Orazio Mori e quell'intervista a "La Cronaca": "La voce? Col tempo migliora"
Riportiamo integralmente, a due giorni dalla scomparsa del celebre baritono, l'intervista che "La Cronaca" realizzò a Orazio Mori: era il luglio 2011 e Mori aveva superato i 45 anni di carriera. Ecco la versione integrale
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“La voce con il tempo migliora: diventa matura e piena di colori e sfumature”. Dopo 45 anni di carriera (“e ancora intendo andare avanti a lungo”), non stentiamo a credere alla prima rivelazione di Orazio Mori. Perché in quello che è un vero e proprio viaggio nel tempo toccato dalla grazia della lirica e dalla divinità della musica in generale per il baritono casalese, sorprende in particolare la spiccata capacità di Mori nell’imitare voci, riprodurre accenti e rinverdire posture di pilastri che hanno sorretto il suo percorso.
Tutto impeccabile, come sul palcoscenico. Non potendo ammirare un vero e proprio concerto in redazione, ci basta questa performance da autentico istrione della scena, che sa sorprendere nonostante il suo nome sia uno dei più noti tra quelli intervistati per la nostra rubrica del lunedì. Il viaggio, che spiccherà il volo, come vedremo, da Reggio Emilia, parte da casa e a Casalmaggiore è fortemente vincolato.
Qui Orazio apre le sue ali. “Ero in IV elementare e la signora Elisa Forte (che già avviò alla musica un altro vip casalese della musica come il maestro Giacomo Zani, ndr) mi prese sotto la sua protezione, spesso ideando saggi in cui includeva mie esibizioni da solista. Ricordo per esempio il “Cappuccetto rosso” che interpretai al vecchio teatro di Casalmaggiore: ricordo che, uscendo dal corridoio, fui notato dal direttore della Banca popolare, un certo Cavaniglia, che disse in dialetto cremonese: “Ch’es chi ghè da tenel d’òc”. Per me era un divertimento già allora, a 11 anni, ed è sempre rimasto tale. Ripresi le lezioni con la signora Forte, di piano e solfeggio, collaborai con l’Estudiantina e iniziai a macinare la produzione operistica di livello. Ricordo ancora qualche assolo al Duomo di Casalmaggiore, in una messa pontificale celebrata dall’abate Brioni. Ho ancora il 45 giri di quell’evento. Poi proseguii i miei studi al Conservatorio di Parma”.
E qui entra in scena la figura paterna. “Nel 1957 ottenni il diploma a Cremona in un istituto tecnico. Eppure il mio desiderio era di fare un’audizione per il Conservatorio. Chiesi a mio padre una chance, convinto che mi avrebbe negato questa strada. Lui disse soltanto, in casalasco marcato: “E te prova!” aggiungendo un “Ma bada di non fare brutte figure”, che mi rimase dentro per sempre e fu il mio sprone. Era uno stradino, dunque di famiglia non abbiente: eppure grazie ai bei voi al Conservatorio riuscii a strappare ben due borse di studio, a quel punto indispensabili”.
A Parma Mori studia dal 1957 al 1962, nel mentre con l’Estudiantina (“ricordo il segretario Ventura e il presidente Melegari”) ottiene la giusta valorizzazione e perfeziona i suoi studi. Poi il militare, infine il salto a Milano. “Era necessario spostarsi per entrare nel gotha o per avere una chance di farlo: a Milano tutti i giorni prendevo lezione dal mezzosoprano Giulia Tes, che mi diedi un’impronta artistica di scena, insegnando minuziosamente come porre mani e bocca durante una rappresentazione. Nel 1966 fu lei a prepararmi per il mio primo grande ruolo, Schaunard nella Boheme di Giacomo Puccini”.
E’ la svolta, che Mori racconta con grande freschezza. “Partecipai al concorso “Peri” di Reggio Emilia, ogni anno indetto per giovani lirici. In qualità di finalista partecipai all’allestimento della Boheme con la regia di Gavazzeni e di Menegatti, marito di Carla Fracci. Arrivavo da Milano, Gavazzeni mi disegnò addosso il personaggio di Schaunard e in questi giorni ci ritrovammo albergati allo “Scudo d’Italia” di Reggio io e altri giovani da tutta Italia; ricordo anche un basso dall’ottima voce, argentino. Aumentavo di un chilo al giorno, perché mangiavamo da re. Uno degli organizzatori per scherzare, ci diceva che gli stavano facendo fuori un milione, Gavazzeni invece era molto serio. “Parlare meno e canta di più” era il suo motto per tenere tutti sulla corda. Mi impose, tra l’altro, di farmi crescere i capelli: all’epoca avevo il taglio alla marines, da quel momento in poi, se non volevo parrucche, non avevo scelta”.
