Goudal presenta Telluris, in cui fa convivere geografie reali e teoriche, creando uno spazio tra la realtà fisica e la sua rappresentazione mentale. David Jiménez con Aura gioca con i limiti della percezione, mentre Raymond Meeks con il progetto Halfstory Halflife, realizzato alle cascate delle Catskill Mountains di New York, indaga l’amicizia e la giovinezza. Donovan Wylie con The Tower Series esamina le architetture, per lo più invisibili, che intrecciano la presenza del conflitto nel tessuto della vita quotidiana, invece Piergiorgio Casotti ed Emanuele Brutti nel progetto INDEX G, curato da Fiorenza Pinna, mettono in scena una specie di opera teatrale del silenzio, fatta di assenza di personaggi e delle loro storie peculiari, in cui le cose viste e raccontate rimangono non dette e sospese nel tempo. Concludono il percorso espositivo del primo pianodue giovani artiste: Lebohang Kganye che presenta Tell Tale e la nuova produzione In Search for Memory in cui affronta storie contrastanti raccontate in più modi, in una combinazione di memoria e fantasia; e Yasmina Benabderrahmane che presenta La Bete, un viaggio attraverso le dune di sabbia e le pianure del Marocco, suo paese natale, tentando, attraverso il linguaggio visivo, di recuperare ciò che ha perso in quattordici anni di assenza.

Nelle sale al piano terra, infine, è esposta Universo Dentro mostra personale dell’artista Sophie Whettnall a cura di Carine Fol, realizzata in partnership con la Centrale for Contemporary Art di Bruxelles. 

Palazzo Magnani ripropone TRUE FICTIONS – Fotografia visionaria dagli anni ’70 ad oggi la splendida mostra curata da Walter Guadagnini e allestita per l’autunno, ma rimasta aperta per sole tre settimane. Si tratta della prima antologica in Italia dedicata al fenomeno della staged photography, la tendenza che, a partire dagli anni Ottanta, ha rivoluzionato il linguaggio fotografico e la collocazione della fotografia nell’ambito delle arti contemporanee mostrando il lato più immaginifico della fotografia.

A Palazzo da Mosto il primo piano ospita la mostra Camere che sognarono camere, da un’idea di Thomas Demand e Martin Boyce, progetto di Sabine Vollmann-Schipper e Laura Gasparini per la Collezione d’arte contemporanea Girefin di Reggio Emilia. 

Al piano terra l’esposizione Home Is Where One Starts From dedicata ai Photobooks, presenta una selezione di libri sia di natura documentaria che artistica che affrontano il tema dell’abitazione nella molteplicità dei suoi significati, la cui essenza sta nel rapporto tra dimensione fisica e intima di chi la vive.

Per la prima volta nella storia del Festival e in anteprima rispetto alla sua inaugurazione, il 15 maggio 2021 otto progetti di fotografi contemporanei saranno protagonisti di allestimenti unici open air in otto aree cittadine

Alex Majoli presenta Opera Aperta, un progetto commissionato e prodotto dalla Fondazione I Teatri e da Reggio Parma Festival, in collaborazione con FOTOGRAFIA EUROPEA; Joan Fontcuberta presenta un importante progetto partecipativo, realizzato per donare a Reggio Emilia un’opera permanente dedicata alle collezioni di Palazzo dei Musei, da sempre fonte di ispirazione per il fotografo catalano; al Parco del Popolo Jeff Mermelstein espone #nyc,; Virus di Antoine d’Agata, progetto dedicato all’epidemia Covid-19, sarà allestito sulle finestre di un palazzo di via Secchi; infine in Piazza Vittoria la mostra Eden di Soham Gupta sarà dedicata a una città immaginaria che progressivamente lascia spazio alla natura. 

Accanto a queste anche la mostra del fotografo vincitore della Open Call lanciata dal Festival grazie al sostegno di Iren: Marco Di Noia con il progetto “Tottori”.

I ragazzi dello Speciale Diciottoventicinque, il percorso formativo organizzato da Fotografia Europea, allestiranno Terra – Luna, un progetto fotografico che coinvolgerà i visitatori in una riflessione sulla fotografia tramite il gioco.

Anche Spazio Gerra quest’anno ha pensato la propria proposta espositiva con un’installazione nel giardino retrostante la propria struttura. In Back to land, cinque artisti nazionali e internazionali sono chiamati a connettere il tema di FOTOGRAFIA EUROPEA con una riflessione critica dedicata alle aree rurali regionali, in un’ottica di valorizzazione e rilancio di stili di vita oggi possibili anche grazie alle nuove tecnologie.

