Cultura
Commenta

Riflessioni intorno a due opere
di Edmondo Dobrzanski

Affermano gli storici che dietro un falso complotto, se ne nasconde sempre uno vero. La pandemia e le reazioni suscitate dalle misure per contenerla hanno agitato il falso complotto, ora vediamo in atto quello vero, orchestrato da un Occidente che si fa ipocrita messaggero di libertà e democrazia

Edmondo Dobrzanski – Neutrone. Notiziario (1983)
Edmondo Dobrzanski – Per l’Europa unita (1987)

Nell’ala interamente rinnovata del Museo Diotti c’è una sezione dedicata al tema della violenza e della guerra in cui, fra dipinti e disegni di maestri storici e le drammatiche storie in valigia di uno dei pittori di Sarajevo, Edo Numankadić, vi è un’opera di Edmondo Dobrzanski (Zugo, Svizzera, 1914 – 1997) che ha un titolo emblematico: Neutrone. Notiziario (1983). Si tratta di uno dei dipinti esposti nel 2008 nella vasta antologica curata da Piero Del Giudice nelle Sale Viscontee del Castello Sforzesco di Milano. Il lavoro di Dobrzanski, secondo il critico, evidenzia una propensione «a considerare l’opera come enunciato etico, come strumento di denuncia di una degenerazione in atto». E tutto questo appare palese alla prima occhiata, nonostante il turbinare un po’ caotico di linee e colori, in cui pure si riconoscono un cranio spuntare fra congegni macchinici. Scrive Dobrzanski alla fine della sua Autobiografia: «Russia e America sono intervenute per salvaguardarci dal Nazismo e dal Fascismo. Oggi altre ideologie si fronteggiano e focolai di conflitti armati si trovano ovunque nel mondo intero e ci investono giornalmente. / Dirò che il cielo è nero». Il pittore c’investe quindi col suo pessimismo storico ed esistenziale, consapevole che la guerra non è mai cessata e che il cielo dell’Occidente è in realtà un cielo di tenebra, «lo sfondo – per citare ancora Del Giudice – di una condizione senza speranza dell’uomo, la scena di un futuro di cui sono protagonisti e gestori i Fisici, i Faust che hanno venduto sapere ed anima al potere. Futuro le cui protoepifanie hanno preso forma nelle centinaia di migliaia di morti del genocidio atomico». Attenzione alle date: il dipinto è del 1983, siamo in piena età del cosiddetto edonismo reaganiano e l’Italia sta per sposare allegramente l’opzione energetica nucleare stabilita nel Piano Energetico Nazionale (1975), sottacendo la sua fondamentale diseconomicità, gli innumerevoli rischi, il problema mai risolto delle scorie, la limitata durata e l’inestinguibilità della nocività dei loro siti (una volta dismesse), la stretta contiguità col nucleare ad uso militare (Francia docet!). Qualcuno si mise allora di traverso: “i soliti ecologisti rompicoglioni” – come dice ancora oggi il ministro della Transizione ecologica – i romantici passatisti del “si stava meglio quando si stava peggio”, i paladini del “non nel mio giardino”. Ma anche il premio Nobel Carlo Rubbia si schierò allora dalla loro parte: accanto a una vecchia scienza asservita alla tecnologia paramilitare, c’era pur sempre una nuova scienza che non aveva smarrito il senno e il senso etico. Poi, qualche anno dopo, arrivò il disastro di Chernobil, non il primo né l’ultimo di una catena di incidenti più o meno gravi (ne sono occorsi continuamente anche nelle centrali avviate in Italia), nascosti in genere ai mezzi di informazione, se non nei casi più eclatanti.