Quell’allestimento giovanile portò Orazio Mori in alcuni teatri considerati minori, che però, per un ragazzo, rappresentavano una gavetta di selezione e classe. “Dal Regio di Modena, a Cremona. Non erano ancora i cosiddetti enti, come La Scala di Milano, Napoli o Torino, ma ci sarei arrivato presto. Nel mentre miglioravo”.
Fino a quando è possibile farlo nella musica? “Se scegli le giuste tempistiche, sempre. Intanto arricchisci il repertorio musicale, provando ruoli e opere, poi partecipi ad allestimenti importanti: essere diretto da Abbado o da Zubin Mehta significa alzare il tiro, vivere esperienze a 360°. Io oggi, a 73 anni, ritengo di avere raggiunto una maturità vocale, che a 40 anni non avevo: grazie all’allenamento, alla crescita naturale e ovviamente alla salute che mi ha sempre assistito, senza mai portarmi ad interruzioni. E poi, parlando di lirica, dunque di personaggi da portare in scena, beh, rispetto a 25 anni oggi il physique du role è diverso: questo sì è legato all’età. Quando nel 1972 interpretai Geronte, sembravo un buffone. Oggi potrei tranquillamente farlo”.
In un percorso costellato di stelle, quale può essere la più luminosa? “L’Otello del 1976 alla Scala: fu il momento in cui capii di essere davvero entrato tra i grandi della lirica. Ero giovane, aitanti e misi in campo una performance da atleta. Interpretavo un capitano veneziano, dovevo saltare da una parte all’altra. E me la cavai bene”.
Anche se non fu quello l’unico motivo di soddisfazione. Piccoli particolare dalla storia… “Fu il primo esperimento di diretta in mondovisione: cantavano al mio fianco Placido Domingo, Mirella Freni, Piero Capuccilli. Direzione di Carlos Kleiber, regia di Franco Zeffirelli. Fu un evento, non un allestimento. Per questo La Scala resta per me il vero tempio della musica: quella vecchio stampo, non la nuova ristrutturata. Magari è più elegante ora, eppure io preferivo quell’ingresso riservato agli artisti con i tendaggi tutti consunti e i drappeggi rossi un po’ rovinati: era il peso della storia davanti ai tuoi occhi, chissà ci era passato di lì. Oggi sembra uno di quei posti dove devi timbrare il cartellino. Poi, per carità, anche il Garnier di Parigi, un tipico teatro dell’opera di fine ‘800 fa il suo effetto. Ne ho visti tanti, di teatri, quelli asiatici sono pazzeschi: a Seoul ricordo un impianto da 8mila posti e con piacere ho negli occhi squarci del Metropolitan di New York, del Covent Garden di Londra, del Cairo, di Nuova Dehli, di Tokyo. Da casalese sono diventato milanese e poi cosmopolita: ho imparato ad adattarmi ad ogni realtà strada facendo e a parte l’Australia ho messo piede su ogni continente. Però anche il mio teatrino, il Comunale di Casalmaggiore, a suo modo ha saputo darmi emozione: quando nel 1988 lo re inaugurammo, con la direzione del maestro Mino Zani, ripensai ancora a quel famoso saggio dal quale tutto partì”.
Ora che è stata promessa una stagione anche concertistica, si può magari, con un passo ulteriore, tornare alla lirica a Casalmaggiore? “E’ l’augurio di tutti: un buon allestimento si realizza con 3-4mila euro, non vi sono costi esagerati. A Soncino l’ultima “Traviata” è riuscita splendidamente, poco più di un mese fa. Quello che consiglio è di vedere in Parma un appoggio, non un concorrente: magari, arruffianarsi un po’ i responsabili del Regio, sarebbe un modo giusto per farsi “prestare” qualche grande produzione. Sono idee, è chiaro, ma un primo passo potrebbe essere stato compiuto. Gli stessi studenti dell’International Festival, che io chiamo ex Oberlin, in quando non provengono più da quell’unica accademia, eseguono concerti strumentali o da camera, non lirici: però rappresentano un evento da coltivare, purchè non siano considerati alla stregua di un punto di arrivo”.
Non sarà che è la lirica ad essere distante dal popolo? “Ma quando mai? Basta sapere realizzare produzioni intelligenti e complete. Non esiste solo la lirica. Il 4 giugno a La Valletta, capitale di Malta, ho partecipato assieme a mia figlia Debora, che ha arrangiato le musiche, ad una programmazione eccezionale: da Verdi siamo passati a Morricone, da Donizetti a Mascagni, dal Rugantino a “Mamma” di Cesare Andrea Bixio. Ce n’era per tutti i gusti e il teatro era esaurito. La lirica può essere un passo verso la musica popolare, o viceversa”.