Ai Chiostri di San Domenico va in mostra la Giovane Fotografia Italiana, progetto del Comune di Reggio Emilia alla sua ottava edizione, che valorizza i talenti della fotografia italiana contemporanea under 35

La Biblioteca Panizzi con Tesori in mostra espone alcuni tra i suoi oggetti più preziosi, oggetti straordinari raccolti in oltre due secoli, che sono diventati patrimonio e orgoglio della città, mentre i Musei Civici con Incontri! Arte e persone espongono gli scatti nati dal lungo laboratorio che ha coinvolto il fotografo Luca Manfredi e persone con fragilità: un’idea nata dal progetto B. Diritto alla bellezza di Reggio Città senza Barriere, dedicato all’incontro tra creatività e fragilità.

Il CIRCUITO OFF – la sezione indipendente che ogni anno vede il fiorire spontaneo di centinaia di mostre cittadine – presenta progetti di fotografi professionisti accanto a giovani alle prime esperienze, appassionati e associazioni. Parte di questo circuito è anche il progetto OFF@school che coinvolge le scuole di tutta la provincia di Reggio Emilia. 

PHOTONICA, un progetto musicale realizzato in collaborazione con The Italian New Wave, è la novità assoluta di questa edizione. 

Alle mostre si accompagna un calendario di di appuntamenti che proseguirà fino al 4 luglio. 

Nel rispetto delle norme di sicurezza, a tutela di ogni partecipante, in tutti gli ambienti sarà garantito il distanziamento e l’obbligatorietà dell’uso della mascherina; qualora non dovesse essere possibile aprire gli spazi espositivi, le mostre saranno visibili in modalità online, e ogni incontro e conferenza verrà diffuso anche in diretta streaming.

 









 

LE PORCELLANE DEI DUCHI DI PARMA. CAPOLAVORI DELLE GRANDI MANIFATTURE DEL ‘700 EUROPEO

Colorno, Reggia, sino al 6 giugno 2021 LINK

Dal Quirinale e da altre sedi tornano in Reggia, le porcellane di Meissen, Sèvres, Vincennes, Chantilly e Doccia, tesori dei Duchi di Parma.

Dal Palazzo del Quirinale, per la mostra, eccezionalmente tornano alla Reggia di Colorno le preziosissime porcellane che Luisa Elisabetta di Francia e il consorte Filippo di Borbone qui utilizzavano per i ricevimenti ducali ora a disposizione per i ricevimenti di Stato della Presidenza della Repubblica. Altre, ed altrettanto preziose porcellane delle manifatture di Meissen, Sèvres, Vincennes, Chantilly, Doccia e Capodimonte, sempre appartenenti a quello che era il patrimonio ducale, torneranno “a casa” dalle Gallerie degli Uffizi, dal Museo della Villa Medicea di Poggio di Caiano, dai Musei Reali di Torino, accompagnate da documenti concessi dall’ Archivio di Stato.

Riunite per la prima volta dopo la dispersione dei tesori d’arte delle regge parmensi che prese il via nel 1859, quando il Ducato di Pama e Piacenza venne cancellato per essere, l’anno successivo, inglobato nel nuovo Regno d’Italia. Per effetto di questo, il patrimonio di quella che per secoli era stata una delle più raffinate ed internazionali corti europee, passò a Casa Savoia. Gli arredi, transitando da Torino e Firenze, giunsero in buona parte al Quirinale, ad arredare la reggia dei Savoia, poi la “casa” dei Presidenti della Repubblica

E’un lavoro condotto negli Archivi, quello che ha consentito a Giovanni Godi e al gruppo di esperti che sovrintende alla mostra, di individuare le sedi dove i tesori parmensi sono stati “collocati”, riportandoli a casa sia pure per il solo tempo della mostra.

Queste opere raffinate e di qualità altissima evidenziano come il gusto alla corte dei duchi di Parma si fosse plasmato in pieno accordo con i modelli francesi sviluppati nel Settecento, quando ricchezza decorativa e desiderio di ostentazione accompagnavano l’allestimento delle tavole del vecchio continente.

