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Una riflessione per il
Giorno della Liberazione

Un fanciullo sventola una bandiera trasparente che lascia in bella vista un paesaggio vario e senza confini. Più delle bandiere rosse dei partigiani e dei lavoratori, più della bandiera dell’Ucraina, più ancora della bandiera della pace, è questo il vessillo invisibile che nella giornata della Liberazione vorrei sventolare.

A Casalmaggiore, nel cortile di Palazzo Martinelli una vecchia scritta indica la presenza di un rifugio antiaereo: si tratta di un ricordo tangibile della Seconda Guerra, ma pure di un riparo che rischia di tornare terribilmente attuale. Come si è potuto arrivare a tanto se, dopo la Liberazione, tutti avevano giurato mai più guerre? Mettiamo in conto la follia di un dittatore spietato, non disgiunta dalla sconfinata ossessione di dominio di una superpotenza che, accerchiando e ponendo sotto assedio ogni angolo di mondo, ha fatto precipitare paesi che si stavano avviando lentamente verso la democrazia verso forme estreme di limitazioni delle libertà e di chiusura verso l’Occidente, creando più dittatori di quanti ne abbia abbattuti. Mettiamo in conto l’accaparramento delle risorse del pianeta e in particolare di quelle energetiche, già fonte di tante guerre nel resto del mondo, e lo strapotere delle industrie belliche e delle lobby delle armi che hanno ormai sui loro libri paga i politici di tutto il mondo, compresi i nostri.

Ma non si sarebbe arrivati a questo punto senza un uso stravolto del mezzi di informazione che, già rodati sulla nefasta metafora della pandemia come stato di guerra cui corrispose l’aberrante gestione militare delle campagne di vaccinazioni, hanno azzerato ogni dibattito serio su questi argomenti, via via criminalizzando le voci fuori dal coro, che si tratti di pacifisti o di ambientalisti.

Ma come possiamo non aiutare i fratelli ucraini – si ripete continuamente – se non inviando armi?

Non mi porrò, in questo ragionamento, dalla parte del buon padre di famiglia che di sicuro non mette in mano una P38 al figlio che è stato offeso ed aggredito dal fratello, ma cerca semmai tutti i modi per riconciliarli. Voglio invece chiedermi innanzitutto perché percepiamo come fratelli gli ucraini e non gli armeni, i bosniaci, i siriani, ecc. ecc.? E perché di altre sessanta guerre in corso nel resto del mondo non sappiamo quasi niente?

Riprendendo un passo di Aristotele, Diderot nel 1773 affermava che «la distanza nel tempo e nello spazio indebolisce ogni sorta di sentimenti, ogni forma di coscienza, perfino quella del delitto. L’assassino, finito sulle rive della Cina, non è in grado di scorgere il cadavere che ha lasciato sanguinante sulle rive della Senna». Si può dunque uccidere per procura, magari solo per accaparrarsi il rame, il litio o altra materia preziosa, senza provare alcun rimorso: noi che ci serviamo di quei materiali, siamo coinvolti, seppur indirettamente, nel crimine, senza che la nostra coscienza ne sia scossa. Non l’abbiamo materialmente commesso ed è poi avvenuto in luoghi lontani dai nostri occhi.

Ora si noterà che l’Ucraina è, rispetto all’Italia, molto più distante della ex-Jugoslavia, eppure la guerra attualmente in corso ha colpito la nostra sensibilità più della guerra nei Balcani, certamente non meno cruenta e devastante anche per la popolazione civile e le città. Insomma qui la distanza spaziale maggiore è stata rettificata, persino annullata dai mass media, mentre tutto l’opposto è avvenuto, ad esempio, con la guerra in Iraq, paese certamente più lontano ma visto, nei reportage televisivi, alla distanza della luna, con riprese satellitari che hanno avuto l’effetto di spegnere ogni sentimento verso un conflitto profondamente ingiusto, costruito su una palese menzogna. Non abbiamo potuto vedere le distruzioni delle case, contare i morti civili, i bambini e le madri straziate, guardare in faccia il dolore, insomma provare alcuna forma di empatia per quel popolo invaso.