Può esserci un problema di saturazione figlia di X-Factor e quant’altro? “Se questi spettacoli fanno audience e fanno soldi, occorre adeguarsi e soccombere, non c’è altra via, non facciamo gli eroi solitari e di nicchia. Piuttosto favoriamo, se dobbiamo arrenderci all’evidenza, un po’ di più la musica italiana, che prima insegnava a tutti ed ora è divenuta un satellite delle canzoni in inglese. Io risento canzoni popolari anni ’20 e ho ancora la pelle d’oca: e parlo di popolare, non di liriche. Una cultura di questo tipo diviene monolaterale e il rischio è che, quando una corrente viene sfruttata troppo, scade nella mediocrità, si inflaziona. Per capirci meglio, prendete i programmi della Clerici e di Scotti: vediamo bambini eseguire pezzi magistrali, paurosi. Sono mostri: non è la loro età. Io a quell’età mi arrampicavo sui pioppi, giocavo nei prati. Il cervello non aumenta, casomai si consuma: quei bambini sono bravissimi, entusiasmano, ma dovranno avere una forza sovrumana per arrivare a 50 anni ancora con le stesse doti e la stessa voglia, per non esaurirsi. Ogni cosa ha un suo tempo”.
Colpa anche della scuola, che trascura un po’ l’apparato musicale? Non è costringendo un ragazzino a imboccare il flauto che si crea un musicista? “Beh piuttosto di niente… Intendo dire che un’infarinatura va fatta, per qualsiasi materia. Il solfeggio, l’ascolto dei classici sono ottimi strumenti educativi. Purchè si affronti il grande componimento e non quello sulla cresta dell’onda. Già sono imbottiti da radio e tv, almeno a scuola cambino registro: poi, è chiaro, ognuno sarà portato a fare quello che più apprezza: se non ci becchi amen. Io stesso aborrivo matematica, però studiavo musica 4 ore al giorno e non mi pesava”.
Ripetere un esperimento come il concorso voci nuove di due anni fa gioverebbe? “So che in alcuni comuni (Casteldidone ad esempio, ndr) questo avviene. Quando è stato tentato a Casalmaggiore sono stato contento, e volentieri ho fatto parte della giuria, anche se ho dovuto valutare più la presenza scenica che altri aspetti, non essendo il pop il mio genere di musica: credo che, ripetuta una volta all’anno, sia una buona idea. Magari non uscirà il talento, ma si tengono i giovani attaccati alla musica”.
Chiudiamo con l’attualità politica vista da una particolare spigolatura. La vicenda dal baritono cremonese Aldo Protti, per il quale non si riesce a scindere l’aspetto artistico da quello ideologico. Grande musicista, ma fascista, si sente dire. “Mi vengono i brividi a sentire certe polemiche: ho conosciuto Aldo, è stata una grande voce e un grande italiano. Io gli dedicherei piazza Roma, altro che una via. Io non lo nascondo, sono di destra, anche se la mia storia è particolare. Mio padre era comunista, uno di quelli veri, e lo seguii. Soffri tremendamente quando durante una stagione teatrale mi chiesero di mostrare la tessera del partito per avere una corsia preferenziale: avrei avuto più concerti, un cachet più alto, che però avrei dovuto devolvere in parte al partito. Io, con le mie idee, sono sempre rimasto libero, mio padre diventava matto per queste cose. Se recitavi a Napoli dovevi essere filo-monarchico, a Bologna dovevi essere rosso, e via dicendo. Io sono rimasto apolitico sulla scena, figlio solo della professionalità e mi sono preso le mie soddisfazioni: come il maestro Maurizio Arena che ancora si ricordava di un passaggio in un’opera degli anni ’80: “Non l’avevo mai sentita fatta così’”, mi diceva. La mia politica è quella che mi ha inculcato il direttore veneziano Nino Sanzogno, quando lamentai che stavo recitando un piccolo ruolo in un’opera. Disse soltanto: “Non ghè xe un piccolo ruolo. Al massimo ghè xe il piccolo artista”. Da allora accettai tutti i ruoli”.
E fu così che Orazio Mori, di ruolo, in ruolo è arrivato alla bellezza di 70 primavere a recitare anche Falstaff in “Tosca”, uno dei personaggi baritonali più complessi. Con un tour in Garfagnana previsto per agosto, la Tosca da settembre nell’hinterland milanese e chissà, in futuro, un regalo alla sua Casalmaggiore. Quarantacinque anni su un palcoscenico e la stessa voglia di mettersi in gioco. Carpito il segreto?