Davanti a Neutrone. Notiziario avvertiamo con disagio l’ammonimento di un’Apocalisse già avvenuta, ormai parte della cronaca quotidiana, quasi che l’artista fosse presago di quello che sarebbe accaduto. Non vi è dubbio che tutti i veri artisti siano veggenti, ma non anticipano nulla: sanno cogliere i segnali del loro presente, scrutandoli in profondità, scandagliando le tenebre con la loro luce interiore. Così fa Dobrzanski con un’altra opera esposta nel Museo Diotti che forse nessuno ha notato perché piccola e conservata in una teca. Si tratta di due fotografie ritoccate che recano questo titolo: Per l’Europa unita, 1987. Attenzione ancora una volta alle date: il 1987 è l’anno in cui entra in vigore l’Atto unico europeo, firmato il 17 febbraio 1986, uno dei primi grandi mattoni dell’unificazione europea. Dunque la piccola opera di Dobrzanski vuole essere un omaggio all’Europa unita? Guardiamo l’immagine: alla prima occhiata notiamo qualcosa di confuso e aggrovigliato, simile a un cervello o a un intestino insanguinati. Il pittore si è limitato a sporcare di colore rosso, un rosso tendente al vinaccia, una catena aggrovigliata, ma una catena – si osservi bene – che è di plastica. Che il pittore avesse già previsto il fallimento totale della politica unitaria europea, resosi poi palese proprio nei momenti dei grandi conflitti (la guerra dei Balcani, ora quella fra Russia e Ucraina)? No, aveva semplicemente – si fa per dire – saputo cogliere i segnali che erano già presenti nel lungo dibattito che aveva preceduto e accompagnato quell’atto. Pessimismo storico e cosmico? Può essere. Ma come si fa oggi ad essere ottimisti di fronte a conflitti sempre invariabilmente eterodiretti, il cui vero obiettivo è proprio fare incrinare l’unità europea, la sua possibilità di contare autonomamente e di mediare, facendosi autentica portatrice di pace? Unità di plastica appunto, unità economica e non politica che tiene e vincola i più deboli, quando si tratta di imporre limitazioni alle produzioni dei singoli stati a tutto vantaggio delle speculazioni finanziarie e degli interessi delle multinazionali, unità che impone, con mille forme di ricatto, la privatizzazione dei beni pubblici, ma fondamentale disunità quale garanzia degli stati più forti, disunità nelle grandi decisioni quale garanzia del perpetuarsi criminale della loro politica neocoloniale nel resto del mondo. Catene rosse, dunque, sporcate di sangue ubriaco. Le parole democrazia, libertà e pace restano vessilli che nascondono un immondo commercio di violenza che l’Europa attuale non ha più nemmeno il pudore di nascondere, gettando benzina, attraverso le sue armi, sull’incendio divampato fra Russia e Ucraina. Ricordo che uno degli slogan più sbagliati agitato tempo fa da certo pacifismo è quello che dichiara “guerra alla guerra”, mentre l’unico modo autentico per essere pacifisti è PERDERE INTERESSE. Possiamo ignorare che l’Italia è uno dei maggiori esportatori di armi tanto alla Russia quanto all’Ucraina, e che in generale le armi che abbiamo continuato a produrre, anche durante il lockdown, foraggiano tanto il terrorismo quanto coloro che vi si schierano contro o vi resistono? E che ormai le guerre non le decidono gli stati, ma i produttori di armi? Inascoltate le decennali denunce di padre Zanotelli, inascoltati i più recenti appelli di Papa Francesco, anche fra i cattolici. Così la politica italiana, calpestando ancora una volta la Costituzione, senza neppure confondere le carte con le “forze di pace”, perpetua gli interessi degli armaioli del Cinquecento che foraggiarono d’armi la discesa dei Lanzichenecchi. Dell’inevitabile sacco che ne seguirà, per noi, per tutti i popoli d’Europa, per i più deboli e a tutto vantaggio dei potenti, è da molto tempo predisposto un piano, quel piano che non si è mai potuto attuare pienamente a causa dei rompicoglioni degli ambientalisti: ciò porterà a compimento la cementificazione, il dissesto del suolo e delle coste, la distruzione del sottosuolo e l’inquinamento delle falde acquifere a causa della nuova escavazione di pozzi e dello stoccaggio di gas, la privatizzazione di tutti i beni, compresi quelli culturali che saremo costretti a svendere con l’illusione di poterci riscattare dal debito stratosferico che graverà sulle nostre teste. Chi si potrà opporre a tutto questo, se il popolo inferocito e accecato dalla povertà griderà a gran voce “dateci le centrali atomiche”? Affermano gli storici che dietro un falso complotto, se ne nasconde sempre uno vero. La pandemia e le reazioni suscitate dalle misure per contenerla hanno agitato il falso complotto, ora vediamo in atto quello vero, orchestrato da un Occidente che si fa ipocrita messaggero di libertà e democrazia.

Valter Rosa

© Riproduzione riservata
Commenti