Per farci sentire ancora più prossimo il conflitto fra il popolo ucraino e l’invasore russo, lo si è identificato poi con la Resistenza italiana, non certo per farci assumere l’impegno e la responsabilità di far cessare la guerra, quanto per poter liberalizzare il “commercio” di ogni tipo di armi, mentre tutta l’Europa sembra trasformarsi in un gigantesco arsenale.

Al di là dell’esito della guerra in corso, l’incredibile circolazione e l’afflusso di materiale bellico in Ucraina, come ci avverte in questi giorni il procuratore della Repubblica Gratteri, consentirà a mafia e camorra di intercettare armi pesanti, come già avvenuto nel corso della guerra dei Balcani, così che i nemici che abbiamo a casa nostra diventeranno ancora più forti e temibili. Il guaio più grande poi è quello che si produrrà nella coscienza di ciascuno, premessa per uno stravolgimento delle leggi che regolano la detenzione e l’uso personale delle armi.

Un’orribile propaganda interventista, che ricalca alla lettera le peggiori campagne denigratorie della pace che hanno preparato la Grande Guerra e che, in seguito a questa, hanno spianato la strada alle dittature nazifasciste, coinvolge ormai le maggiori testate nazionali e i principali canali televisivi, dove intellettuali e giornalisti di fama, invasati dalle Furie, sembra abbiano perso totalmente il senno e la capacità di giudizio. Si tratta di una semina ben più perniciosa per la nostra democrazia delle frange di estrema destra e neofasciste che hanno alzato la cresta negli ultimi anni, perché il vero fascismo inizia con l’interventismo, con la denigrazione di chi non la pensa nello stesso modo, con lo sbeffeggiamento dell’ANPI, la censura e il disprezzo per i messaggi di pace di Papa Francesco, definito comunista e antiamericano (vedi Rampini) solo perché si fa testimone della parola del Vangelo. Del resto era già tutto chiaro al grande Erasmo da Rotterdam se nel suo Lamento della Pace (1517), un libro che dovrebbe essere letto e commentato in tutte le scuole, dava voce alla Pace, osteggiata, scacciata e respinta proprio dagli umani, ovvero dai soli animali dotati di ragione e capaci di intelletto divino. C’impressioniamo alla vista di civili uccisi, immolati due volte, nel teatro di guerra e sugli altari dei mass media, ma, col nostro armamentario di morte con cui pensiamo di soccorrerli, non prolunghiamo solo l’agonia degli ucraini, rubiamo futuro e speranze ai giovani e a tutti quelli che verranno, e non solo in Ucraina, perché qui è in gioco la salvezza del pianeta.

Ecco perché di fronte a questa minaccia, ogni giorno sempre più concreta, le parole di Erasmo dovrebbero essere scritte a caratteri d’oro: «Quelli che possono diventare motivi di guerra vanno troncati sul nascere. La condiscendenza reciproca indurrà qualche volta a chiudere un occhio. Qualche volta può essere opportuno comprare la pace. Se sottrai dal prezzo quanto si sarebbe sperperato nella guerra e quanti cittadini si salvano dalla rovina, avrai fatto un buon affare, anche se avrai pagata cara la pace, ogni volta che, pur non tenendo conto del sangue dei sudditi, risulterà che la guerra ti sarebbe venuta a costare di più. Se si fa il computo della grandezza dei mali evitati e di quella dei beni salvati, non ci si rammarica più della spesa».

Abbiamo dimenticato forse che la guerra è «una specie di oceano in cui si mescolano tutti i mali del mondo» e che le sue ferite non si rimarginano mai completamente? Ci siamo già scordati di essere stati, a nostra volta, invasori dell’Ucraina (che allora era parte dell’Unione Sovietica) durante il secondo conflitto mondiale, quando l’Italia venne trascinata dal «folle sogno» di due dittatori nell’Operazione Barbarossa, rovinosa non solo per gli uomini che vi persero la vita, ma anche per la coscienza dei sopravvissuti, come abbiamo potuto toccare con mano dalla testimonianza umana e artistica dello scultore Ercole Priori, in una mostra di qualche anno fa al Diotti? La memoria recente e passata sembra essere il problema degli italiani: che ne sarà delle testimonianze della Shoah dopo che sarà morto l’ultimo sopravvissuto?

