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Luigi Musini, dalle camice rosse
agli scioperi di Pieve d'Olmi

A lui sono attribuiti i discorsi tenuti ai lavoratori dei campi da cui scaturirono gli scioperi agricoli partiti da Pieve d’Olmi tra il 1881 ed il 1882

Tra i tanti anniversari che si celebrano nel corso di questo 2023 iniziato da pochi giorni spicca quello del 180esimo della nascita, e 120esimo della morte di Luigi Musini, insigne patriota, garibaldino, medico e uomo politico parmense la cui storia apre la pagina di un altro importante e significativo capitolo legato alle nostre campagne bagnate dal Grande fiume: quello relativo agli scioperi agricoli di Pieve d’Olmi iniziati nel 1881 e nel 1882.

Luigi Musini, al quale è dedicato il Museo civico del Risorgimento di Fidenza (dove nel 2011 si è tenuto il convegno “Luigi Musini: Patriota – Medico – Uomo Politico” organizzato dall’Associazione Culturale Le vie del sale e dal Circolo Luigi Musini).

Musini nacque a Samboseto di Busseto il 24 febbraio 1843 e morì a Parma il 20 febbraio 1903 ed è considerato una delle più eminenti figure parmensi del Risorgimento. Come scrive anche il Molossi, la sua vita fu tutta un susseguirsi di battaglie, sia militari che politiche, umanitarie e sociali. Fin da giovanissimo fece emergere la sua grande generosità di spirito, la nobiltà dei sentimenti e il profondo amore per la patria e per gli ideali di libertà.

Ad appena 16 anni fuggì di casa per andarsi ad arruolare, come volontario nell’esercito piemontese e l’anno seguente si offrì di far parte della celeberrima spedizione dei Mille, ma ne fu esonerato a causa della giovane età.

Nel 1866 riuscì a realizzare l’ispirazione di indossare la camicia rossa e, da garibaldino, prese parte alla campagna contro l’Austria, culminata nella famosa battaglia di Bezzecca. Un anno dopo si battè, accanto ai fratelli Giovanni ed Enrico Cairoli, a Villa Glori ed a Mentana.

Nel frattempo, tra una battaglia e l’altra, riuscì a frequentare la facoltà di medicina all’Università di Bologna dedicandosi anche al giornalismo, entrando nella redazione de “Il Popolo”, al quale all’epoca collaboravano Carducci e Saffi. Nel 1869 si laureò e nel 1870, accogliendo l’appello di Garibaldi, corse in difesa della Francia.

Iscritto, come medico, alla Legione Tanara, dopo il combattimento di Paques venne promosso capitano sul campo e quindi maggiore medico a capo della III Brigata al comando di Menotti Garibaldi. Nel corso delle tre gloriose Giornate di Digione, nel gennaio 1871, si trovò più volte in pericolo di vita e Giuseppe Garibaldi lo definì “un medico che si batte” mentre il Governo transalpino, per le benemerenze acquisite, a guerra finita lo decorò della Legion d’Onore.

Chiusa con onore la parentesi sui campi di battaglia, Musini tornò a Fidenza accanto al padre, stimato medico e, divenuto caldo agitatore del partito democratico istituì, sempre a Fidenza, la Società democratica fondando e dirigendo “Il Fidentino”, vivace e polemico giornale di chiaro indirizzo mazziniano.

Esercitò poi la professione medica per qualche anno in America meridionale e, una volta tornato in patria, fu medico condotto a Zibello ed è qui che mutò la sua fede mazziniana. In modo pressoché inconsapevole, il contatto quotidiano con tante persone povere lo portò verso il socialismo desideroso di contribuire fattivamente alla redenzione sociale della classe contadina ed operaia.

A lui sono attribuiti i discorsi tenuti ai lavoratori dei campi da cui scaturirono gli scioperi agricoli partiti da Pieve d’Olmi tra il 1881 ed il 1882. In particolare, nel volume dedicato alle “Stagioni del nostro lavoro” di Coldiretti Cremona in cui si parla ampiamente della questione agraria di fine Ottocento, si fa cenno ad un discorso pronunciato dal Musini, a Pieve d’Olmi, il 14 maggio 1882 su invito della locale Società Operaia.