La passione dei Duchi per le porcellane fu davvero assoluta. Luisa Elisabetta –“Babette”, come la chiamava il padre, Luigi XV, sovrano di Francia – era letteralmente ammaliata dal fascino esotico di questo materiale compatto, lucente e leggero, capace di dare vita a oggetti dalle linee raffinate che contribuivano a identificare lo status sociale di chi li possedeva. Nei suoi frequenti viaggi a Versailles non trascurava di fare acquisti a spese del padre sia per dotare la sua modesta residenza di adeguato vasellame alla moda sia per far dono al marito (“cher Pippo”) che mostrava di condividere con lei il piacere delle preziose porcellane.

Così il piccolo Ducato acquisì il meglio della produzione di tutte le più prestigiose manifatture europee che la Duchessa personalmente cercava e commissionava, come confermano le numerose lettere in mostra.

Nelle loro residenze erano presenti oggetti in porcellana: raffinati servizi da tavola, da caffè, statuine, tazze da gelato e oggetti curiosi firmati Meissen, Sèvres, Vincennes, Chantilly, Doccia e Capodimonte.

L’esposizione sarà allestita nel piano nobile della Reggia, seguendo una suddivisione per temi. Da segnalare che nei medesimi ambiente, sino a pochi anni spogli , sono tornati parte degli arredi originali, recuperati alla diaspora post unitaria.

Accanto alle porcellane saranno in mostra i ritratti, lettere e documenti relativi agli acquisti della Duchessa e del Primo Ministro François Guillaume Leon Du Tillot , disegni di mobili e arredi progettati da Ennemond Alexandre Petitot, piante del palazzo ducale di Colorno, libri ed incisioni di feste e nozze dei duchi di Parma, ma anche i ricettari in uso alle cucine del settecento.

La rassegna nasce dalla collaborazione tra Provincia di Parma, Gallerie degli Uffizi di Firenze e Antea ed è promossa da Provincia di Parma, Comune di Parma, Comune di Colorno e Complesso Monumentale della Pilotta, Archivio di Stato e Soprintendenza Archeologica belle arti e Paesaggi per Parma e Piacenza. Gli oggetti esposti provengono da Palazzo del Quirinale, Complesso Monumentale della Pilotta di Parma, Gallerie degli Uffizi, Museo della Villa Medicea di Poggio a Caiano, Musei Reali di Torino, Fondazione Cariparma, Archivio di Stato di Parma e collezionisti privati.

 









 

Anonimo Lombardo, secolo XV, ingresso a Gerusalemme

STORIE DELLA PASSIONE. GLI AFFRESCHI DEL MONASTERO DI SANTA CHIARA A MILANO

Milano, Museo Diocesano Chiostro Sant’Eustorgio, sino al 7 luglio 2021 LINK

Il Museo Diocesano presenta gli affreschi quattrocenteschi provenienti dal monastero di Santa Chiara a Milano, della collezione Intesa Sanpaolo, raccolta UBI Banca. L’iniziativa, prezioso spunto di riflessione sui temi della Santa Pasqua, presenta gli undici affreschi superstiti del ciclo dedicato alle Storie della Passione, sinora mai esposto al pubblico, con una proposta di ricostruzione dell’intero ciclo nonché con un’ipotesi sull’originaria collocazione all’interno della chiesa claustrale. Si tratta di una prima ipotesi di lavoro, sulla quale gli studi sono ancora in corso, in collaborazione con la Sprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Milano.

In Lombardia nella seconda metà del XV secolo le chiese dei Minori Osservanti, inizialmente spoglie in adesione al principio della povertà, si arricchiscono di cicli dedicati alle scene della Passione, generalmente posti nella parte alta del tramezzo, ovvero la struttura verticale che suddivideva lo spazio interno del luogo di culto fra lato dedicato ai fedeli e quello destinato ai religiosi. Gli studi hanno evidenziato che, a differenza delle altre chiese francescane Osservanti, gli affreschi, strappati nel 1881, non si trovavano originariamente sul lato esterno del tramezzo verso il popolo, quanto su quello interno, pertanto visibile solamente alle monache. Come documentato anche per altri cicli coevi, anche in questo caso lavorarono in contemporanea molti maestri con le rispettive botteghe.

In mostra anche altri due affreschi raffiguranti Santa Chiara con le Vergini e la Madonna col Bambino e angeli, sempre dallo stesso complesso monastico.
Dallo stesso luogo provengono i tre rilievi in pietra con San Francesco, Cristo in Pietà e Santa Chiara, facenti parte della collezione permanente del Museo Diocesano e visibili nella sala ipogea (deposito della collezione Intesa Sanpaolo, raccolta UBI Banca), che costituivano le chiavi di volta della chiesa.

