Opinioni

Martignana Po, la Colombaia, i
fiori di campo e la riserva indiana

Oggi ci si prova, pensiamola con un minimo di positività. Ecco perché il bosco della Colombaia è comunque un buon tentativo. A patto però che non lo si chiuda nella logica della riserva indiana, del piccolo spazio per ricordare quello che eravamo

Quello del bosco della Colombaia, area piantumata dal Rotary nella prima parte della golena di Martignana di Po, resta un buon progetto. Senza dubbio. Ogni piantumazione ha un suo senso, soprattutto se fatta in un’area, come quella golenale, che negli ultimi 30 anni ha visto un progressivo depauperamento per l’azione umana. Ma un progetto, una sorta di isola felice (o riserva indiana) della biodiversità, può farci dire che la strada intrapresa è quella giusta? Può bastare? Un buon progetto deve essere stimolo per il cambiamento. Se no resta una buona cosa in mezzo al poco (o nulla).

A poco più di 150 metri in linea d’aria dal bosco esiste quello che un tempo era il budrio. Più che un budrio vero e proprio era una vecchia cava che, nel corso degli anni, la natura aveva rimodellato. Una sorta di area umida permanente che le fronde contribuivano a mantenere attiva. Ci nidificava il picchio e, nel tardo pomeriggio primaverile e estivo, era facile sentirlo lavorare. Ma era riparo anche di altri uccelli, abbeveratoio per la fauna selvatica. Ci cantavano le rane. Un’area verde che aveva resistito negli anni. Quell’area ora non esiste quasi più. Le piante sono state tagliate, le socche rimosse. Nulla di illecito. Chi gestisce l’area ha chiesto un permesso in Regione e con quel permesso è stato possibile fare quello che poi si è fatto.

Sempre nella golena, in un’area mai rivelata ma non distante, sempre di pertinenza di Martignana, esiste uno di quei terreni coinvolti nell’inchiesta della procura di Brescia sullo smaltimento dei fanghi tossici. Dal bosco della Colombaia al fiume le piante autoctone (e in generale le piante che non siano quelle destinate ad essere tagliate della pioppicoltura) si contano su una mano. Nessun tipo di tutela, nessun tipo di compromesso atto a preservare almeno un poco di quella biodiversità necessaria.

Sempre poco più in là della Colombaia esiste una vecchia cascina, conosciuta come Cascina San Giorgio per un affresco in cui il santo affronta – come nell’iconografia classica – il drago, che ne caratterizza la facciata che dà verso la sterrata. Anche in questo caso, quella cascina si sta deteriorando un po’ per volta ed è, soprattutto ultimamente, meta di vandali e di ragazzini in cerca di avventura. Anche in questo caso è proprietà privata, e chi la possiede avrà valutato che il recupero o è troppo oneroso o non ne vale la pena. Tutto – dal punto di vista economico – più che comprensibile: non ci si può far nulla, se non vederla deteriorarsi un po’ per volta. Non ci si può far nulla anche se ci si può immaginare come avrebbe potuto essere bello includerla in qualche progetto legato alla natura. Un centro di ricerca, un’oasi per studiare la biodiversità, anche un luogo ove sostare prima di riprendere il cammino. Resta un piccolo baluardo avvolto dal silenzio.

I più anziani ci narrano di quando i campi erano circondati da filari di piante, quando la campagna, anche quella di golena che vive sempre del suo instabile equilibrio, alternava aree verdi, aree piantumate ed aree coltivate. Quando le sterrate erano aree in cui gli alberi li incontravi spesso. E incontravi le cascine, e la loro vita dentro. Le piante, i fossi, erano importanti. Era importante l’ambiente. Probabilmente molto più di adesso. Oggi è difficile trovare uno spiazzo, una riva di un fosso, ricco di diverse varietà di fiori di campo. 20 anni fa il cardo selvatico – per citare uno dei fiori tra i più belli spontanei presenti in golena – lo trovavi un po’ dappertutto. L’anno scorso, tra l’argine maestro e l’argine comprensoriale (l’area che comprende anche la Colombaia) se ne contavano pochissimi.

Oggi ci si prova, pensiamola con un minimo di positività. Ecco perché il bosco della Colombaia è comunque un buon tentativo. A patto però che non lo si chiuda nella logica della riserva indiana, del piccolo spazio per ricordare quello che eravamo. E a patto che non si pensi agli spazi in funzione di qualcosa d’altro rispetto alla tutela ambientale. Di ragionamenti legati al valore economico di progetti e luoghi ne abbiamo sentiti tanti, ed anche da chi non ci aspettavamo. Itticoltura, pannelli solari galleggianti e quant’altro. E mettono ogni volta ancor più tristezza. Serve una politica comune, un impegno da parte di tutti. Servono norme a tutela, incentivi al cambiamento e serve – soprattutto serve – pensare a tutelare questo mondo e questi spazi che sono gli unici che abbiamo.

E – si badi bene – non è nostalgia o un ritorno al passato. E’ l’unica strada per il futuro.

N.C.

 

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