Finché era vivo mio padre (1907-2000), grazie ai suoi ricordi, potevo contare su una memoria che si estendeva ad abbracciare un intero secolo. Benché me ne fossi nutrito, per lo più inconsapevolmente, non ho mai pensato di farne tesoro, di registrare quei ricordi, anzi m’infastidivano quando, come un fiume in piena, me li riversava, specialmente se si parlava delle due guerre: li ritenevo, ingiustamente, – così come più tardi ho potuto verificare – deformati dalla distanza temporale e dalla fantasia. Aggiungo che tutto ciò che evocava la guerra era per me fonte di terrore, perché in altre forme il fantasma di quella guerra era ancora presente nei primi anni Sessanta. Nella vecchia scuola di Quattrocase, che in tre stanzoni metteva insieme l’asilo e le cinque classi elementari, stavano appesi grandi cartelloni sui quali efficaci illustrazioni di bambini mutilati ci avvertivano del pericolo del rinvenimento casuale di ordigni bellici, oggetti dalle forme spesso accattivanti che potevano essere scambiati per giocattoli. E non era inverosimile questa possibilità dal momento che in una fessura del muro della casa in cui abitavo avevo scoperto, proprio allora, una serie di munizioni belliche. Molti poi ricorderanno che sino a pochi decenni fa, ai concorsi pubblici, era riservata la precedenza, a parità di punteggio, ai figli di mutilati e invalidi di guerra. Ed anche per questo, egoisticamente, non si vedeva l’ora che non vi fosse più traccia di guerra, di invalidità e di mutilazioni. Ma ancora oggi capita non di rado che qualche quartiere di Milano venga sfollato per far brillare una bomba inesplosa affiorata durante gli scavi di un cantiere edile. E basta salire d’estate in Val di Genova per scoprire tra la neve relitti bellici (ne vediamo ora anche qui nelle secche del Po). Quanto altro tempo dovrà trascorrere perché le tracce sensibili delle guerre mondiali siano definitivamente cancellate? Se non ci fosse stata la grande spinta della ricostruzione, circostanza irrepetibile nella storia italiana, a Milano oggi non avremmo il Teatro alla Scala, la galleria Vittorio Emanuele, il palazzo di Brera, il refettorio delle Grazie, dove si salvò miracolosamente solo la parete del Cenacolo, e tutti i principali edifici monumentali della città. Ma non tutte le ferite sono state rimarginate e più di quanto si possa immaginare, a Milano come nel resto d’Italia, è andato irrimediabilmente perduto. Sorte anche peggiore è toccata alla città di Dresda, rasa al suolo dagli Alleati al solo scopo di umiliare un popolo che era già stato vinto. Alla fine, dopo le vittime umane, ogni guerra non è che lo sterminio di una civiltà.

Sempre nel corso della Seconda Guerra i bombardamenti avevano interessato, seppur in forma limitata, anche i centri del nostro territorio. Proprio a Quattrocase, nella casa in cui ho abitato sino ai vent’anni, in alcune stanze erano ospitate le famiglie sfollate da Casalmaggiore. Chi era rimasto in città, del resto, al passaggio dei “pippo”, si precipitava nei rifugi sotterranei.

Tutto nella memoria dei sopravvissuti, negli archivi, sui libri di storia, nei segni superstiti e tangibili delle città, nelle mine antiuomo, uscite dalle nostre fabbriche e non ancora stanate nei recenti teatri di guerra, è lì a ricordarci invano cosa è la guerra e perché deve essere evitata a ogni costo.

Sul filo dei ricordi, torno nella tristissima aula della vecchia scuola elementare, dalle finestre troppo alte per poter sbirciare fuori. Ebbene in quella scuola, fatta di pluriclassi e dove i maestri cambiavano tutti gli anni, ho potuto imparare, senza rendermene conto, una grande lezione di fratellanza e apertura verso gli altri attraverso il mio libro di letture, scritto da Alberto Manzi (il maestro degli italiani che aveva partecipato alla guerra di Liberazione), un libro che col suo titolo spazzava via tutta la retorica bellica e postbellica: «Il mondo è la mia patria». Ho ancora davanti agli occhi la copertina: un fanciullo sventola una bandiera trasparente che lascia in bella vista un paesaggio vario e senza confini. Più delle bandiere rosse dei partigiani e dei lavoratori, più della bandiera dell’Ucraina, più ancora della bandiera della pace, è questo il vessillo invisibile che nella giornata della Liberazione vorrei sventolare.

Valter Rosa

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