 









 

Amedeo Modigliani, Femme au col blanc, 1917, olio su tela

AMEDEO MODIGLIANI – OPERE DAL MUSEE DE GRENOBLE

Mamiano di Traversetolo (PR) – Fondazione Magnani Rocca, sino al 18 luglio 2021 LINK

La riapertura del museo e la possibilità di visitare la mostra focus dedicata a Modigliani, programmate per il 30 aprile, seguono le disposizioni del governo. Dopo l’apertura, sarà possibile visitare la mostra fino al 18 luglio 2021.
Opere dal Musée de Grenoble

Sono da poco trascorsi cent’anni dalla scomparsa di Amedeo Modigliani che, appena trentacinquenne, si spegneva a Parigi con la mente in preda al delirio, dopo una vita breve ma bruciante e artisticamente compiuta.

Dal 30 aprile al 18 luglio, l’esposizione, grazie alla collaborazione col Musée de Grenoble, di sei opere di Modigliani, consente di analizzare il rapporto fra disegno e pittura e di cogliere i principali riferimenti culturali nel suo lavoro di ritrattista.

Fino al 18 luglio 2021 presso la Fondazione Magnani-Rocca di Mamiano di Traversetolo, presso Parma, vengono infatti esposti il dipinto Femme au col blanc, olio su tela del 1917, raffigurante Lunia Czechowska, la modella preferita, moglie dell’amico d’infanzia di Léopold Zborowski, mercante d’arte e mecenate di Modigliani, e cinque ritratti a matita di personaggi della capitale francese degli anni Dieci, dove egli fu al centro della scena artistica, al tempo all’avanguardia internazionale.

Nella poetica pittorica di Modigliani (Livorno 1884 – Parigi 1920) il ritratto rappresenta l’unico veicolo d’espressione possibile del furore creativo dell’artista e il vitale strumento di esternazione dell’ansia, profondamente umana, d’intrecciare uno scambio relazionale con altri esseri. Partendo da una profonda fascinazione per l’essenzialità stilistica della tradizione trecentesca e quattrocentesca senese, per le qualità plastiche della scultura e per la stilizzazione del tratto grafico, Modigliani elabora una concezione assolutamente originale del ritratto, tenendo conto anche dell’insegnamento di Paul Cézanne e delle maschere africane. Per sottolineare queste influenze, importanti esempi della pittura senese e cézanniana vengono accostati in mostra ai lavori di Modigliani, come anche maschere tribali della Costa d’Avorio.

I capolavori dell’arte francese del periodo in cui egli visse e operò, appartenenti alle raccolte della Fondazione Magnani-Rocca (oltre a Cézanne, anche Renoir, Monet, Matisse e Braque; ma anche l’italiano Severini, che in quegli anni viveva a Parigi), offrono al pubblico una visione ampia della scena artistica del tempo.

Inquieto, sempre in bilico tra genio e sregolatezza, un dandy moderno e un raffinato artefice del proprio tragico destino, perfetto stereotipo dell’artista maledetto, Modigliani, oltre che grande pittore, fu eccellente disegnatore, riuscendo, con un tratto volumetrico e allo stesso tempo bidimensionale, a catturare la sensibilità e la psicologia degli effigiati; coloro che gli fecero da modello ebbero a dire che farsi ritrarre da lui era come “farsi spogliare l’anima”. Il tratto più caratteristico e affascinante dell’opera di Modigliani risiede proprio nel suo talento introspettivo, che gli permetteva di portare a espressione le qualità più intime della persona, trasformando ogni singolo ritratto in una sorta di specchio interiore.

Di gran lunga più celebri di quelli maschili, i ritratti femminili sono i maggiori esempi della sensibilità artistica di Modigliani; i tratti delicati, i colli affusolati ed eleganti, sono divenuti identificativi dell’arte stessa del pittore e la Femme au col blanc ne è uno splendido esempio. Pur utilizzando un linguaggio prettamente moderno, egli non dimentica mai la tradizione italiana; l’ideale femminile con il collo lungo era stato infatti vagheggiato e dipinto da altri grandi artisti del passato, uno fra tutti, il Parmigianino, con la sua Madonna dal collo lungo dipinta proprio a Parma fra il 1534 e il 1540.