Musini disse che oltre vent’anni prima di stava meglio e questo fece di fatto esplodere la prima insurrezione agraria dei salariati in Italia, partita proprio dalle rive del fiume, dalla campagna cremonese. Musini, già consigliere di Borgo San Donnino (l’odierna Fidenza) dimostrò un particolare interesse per le misere condizioni delle categorie più umili del mondo del lavoro, denunciando la scarsezza dei salari, la carenza di abitazioni e le malattie, sociali e non, come l’alcoolismo e la pellagra, che nella povertà e nell’ignoranza trovavano alimento e diffusione.

Proseguì anche la sua attività giornalistica e, dopo la chiusura del Fidentino, iniziò a collaborare ad altri periodici democratici della provincia, come il già ricordato Il Presente, Il Dovere, Il Lavoratore di Parma e, soprattutto nel biennio 1880-1881, alla Lega della democrazia di A.Mario. A questa attività pubblicista e alla sua professione, per cui godette di vasta popolarità nelle campagne del Parmense, il Musini affiancò quella di organizzatore e di propagandista socialista, promuovendo la costituzione di numerose società operaie e legandosi intimamente ad Andrea Costa in un rapporto di adesione politica e di devozione personale.

Nel 1884 fu eletto deputato ed entrò in parlamento a rappresentare, con Andrea Costa, il nuovo partito prendendo posto, naturalmente, all’estrema sinistra nel gruppo dei parlamentari più avanzati di idee, spesso richiamato all’ordine dal presidente per la forma ed il contenuto dei suoi discorsi.

Fu volontario della carità a Napoli e a Palermo durante le epidemie di colera che sconvolsero il mezzogiorno negli anni 1884/85 per poi riprendere l’attività politica e nel maggio 1889 vinse nel Collegio di Imola l’ex sindaco do Bologna Gaetano Tacconi, riuscendo così a sostituire alla Camera il Mirri che aveva cessato di farne parte per promozione militare.

Tuttavia, un anno dopo, in segno di protesta per l’arresto del Costa, lasciò l’incarico parlamentare ritirandosi a Fidenza dove, con la sua consueta energia combattiva, partecipò alla vita amministrativa locale. Successivamente, stanco e probabilmente deluso dai nuovi orientamenti del suo partito, abbandonò del tutto la vita pubblica e si ritirò a Parma dove morì il 20 febbraio 1903.

A Fidenza è tra l’altro ricordato con un busto marmoreo, opera dello scultore Aristide Bassi di Cremona inaugurato, all’interno del municipio il 25 ottobre 1908. Nel 180esimo della morte e 120esimo della nascita Luigi Musini merita certamente di essere ricordato e l’occasione può essere certamente favorevole anche per ricordare anche gli scioperi agricoli che ebbero, a Pieve d’Olmi, il loro inizio per poi diffondersi nel mantovano e nel bresciano, nelle zone dove nelle grandi aziende era diffuso l’impiego massiccio di salariati sfruttati.

Ottennero poco, va detto, quei poveri contadini, dalla prima ondata di scioperi. Si dovette aspettare la rivoluzione agricola tra ‘800 e ‘900, con la crisi generale del settore, lo sviluppo delle città, la nascita delle prime organizzazione sindacali a difesa delle categorie salariali, per arrivare, 20 anni dopo, a nuove lotte contadine di inizio ‘900.

In questa fase si distinse il ruolo della chiesa, all’interno di queste comunità contadine isolate, che da tempo si occupava del disagio nel mondo rurale, preoccupata del ruolo che stava assumendo il neonato socialismo italiano, dando vita a iniziative solidali per prevenire i tumulti di classe. Da qui si svilupparono anche le associazioni sindacali, le leghe di resistenza tra braccianti e subordinati, che continuarono, all’interno dei primi decenni del ‘900, a organizzarsi in una serie di tiepidi scioperi.

Eremita del Po, Paolo Panni

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