 









 

Eugenia Magnani Rocca nella loggia della villa

GLI ARMADI SEGRETI DELLA VILLA DEI CAPOLAVORI

Mamiano di Traversetolo, Fondazione Magnani Rocca, sino al 18 luglio 2021 LINK

La Villa dei Capolavori sede della Fondazione Magnani-Rocca a Mamiano di Traversetolo presso Parma, apre al pubblico gli armadi che custodiscono testimonianze importanti e oggetti preziosi appartenuti al suo fondatore Luigi Magnani (Reggio Emilia, 1906 – Mamiano, 1984) e alla sua famiglia, rendendo omaggio all’affascinante storia privata di un uomo dal colto e raffinato gusto artistico che dedicò la sua eclettica collezione alla memoria del padre Giuseppe, grande proprietario terriero e imprenditore caseario, e della madre, la nobildonna Eugenia Rocca di Chiavari, nipote di papa Benedetto XV.

La storia della Villa e del suo proprietario si intrecciano con quella degli amati genitori, delle sorelle Ada e Lisetta, morte entrambe ventenni di tubercolosi, e di illustri personaggi del mondo della cultura, dell’aristocrazia colta e dell’arte; tra questi anche gli amici pittori Giorgio Morandi, Filippo de Pisis, Renato Guttuso, amati quanto i Monet, Cézanne e Renoir, dei quali sono esposte opere capitali. Proprio al piano superiore le stanze private di Luigi e della madre Eugenia oggi ospitano capolavori d’arte, affiancate dai luminosi corridoi con i guardaroba a muro di fine Ottocento, celati dalla boiserie ad ante laccate di bianco, che venivano utilizzati per ordinare gli abiti di famiglia, i raffinati accessori, i corredi e tanti preziosi ricordi.

Eccezionalmente questi armadi, custodi di storie intime e private, vengono aperti ai visitatori di sabato e domenica, dal 1° maggio fino al 18 luglio, compresa la festività del 2 giugno. Sarà così possibile rievocare gli splendori dell’alta società grazie al ricco abito in pizzo nero degli anni Trenta che la signora Eugenia indossava quando era ricevuta a corte dalla regina Elena di Savoia, di cui era dama di compagnia. Ancora attuale risulta il prezioso abito da ballo in tessuto arricciato con fili in oro degli anni Venti, indossato da Ada, una delle sorelle di Luigi, fra le prime donne in Italia ad adottare il taglio di capelli a la garçonne. Di Luigi Magnani è esposto anche il frac per le serate di gala e il cappello a cilindro, realizzato a Parigi negli anni Quaranta, che riporta all’interno le sue cifre.

A svelare i gusti di un tempo ci sono anche gli accessori (collane, cinture, borsette, guanti) provenienti dalle più rinomate case di moda dell’epoca, tra cui spicca per la pregevole manifattura l’ombrellino Belle Epoque in pizzo nero e manico in ebano intagliato, oltre alla collezione di vezzosi cappellini che ripercorrono un lungo periodo di storia del costume con modelli dagli anni Venti agli anni Sessanta, che Donna Eugenia commissionava in via Condotti a Roma.

Completano la raccolta per la preziosità della fattura e dei tessuti i magnifici corredi ricamati e cifrati fra Ottocento e Novecento, utilizzati dagli ospiti della Villa, come Margaret, sorella della regina Elisabella d’Inghilterra, Giorgio Morandi, Eugenio Montale, Renato Guttuso; di Montale è esposto anche uno dei rarissimi dipinti del grande poeta Premio Nobel, con la passione per l’arte e la musica, amico fra i più cari di Luigi Magnani.

Non mancano i documenti di famiglia: oltre a fotografie d’epoca e al menù del transatlantico Giulio Cesare datato 1957 per un pranzo di commiato in onore dei signori Magnani, sono stati ritrovati e ora esposti al pubblico i cimeli legati alla pratica religiosa della signora Eugenia che, per affrontare il dolore della perdita delle figlie morte giovanissime, aveva preso i voti come terziaria di Santa Teresa con il nome di Suor Teresa dell’Addolorata.

Quelle che oggi sono diventate sale espositive ci fanno immaginare l’atmosfera vissuta dal proprietario, insieme alle supreme opere d’arte acquistate a partire dall’inizio degli anni Quaranta, testimonianze di diverse epoche, stili e correnti, che venivano svelate durante ricevimenti esclusivi. In pochi infatti varcavano la soglia della Villa coi suoi saloni e i suoi eventi; dalla biblioteca, ai concerti, alle cene che riunivano intellettuali, artisti e aristocratici. Rimangono a testimonianza di una speciale quotidianità le due logge all’ingresso della Villa con vista sul vasto parco ottocentesco, in cui era servita la colazione agli ospiti con la marmellata che la governante Elge ricavava dai frutti dei cedri secolari che ancora ornano lo scalone d’ingresso coi tronchi nodosi avvinghiati ai grandi vasi di antica manifattura.

Si tratta di un omaggio particolare a Luigi Magnani: le opere di Tiziano, Filippo Lippi, Dürer, Goya, Canova, Rubens, Van Dyck, da lui raccolte, dialogano con gli arredi in stile impero e ora anche gli oggetti di una vita intera, seguendo quelle correspondances che egli tanto apprezzava.

Una ulteriore grande sorpresa attende il pubblico che visiterà la Fondazione Magnani-Rocca.

Recentemente, infatti, sono state ritrovate nei solai della Villa vecchie pellicole abbandonate da tanto tempo. Attraverso un procedimento di rigenerazione è stato possibile far rinascere dal passato immagini incredibili. Con grande stupore sono riemersi filmati con Luigi Magnani (gli unici conosciuti), poi i genitori Giuseppe ed Eugenia, i ricevimenti e gli ospiti della Villa, il parco come era un tempo. Un vero batticuore quando sono comparsi filmati di Giorgio Morandi in compagnia di Magnani a Mamiano e a Grizzana; si tratta degli unici filmati conosciuti in cui il maestro bolognese, notoriamente restio, accetta di farsi riprendere.

Un video documentario, visibile nella saletta video della Villa, scritto e diretto da Stefano Sbarbaro raccoglie questi filmati insieme alla testimonianza di Gian Paolo Minardi, celebre musicologo, sulla passione musicale di Magnani, e di Stefano Roffi, da anni studioso di Magnani stesso.

Il pubblico avrà così la possibilità di incontrare virtualmente il signore della Villa e rivivere tempi irripetibili.

 









 

Immagine © Alfred Seiland

ALFRED SEILAND. IMPERIVM ROMANVM. FOTOGRAFIE 2005-2020

Brescia, Museo di Santa Giulia, dall’8 maggio 2021 al 17 ottobre 2021 LINK

La mostra presenta, per la prima volta in Italia, 150 immagini tratte dal monumentale progetto del fotografo austriaco, IMPERIVM ROMANVMNella selezione rientra anche un nucleo di inediti, scattati a Brescia tra agosto 2019 e marzo 2020, che colgono il patrimonio antico della città e ne documentano il valore monumentale e sociale, accompagnate da alcuni video backstage del progetto.

Affascinato dalle scenografie cinematografiche dell’antica Roma, allestite a Cinecittà, Alfred Seiland ha intrapreso un lungo viaggio nei territori in cui si estendeva il dominio di Roma, dalla Siria alla Scozia e oltre, per fotografare numerosissimi siti archeologici romani e cogliere le diverse sfumature di interazione tra uomo e rovine.

Il dossier costruito negli anni, caratterizzato da un gusto pop iperrealista, permette di seguire virtualmente Alfred Seiland nei 40 paesi in cui ha immortalato non solo i più celebri lasciti della cultura romana (il Colosseo a Roma, le terme di Bath, il Pont du Gard in Provenza) ma anche rovine in siti meno noti, eccentrici e bizzarri edifici moderni che alludono all’antico (un set di Cinecittà o il Cesar Palace di Las Vegas) o, ancora, resti archeologici che permangono, in totale indifferenza, nel contemporaneo tessuto urbanizzato.

I monumenti dell’Impero romano, diffusi in Europa e lungo il bacino del Mediterraneo, costituiscono per gli abitanti un’abitudine visiva, per i turisti un feticcio, per le infrastrutture un ostacolo. Seiland traduce in fotografia il rapporto tra l’uomo contemporaneo e i resti e le rovine archeologiche romane, documentando monumenti, siti restaurati e paesaggi in cui convivono elementi moderni.

Con questo progetto, costantemente in progress, Seiland è riuscito a riportare a galla, nel mondo globalizzato, la traccia del senso di comunità e un nuovo significato di quell’integrazione che l’impero romano aveva avviato e realizzato per tutto l’arco della sua durata e che le locali vicende storico-culturali hanno modificato, distrutto o adeguato. Tra le fotografie riaffiorano tracce, forme, materiali e luoghi con i quali le società contemporanee che risiedono nei territori un tempo occupati dall’Impero continuano a rapportarsi, con modalità spesso inattese e sorprendenti.

 









 

redazione@oglioponews.it (pezzo a cura di Nazzareno Condina)

 

 

 

© Riproduzione riservata
Commenti